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La vita facile
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Videoregistrazioni: DVD

La vita facile [Videoregistrazione] / regia di Lucio Pellegrini

: Medusa film, [2011]

Abstract: Luca è un medico italiano che lavora in Kenia, solo, fatta eccezione per un'infermiera e qualche aiutante, in un piccolo ospedale umanitario. Mario è uno stimato chirurgo di una clinica privata romana, che lo raggiunge con la scusa di volerlo rivedere dopo anni di distanza, ma in realtà mira ad allontanarsi opportunisticamente e brevemente dal luogo di lavoro. Quando, malgrado le diverse scelte di vita, Mario e Luca ritrovano le ragioni dell'amicizia che li aveva tanto legati in passato, si presenta in Africa anche Ginevra, la donna che entrambi hanno amato e che ha sposato Mario. Gli equilibri faticosamente raggiunti saltano e la vita si ripresta a svolte e imprevisti. Lucio Pellegrini è un regista giovane, estraneo a smanie di megalomania, uno che non si è mai presentato sullo schermo senza una storia, che sa cos'è la commedia e come si dirigono gli attori. Uno che parla del nostro paese e del suo presente (suo a tutt'oggi l'unico film a parlare dei fatti di Genova del 2001), anche quando esso è irrimediabilmente invischiato nel passat(ism)o. Dopo essersi sperimentato nel comico (i film con Luca e Paolo) e nell'omaggio alla commedia all'italiana (Figli delle stelle), con La vita facile tenta una strada ibrida, che contamina genere e sentimento, e si rivela piacevolmente più libera. Non tutto deve “tornare” a tutti i costi nella sceneggiatura di Bises, Paolucci, e Salerno; il film non si diverte solo a raccontare personaggi che rivelano man mano aspetti del proprio essere che contraddicono l'etichetta che gli abbiamo facilmente messo indosso, ma anche a disattendere le aspettative formali e strutturali: il piccolo Ippocrate non si farà del male, la sua famiglia non inseguirà Favino con le lance appuntite, l'infermiera Elsa (Camilla Filippi) non passerà dall'altra parte dei ferri. Perché questo è un altro film. Più libero, appunto, di giocare, da un certo inoltrato momento in poi, con gli ingredienti del genere –valigette, tradimenti mélo, il caveau di una banca e una femme fatale- ma anche più vivo e meno scritto di altri, più attento ai volti che ai tramonti. Detto questo, non ci si aspettino da Pellegrini le “bolle”, le sospensioni, le divagazioni del cinema indipendente che della libertà di struttura fa il suo credo: la sua attenzione al ritmo è rigorosa, la sbavatura bandita, la scena si chiude sempre con un attimo di anticipo piuttosto che di ritardo. Di una cosa, però, gli siamo particolarmente grati questa volta, e cioè di averci regalato un personaggio femminile fuori catalogo, di cui nel cinema italiano si sentiva la mancanza. Il personaggio della stronza. L'inquadratura della Ginevra di Vittoria Puccini, viziata, capricciosa, tanto bella quanto instabile, che all'aeroporto piange di frustrazione anziché di dolore, dà al film una coraggiosa e gustosa punta di sapore in più.

I ragazzi stanno bene
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I ragazzi stanno bene [Videoregistrazione] / regia di Lisa Cholodenko

: Luckyred, 2011

Abstract: Nic e Jules stanno insieme da anni e sono abituate agli alti e bassi della loro storia d'amore, anche se spesso Jules, che si occupa della casa e ricopre pienamente il ruolo di madre, si sente trascurata da Nic, sempre impegnata nel lavoro. La coppia ha due figli, concepiti in provetta con lo stesso uomo che però i ragazzi non hanno mai conosciuto. La figlia maggiore, Joni, è una studentessa modello, sta per compiere 18 anni e partire per l'università. Suo fratello Laser ha 15 anni e preoccupa le sue mamme, consapevoli di quanto particolare sia gestire un adolescente maschio nell'età dello sviluppo e in apprensione per la sua amicizia con Clay, un coetaneo problematico e in costante cerca di guai. Un giorno Laser chiede a sua sorella di aiutarlo: ha il desiderio di conoscere finalmente il padre naturale e lei, che ha appena raggiunto la maggiore età, può farne richiesta formale. Joni non ne sente il bisogno, ma decide di accontentare il fratello e insieme lo vanno a trovare. Paul, proprietario di un ristorante bio-organico, si rivelerà un tipo decisamente sui generis e ne combinerà di tutti i colori, portando scompiglio in famiglia. "La scommessa di Lisa Cholodenko non era delle più scontate: raccontare la storia di una famiglia con due madri (e due figli, un maschio e una femmina) come fosse la più normale e scontata delle cose. Cercando di far dimenticare il più possibile allo spettatore che, anche se affidate a due star del calibro di Julianne Moore e Annette Bening, le protagoniste sono una coppia lesbica. Anzi, una famiglia lesbica. Per farlo, la regista e cosceneggiatrice (insieme a Stuart Blumberg) ha scelto la via del 'film di genere', costruendo la storia come quella di una normalissima commedia matrimoniale, con i prevedibili screzi di una coppia rodata (nel film non si dice ma si immagina che le due protagoniste stiano insieme da venti e più anni), attraversata dalle dinamiche famigliari tipiche della disparità professionale. (...) Quello che poteva anche diventare un mélo psicologico sulla figura paterna, diventa una specie di commedia (più o meno) sofisticata, tutta giocata sui contrasti di carattere e di comportamento delle donne." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 10 marzo 2011) "Ecco un prodigio fatto a film, che nel suo genere è senza precedenti. Perché superando ogni cliché tragi/comico del gay movie, racconta con intelligenza, arguzia, raffinatezza e sano umorismo la quotidianità di un normale nucleo famigliare alle prese con gli alti e bassi della vita di relazione. Osannato ai festival internazionali, vincitore del Golden Globe, ma purtroppo trascurato agli Oscar per cui era candidato (supreme la sceneggiatura e la performance della Bening), appartiene a quel cinema di cui non ci si stanca mai. Tra i migliori titoli di questi mesi. Da vedere e rivedere e rivedere." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 10 marzo 2011) "Perché il cinema Usa parla al mondo intero? Perché prende conflitti (emozioni, sentimenti) universali, e li traduce in gesti, gusti, comportamenti, profondamente americani, cioè locali, ma perfettamente messi in scena. E infatti basta vedere una gran bella commedia come 'I ragazzi stanno bene' per capire perché una storia così funzioni così bene anche in un paese come il nostro. (...) Anche le coppie gay possono ergersi a baluardo della morale nel senso più tradizionalista del termine. Il che non ci sembra una conquista, tanto più che per giustificare il testacoda la pur abilissima Cholodenko deve rimangiarsi tutto ciò a cui ci ha fatto credere fino a poco prima il film. Omaggio tardivo e ipocrita alla morale dominante, o manifesto neocon di marca gay? Vista dal nostro arretratissimo paese, la questione sembra fantascienza. Ma i sentimenti forti smossi dal film provano che siamo tutti nella stessa barca. Italia e California, etero e gay." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 marzo 2011) "'I ragazzi stanno bene' non parla né degli 'Who' né della 'Dinamo Kiev'. È invece un film profondamente 'losangelino', e del resto la regista è nata proprio a LA nel 1964 e uno dei suoi precedenti lavori si intitola 'Laurel Canyon'. Lisa Cholodenko è una cineasta che solo vecchi dinosauri un po' snob come noi possono non ricordare. (...) 'I ragazzi stanno bene' è un film gioiosamente, orgogliosamente omosessuale. (...) 'I ragazzi. stanno bene' diventa, da un certo punto in poi, una divertente commedia degli equivoci, senza però perdere la propria serietà di fondo. Che consiste, in ultima analisi, in un raffinato gioco di specchi: inserire Paul fra le due donne è un grimaldello grazie al quale l'uomo etero viene scrutinato e 'vivisezionato' dalle due donne gay, ma anche queste ultime debbono mettere in gioco i propri stereotipi culturali - che esistono, eccome! - alla luce di come Paul vede loro, e il frutto del proprio 'dono'. (...) Difficile trovare due attrici migliori. Julianne Moore non è nuova a ruoli 'estremi' (come la pornostar di 'Boogie Nights'), quindi la vera sorpresa è Annette Bening, super-mamma e super-moglie (di Warren Beatty) che sembra divertirsi un mondo nel ruolo di 'padre' di famiglia; e quando canticchia 'All I Want' di Joni Mitchell, è pura poesia. Mark Ruffalo ha la fisicità e il talento giusto per dare a Paul una dimensione vera, non da macchietta. I due ragazzi sono Mia Wasikowska, la Alice di Tim Burton, che è già una star; e Josh Hutcherson, che lo diventerà." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 11 marzo 2011) "La commedia di Lisa Cholodenko è arguta e profonda, a suo modo spiazzante, di sicuro divertente. Soprattutto mostra la distanza siderale esistente, in materia di diritti, tra la civile America e l'arretrata Italia. (...) Madri esemplari, si direbbe: premurose e sensibili, all'occorrenza severe. (...) Diciamo la verità: Annette Bening meritava, ben più di Natalie Portman, di vincere l'Oscar. Per come indossa le rughe e il tempo che passa, facendo di Nic un personaggio per nulla radical-chic: anzi fragile dietro il piglio autoritario, l'atteggiamento da uomo di casa. A dirla tutta, non è vero che 'ci si dimentica quasi subito della coppia lesbica', come sostengono le due attrici. Al contrario, il pregio del film sta proprio nello sguardo che la regista Lisa Cholodenko, gay dichiarata e felicemente coniugata, posa sulle due cinquantenni: descritte nel loro ménage matrimoniale, tra alti e bassi, bagni nella vasca al lume di candela e raffreddamenti sessuali combattuti a colpi di film macho-gay. (...) La commedia, frizzante senza essere frivola, non rinuncia a qualche nudo realistico, impertinente nei dialoghi, custodisce un sapore universale." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 11 marzo 2011) "Può dare un po' fastidio che Lisa Chodolenko, la regista, con dichiarate reminescenze autobiografiche, abbia raccontato questa storia - tutta ...californiana - come se si trattasse di una tranquilla vicenda tra coniugi, con quei figli che, in mezzo, hanno sì dei contrasti con le loro madri, ma per loro personali motivi adolescenziali e non a causa della singolarità di quella cosiddetta famiglia che li ha cresciuti. Bisogna però riconoscere a Lisa Chodolenko di aver scritto un testo abbastanza ben calibrato, dando risalti attenti alle personalità dei tre adulti (i due giovani, compresi i loro coetanei, sono piuttosto sfocati) e curando con sapienza le situazioni che le fanno procedere con scioltezza verso il finale, sostenute da dialoghi pronti a scavare nei caratteri, riuscendo spesso a chiarirvi in mezzo sfumature riposte. Gli interpreti concorrono all'impresa grazie ai loro carismi personali. Julianne Moore, specie al momento di lasciarsi coinvolgere nelle pagine eterosessuali; Annette Bening, una Nic con accentuati segni mascolini che però non ne attenuano certi risvolti di sentimenti caldi; Mark Ruffalo, il padre 'affittato', verosimile soprattutto come soddisfatto seduttore, (forse, da ultimo, pentito a metà)." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 11 marzo 2011) "Che disastro, se la voglia di trasgressione precipita nella banalità. O nel ridicolo. Come succede a Lisa Cholodenko, regista e sceneggiatrice californiana dal dimenticabile pedigrée. (...) Non c'è una sequenza che non sia prevedibile, tipo quella in cui l'assatanata Jules strappa i pantaloni al nuovo ganzo, sbarrando gli occhi e manifestando un godimento anticipato, neanche Ruffalo fosse diventato il sosia yankee di Rocco Siffredi. Tanto rumore, quattro esageratissime nomination agli Oscar comprese, per nulla. Che bisogno c'era di ingaggiare due lesbiche? La storiella sarebbe stata tranquillamente in piedi anche con una coppia etero, ma sterile. Bah. Buoni sbadigli a tutti." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 11 marzo 2011) Note - PRESENTATO IN CONCORSO AL 60. FESTIVAL DI BERLINO (2010). - FUORI CONCORSO ALLA V EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2010). - GOLDEN GLOBES 2011 PER: MIGLIOR FILM MUSICAL/COMMEDIA, MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (ANNETTE BENING). ANCHE JULIANNE MOORE ERA STATA CANDIDATA COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA, MENTRE LISA CHOLODENKO E STUART BLUMBERG HANNO AVUTO LA NOMINATON PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA. - CANDIDATO ALL'OSCAR 2011 PER: MIGLIOR FILM, SCENEGGIATURA ORIGINALE, ATTRICE PROTAGONISTA (ANNETTE BENING), ATTORE NON PROTAGONISTA (MARK RUFFALO).

Come l'acqua per gli elefanti
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Come l'acqua per gli elefanti [Videoregistrazione] / regia di Francis Lawrence

: 20th Century Fox home entertainment, 2011

Abstract: Dopo la morte dei suoi genitori, Jacob, studente di veterinaria, decide di abbandonare tutto e cambiar vita. L'occasione si presente grazie a un circo scalcagnato, gestito da un sadico direttore. Jacob entrerà nel bizzarro mondo circense e, grazie anche a una dolcissima acrobata, potrà dare inizio a una nuova, insolita e incredibile vita. "Se già il best-seller di Sara Gruen non dissetava, l'adattamento predica siccità. Grande Depressione, l'amante Robert Pattinson ci fa (...) e ci è (discreto attore), l'amante e moglie Reese Whiterspoon fa di scucchia poca virtù, il marito Christoph Waltz è ancora il nazista Bastardo di Tarantino: letteralmente, un triangolo da circo, equestre nel risultato e mastodontico per contatto, perché l'unica nota lieta è l'elefantessa Rosy, che fa i numeri, prende le botte e regala tenerezza. Non c'è Fellini sotto il tendone, bensì dovrebbe risiedere l'ultra-capitalismo americano: il sadico profitto di Waltz, invece, lascia spazio al feuilleton tra Rob e Reese, trito che più trito non si può. Un'occasione persa, e male: dialoghi per le lunghe, drammaturgia fuori fuoco, un barrito lo seppellirà." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 5 maggio 2011) "Piacerà a chi riesce a digerire le storie romantiche (e l'esangue Robert Pattinson) a patto che siano cucinate da rinomati chef. Qui lo sceneggiatore è Richard La Gravenese ('I ponti di Madison County') e il regista Francis Lawrence di 'Io sono leggenda': Cosa chiedere di più?" (Giorgio Carbone, 'Libero', 6 maggio 2011) "Lui, lei, l'altro e l'elefante. (...) Tratto dall'omonimo best seller del 2006 firmato Sara Gruen, 'Come l'acqua per gli elefanti' è un film in costume pacato e un po' annacquato cui manca la crudezza della fonte letteraria. Pattinson reduce da 'Twilight' e Witherspoon reduce da 'Come lo sai?' (dopo l'Oscar del 2005 la diva è sempre più spenta) non infiammano come coppia d'amanti clandestini. Ottimo Waltz nei panni dell'imprevedibile August. Ancora un cattivo affabile dopo il Landa di 'Bastardi senza gloria'." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 6 maggio 2011) "Un méelo ambientato nella Grande Depressione e basato su un triangolo classico: un autocratico direttore di circo, un'avvenente acrobata, uno studente di veterinaria povero ma bello che cambia il destino di tutti. A impersonarlo è Robert Pattinson, che sta cercando di togliersi la maschera di vampiro di 'Twilight'. Gli si contrappone il coniuge tradito Christoph Waltz, il nazista Oscar per Basterds, che conferma una speciale attitudine a incarnare tipi paranoici, mentre la donna contesa è l'aggraziata Reese Whitherspoon. Si capisce che Francis Lawrence, già autore del videoclip 'Circus' con Britney Spears fra gli elefanti, sia attratto dal romanzo di Sara Gruen: ma pur senza retorica, il film ha toni crepuscolari più di maniera che incisivi." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 6 maggio 2011)

Immaturi
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Immaturi [Videoregistrazione] / regia di Paolo Genovese

: Medusa film, [2011]

Abstract: Sei ex compagni di scuola - Giorgio, Lorenzo, Piero, Luisa, Virgilio, Francesca - si troveranno nuovamente insieme dopo vent'anni a causa di un disguido burocratico. Dovranno, infatti, affrontare nuovamente l'esame di maturità perché quello che avevano sostenuto alla fine delle scuole superiori è stato annullato dal Ministero della Pubblica Istruzione. Il gruppo riassaporerà il gusto di stare insieme dopo tanto tempo e il desiderio della giovinezza, ma soprattutto ognuno dei protagonisti dovrà confrontarsi con la propria esistenza, i sogni e le illusioni. "Eppur si muove. Nonostante il profondo disprezzo nei suoi confronti da parte di chi ci governa, e certi snobismi di ritorno degni di miglior causa, il cinema italiano dà segni di vitalità. (...) La 'surrealtà' dello spunto non inficia la verità dei personaggi. Il film è corale, alterna momenti comici a spunti malinconici. Gli attori sono tutti azzeccati, da Raoul Bova a Barbora Bobulova, da Ambra Angiolini alle iene Luca & Paolo; ma gli interni familiari dello strepitoso Memphis, alle prese con i genitori Maurizio Mattioli e Giovanna Ralli, valgono da soli il prezzo del biglietto." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 21 gennaio 2011) "Compagni di scuola. Come nel film di Verdone. (...) Una commedia, naturalmente, scritta e diretta però da Paolo Genovese senza quel brio, quell'arguzia e anche quella logica narrativa di cui aveva dato prova di recente ne 'La banda dei Babbi Natale'. I personaggi hanno psicologie appena sbozzate, sempre secondo schemi facili, le situazioni in cui vicendevolmente si alternano privilegiano molto più i ritmi che non la logica e manca quasi del tutto, a differenza di altri film similari, l'accento sulle due epoche, più citate che non prese in esame, quella di oggi e quella di vent'anni prima. Gli interpreti fanno comunque fronte in modo abbastanza verosimile alle caratteristiche dei tipi che dovrebbero rappresentare: soprattutto Raoul Bova, lo psichiatra che non vuole diventare padre, Ricky Memphis, il 'mammone', Barbora Bobulova, la donna in carriera. Incontrati però in momenti migliori." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 21 gennaio 2011) "Non si tratta solo del bamboccione Memphis, che abita ancora con i genitori: ci sono pure Bova che convive con la Ranieri, ma non è pronto a metter su famiglia; Bizzarri che si è inventato una moglie pur di non impegnarsi in un rapporto vero; la Bobulova, mamma single, e la Angiolini con l'ossessione compulsiva del sesso. Scritto e diretto come una sitcom, il film di Paolo Genovese non lievita." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 21 gennaio 2011) "Nel decennio della risalita il nostro cinema ha creato, a parte i comici, almeno due catene di montaggio: il film giovanilistico (in calo) e il blockbuster corale agrodolce (in crescita). (...) Film patinati e pattinati, nel senso che i personaggi scivolano leggeri su un'Italia in cui tutti lavorano e hanno i soldi. 'Immaturi' di Paolo Genovese schiera una classe di quarantenni che deve rifare l'esame di maturità. E' puro pretesto (per Hitchcock un Mac Guffin) per riunire Bova, Memphis (il migliore), Angiolini, Bizzarri & Co. per il fratello più finto di 'Compagni di scuola' e 'Notte prima degli esami'. Non è brutto. Non è bello. Incasserà bene. Avanti il prossimo." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 21 gennaio 2011) "Piacerà a coloro che stanno apprezzando sempre più in Italia la formula del film a episodi. Quando sono ben scritti, ben interpretati da attori che magari da soli un film intero non lo reggono, ma i loro piccoli sketches sanno proporli con mestiere e simpatia. Del quintetto di interpreti quello che ne esce meglio è un Ricky Menphis finalmente affrancato dai soliti ruoli." (Giorgio Carbone, 'Libero', 21 gennaio 2011) "Ci sono tutte le categorie della fiction borghese, quella che va oltre santi, papi ed eroi: la ragazza madre con problemi di marketing di minestra (la Bobulova), il bamboccione al seguito di due genitori di irresistibile simpatia (Mattioli-Balli come in un Garinei e Giovannini), la schiava del sesso che torna sui suoi passi, lo sbruffone, fino alla new entry della ragazzina strafatta e salvata dai peccati della discoteca psichedelica (nulla viene risparmiato, dall'ecstasy alle chat: è l'attualità!). Ma non è né un 'Grande freddo' all'italiana, né 'Compagni di scuola' di Verdone; qui il buonismo abbonda su un'idea alla base molto carina. Ma è proprio sul carino che il film annega, nel pervicace, spasmodico desiderio di essere trendy, allegramente triste e tristemente allegro nei canoni fiction, proteso verso la celebrazione di una amicizia tutta fasulla, perché l'architettura della storia è lontana anni luce dalla realtà. (...) Paolo Genovese (...) sa girare, confeziona la storia con furberia, troppa e ci mette venti cucchiaini di zucchero. Siamo all'estetica Moccia-Brizzi con qualche anno in più, per dare del 'cazzaro' al povero Epicuro." (Maurizio Porro, 'Corriere della sera', 21 gennaio 2011) "Ma quali splendidi quarantenni. Acerbi come i cocomeri dopo un'era glaciale, i poco favolosi sette protagonisti del corale di Genovese. (...) Qualche battuta comica centrata, specie dai personaggi del nerd mammone Memphis (il migliore in campo) e delle Iene, il resto è l'ovvia metafora sull'immaturità degli eterni giovani di questo Paese per vecchi. Ma anche un déjà-vu del medio gusto odierno di certa commedia, che si nutre (difettosamente) delle stesse facce, e delle stesse abitazioni-location romane o ville al Circeo dall'eccesso di glamour e snobismo: dov'è l'identificazione con la gente "della porta accanto" che si pretende di rappresentare?" (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 21 gennaio 2011) Note - CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2011 PER: MIGLIOR REGISTA, SCENEGGIATURA E CANZONE ORIGINALE. - CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2011 PER: NASTRO SPECIALE-COMMEDIA, MIGLIOR SOGGETTO, ATTORE NON PROTAGONISTA (RICKY MEMPHIS E MAURIZIO MATTIOLI) E CANZONE ORIGINALE.

Transporter 3
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Transporter 3 [Videoregistrazione] / regia di Olivier Megaton

: One movie : 20th Century Fox home entertainment, [2010]

Abstract: Jason Statham ritorna nei panni di Frank Martin. Le regole del gioco sono le stesse, i pugni e l'alta velocità, ma questa volta si è inserita una donna.

Alone
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Alone [Videoregistrazione] / regia di Phil Claydon

: Millennium storm, [2006]

Abstract: Pim vive a Seoul assieme a suo marito Vee ormai da molto tempo, ma nel giorno del suo compleanno riceve la notizia che la madre ha avuto un ictus ed è ricoverata presso un ospedale a Bangkok. Pim e Vee tornano così nella capitale thailandese e riprendono possesso della vecchia casa di lei, ma quelle mura domestiche risvegliano nei ricordi di Pim un trauma legato alla sorella Ploy: le due erano gemelle siamesi ma Ploy è morta in seguito all'operazione chirurgica di separazione. Il senso di colpa angoscia Pim al punto tale che comincia a vedere dappertutto il fantasma della sorella defunta. È curioso il fatto che a raccontare una storia di fantasmi congiunti, di paure e di corpi condivisi, sia il frutto di un lavoro di due registi, due personalità chiamate a condividere un intreccio narrativo e a fondere le loro idee in un unico aggregato di immagini. Difatti, non è solo un capriccio linguistico definire il secondo horror degli autori di Shutter come un “film siamese”. Siamese non solo in riferimento al suo luogo di provenienza e ai tormenti delle gemelle congiunte che mette in scena, ma proprio per una caratteristica doppia natura, la presenza di un'anima divisa in due tanto all'interno della diegesi quanto a livello formale. La trama sembra già da sé il parto gemellare nato da due film: Le due sorelle di Brian De Palma e il più recente Two sisters di Kim Jee-woon. I disturbi patologici dell'identità e i fantasmi rancorosi e striscianti si fondono e si confondono all'interno del film, al punto che i due registi sembrano voler operare, attraverso la reiterazione di immagini di oggetti e corpi tagliati a metà o sdoppiati davanti allo specchio, una continua separazione e ricongiunzione fra le due parti, fra dimensione psicanalitica e carico fantasmatico. Rispetto all'orizzonte dell'horror orientale contemporaneo, c'è da notare a questo proposito in Alone un importante elemento di discontinuità: per i due registi thailandesi i fantasmi hanno un peso, non sono le anime vendicative della tecnologia o gli ectoplasmi dell'etere, ma spettri dotati di massa. Il finale di Shutter conteneva già quest'idea del letterale fardello delle presenze dal passato; Alone amplifica questa sensazione raccontando il peso sia psicologico che fisico che due corpi possono esercitare l'uno sull'altro. Ma, come per i corpi congiunti dei siamesi, anche le due anime di Alone sembrano gravarsi a vicenda: da una parte l'anima horror più convenzionale, fatta di sussulti e apparizioni improvvise di fantasmi bluastri negli specchi e sotto e sopra le coperte del letto; dall'altra, un'evoluzione da thriller psicologico che si affaccia nella storia un passo alla volta, costruendo una tensione parallela fortemente legata al segreto e fin troppo improntata alla ricerca del colpo di scena. Ma anche abbastanza efficace da non soccombere sotto il peso dello spavento rapido e facile del corpo gemello.

Illegal
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Illegal [Videoregistrazione] / regia di Olivier Masset-Depasse

: CG home video, [2011]

Abstract: Tania ha un figlio di 14 anni, Ivan. Tania ed Ivan sono immigrati illegali provenienti dalla Russia. Vivono in Belgio ormai da otto anni anche se in costante stato di tensione. Tania ha il terrore di essere fermata dalla polizia con il conseguente controllo dei documenti. Fino a quando un giorno ciò accade. Madre e figlio vengono divisi. Tania viene portata in un cosiddetto centro di accoglienza e fa di tutto per potersi ricongiungere ad Ivan. Sulla sua testa pesa la minaccia di un decreto di espulsione. Il cinema ha affrontato ormai in più occasioni il tema dell'immigrazione e lo ha fatto con gli accenti più diversi dal paradocumentaristico al drammatico. Olivier Masset-Depasse sceglie la via del thriller e ci sembra una decisione assolutamente funzionale. Riesce cioè a farci partecipi di una duplice tensione. Da un lato quella della protagonista che si trova a cercare di sopravvivere in una società che ha decretato la sua illegalità senza averne il diritto finendo poi in quella sorta di girone infernale che è il centro di accoglienza. C'è però (ed è altrettanto forte) la tensione morale di una sceneggiatura e di uno sguardo che ci obbligano a ‘vedere' la realtà senza il filtro delle ideologie. I poliziotti di Illegal non sono tutti dei Natural Born Killers. Alcuni di loro sono vittime di un sistema che vuole che il clandestino subisca tali e tante umiliazioni da non voler più (una volta espulso) desiderare di ritornare nel Paese. Davanti a loro non ci sono delle persone ma volti senza nome. L'uso della camera a mano (di cui tanto cinema ha fatto un vero e proprio abuso) qui è funzionale all'empatia che si deve creare tra la protagonista e chi siede in una comoda poltrona che progressivamente diviene sempre meno comoda.

Un gelido inverno
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Un gelido inverno [Videoregistrazione] / regia di Debra Granik

: CG home video, 2011

Benvenuti in paradiso
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Benvenuti in paradiso [Videoregistrazione] / regia di Alan Parker

: 20th Century Fox home entertainment, 2011

Abstract: Alla fine dei '30 un sindacalista americano sposa una giapponese che, dopo l'attacco di Pearl Harbor, viene internata in un campo di concentramento, come altri 110000 americani di origine giapponese. Sullo sfondo di uno dei più vergognosi capitoli della storia USA si miscelano lacrime di donne, sorrisi di bambine, rughe di vecchi, scioperi, amori, repressione poliziesca, ottusità burocratica, riti, celebrazioni. Titolo originale tolto da una poesia di Anna Achmatova.

Stanno tutti bene
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Stanno tutti bene [Videoregistrazione] / regia di Giuseppe Tornatore

: Medusa video, [2010]

Abstract: Frank Goode è sempre stato un gran lavoratore e ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia. Tuttavia, rimasto vedovo e da poco in pensione, Frank si rende conto di aver trascorso troppo poco tempo con i suoi quattro figli - David, 'l'artista' che vive a New York; Amy, 'pezzo grosso della pubblicità' che sta a Chicago; Robert, 'direttore d'orchestra' di Denver; la piccola Rosie, 'ballerina a Las Vegas'-, perciò decide che è giunto il momento di recuperare il tempo perduto e organizza un barbecue per riunire la famiglia. Con l'avvicinarsi della data prevista, però, tutti gli ospiti presentano delle ottime e plausibili scuse per non partecipare all'evento. Frank, nonostante il divieto del medico, affronterà la questione a modo suo: preparata una valigia partirà per un viaggio attraverso gli Stati Uniti con l'intenzione di fare una sorpresa a ognuno dei suoi figli e vedere con i suoi occhi quello che sono diventati. "Curioso assai: bisogna entrare nei siti internet stranieri per 'scoprire' che 'Stanno tutti bene' è il remake di... 'Stanno tutti bene', film di Tornatore con Mastroianni risalente al 1990. Sono anni che la sceneggiatura originale (di Massimo De Rita e Tonino Guerra, oltre che dello stesso Tornatore) gira per Hollywood assieme a quella di 'Nuovo cinema Paradiso'. (...) Dire che De Niro è bravo è quasi superfluo, ma si rimpiange Marcello." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 12 novembre 2010) "Non si possono immaginare due attori più diversi di Mastroianni, naturale e umanissimo, e De Niro, pura costruzione e perfezionismo maniacale. Per cui la prima idea è che Robert, in un ruolo pensato per Marcello, non se la potrà cavare. Soprattutto considerato la personalità del padre di famiglia di 'Stanno tutti bene', remake americano del film firmato nel '93 da Giuseppe Tornatore. (...) Garbato e non sdolcinato, il film resta esile, tuttavia questo De Niro sommesso e inedito si conferma quello che è: un grande." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 12 novembre 2010) "Stanno tutti bene? Gli americani no. Marcello Mastroianni batte Robert De Niro 5 a 0, e Giuseppe Tornatore surclassa Kirk Jones, nel paragone ineludibile tra l'originale del 1990 firmato Tornatore e lo sciapo remake americano di 'Stanno tutti bene'. (...) De Niro, con il beneplacito del regista, arriva perfino a scimmiottare il suo celebre 'Stai parlando con me?' da 'Taxi Driver' (perchè??) confermando la pigrizia espressiva degli ultimi anni. Fiacco. Esce con le ossa rotte dal confronto col divino Marcello. L'anno prossimo vedremo il duetto con il divino Verdone in 'Manuale d'amore 3'. Speriamo che stia bene." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 12 novembre 2010) "Rilettura americana dell'omonimo film di Tornatore. (...) Solo De Niro poteva avere il carisma e la bravura di rifare il personaggio di Mastroianni senza cadere nei difetti tipici dei remake. Certo, il pubblico femminile ha il fazzoletto in mano ma per i padri in platea è un bell'esame di coscienza." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 12 novembre 2010) Note - REMAKE DEL FILM "STANNO TUTTI BENE" (1989) DI GIUSEPPE TORNATORE. - CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2010 PER LA MIGLIOR CANZONE ORIGINALE.

Habemus Papam
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Videoregistrazioni: DVD

Habemus Papam [Videoregistrazione] / regia di Nanni Moretti

: 01 Distribution : Rai cinema, 2011

Abstract: I cardinali riuniti in Conclave nella Cappella Sistina procedono all'elezione del nuovo Papa. Smentendo tutti i pronostici viene nominato il cardinale Melville il quale accetta con titubanza l'elezione ma, al momento di presentarsi alla folla dal balcone centrale della basilica di San Pietro, si ritrae. Lo sgomento assale i cristiani in attesa ma, ancor più, i cardinali che debbono cercare di porre rimedio a questo evento mai verificatosi sotto questa forma. Si decide, pur con tutte le perplessità imposte dalla dottrina, di far accedere ai palazzi apostolici lo psicoanalista più bravo per tentare di far emergere le cause che hanno spinto l'alto prelato al diniego e favorirne un ripensamento. Lo psicoanalista fa però un riferimento alla moglie come la terapeuta più brava (dopo di lui). Il portavoce della Santa Sede decide allora di far uscire il Papa dalle Mura vaticane per avere anche un altro intervento che risolva la questione. Che invece si complica perché il Papa, approfittando di un momento di distrazione, scompare per le vie di Roma. Con Habemus Papam siamo di fronte al film più maturo di un regista che ha saputo conservare intatti il proprio segno inconfondibile e le tematiche che gli stanno da sempre a cuore integrandoli con grande intelligenza e sensibilità a uno sguardo che si allarga a una dimensione che afferma di non condividere ma che qui osserva con la giusta dose di ironia che si fonde con un profondo rispetto. Non è necessario fare riferimento a La messa è finita per leggere questo film. Erano altri tempi ed altro cinema. Anche per Nanni. Che qui torna con forza sul tema della profonda solitudine dell'essere umano ma sa che non la si può ipostatizzare assolutizzandola. C'è una bellissima scena (che potremmo definire ‘morettiana doc') in cui, mentre sta facendo giocare i cardinali a pallavolo, l'analista afferma che la tremenda verità che Darwin ci ha lasciato è che nulla ha un senso. Proprio in quel momento lui, terapeuta privo dell'augusto paziente, sta cercando di darne uno a quegli uomini che non vengono descritti né alla Dan Brown né ridicolizzati. Si sorride e si ride certo anche delle loro debolezze ma sono e restano delle persone. Il Papa poi (interpretato da un sempre più grande Michel Piccoli) non è un uomo che dubita della propria fede come sarebbe stato facile pensare. Non è Pietro che, invitato da Cristo a camminare sull'acqua per raggiungerlo, affonda perché di fatto non crede al potere del suo Signore. Questo Papa, dallo sguardo intenso e dal sorriso luminoso, non è un pavido ma un umile. Conosce i propri limiti e anche le proprie passioni. Come quella del teatro che ha covato da sempre (qui il rimando, cambiato di segno, a Wojtyla sembra trasparente). È da questa consapevolezza che, progressivamente, gli deriva una grande forza. La forza di chi sa dire di no a Dio non per paura ma perché è convinto di non poterlo servire, attraverso l'umanità, come sarebbe necessario leggendo i segni dei tempi. Il Papa di Moretti si interroga e ci interroga, laici e credenti. Ogni volta che un film ci pone dei quesiti di fondo ci aiuta di fatto a sentirci meno soli e a liberarci, almeno un po', dal più volte citato "deficit di accudimento".

Il gioiellino
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Il gioiellino [Videoregistrazione] / regia di Andrea Molaioli

: 01 Distribution : Rai cinema, 2011

Abstract: L'azienda agro-alimentare fondata da Amanzio Rastelli è considerata un vero e proprio 'gioiellino' del panorama economico internazionale. Ramificata nei cinque continenti, quotata in Borsa e in continua espansione verso nuovi mercati e nuovi settori, la società è però gestita a conduzione familiare. Amanzio, infatti, ai posti di comando ha messo i suoi parenti più stretti - il figlio, la nipote - e alcuni manager di provata fiducia, ma privi di una laurea. Tale amministrazione porterà il management ad affrontare sfide sempre più ardue e difficili da gestire: Rastelli e il suo team si vedrà costretto a contrarre debiti, falsificare i bilanci, gonfiare le vendite, chiedere appoggi politici, tentare operazioni di finanza creativa sempre più rischiose. Finché la voragine economica e finanziaria diventerà enorme e pronta a inghiottire tutto... "C'è un'immagine - una sola - che fa venire i brividi in 'Il gioiellino', il film di Andrea Molaioli liberamente ispirato al crac Parmalat, da oggi nelle sale italiane. E' quella in cui il personaggio del ragionier Ernesto Botta (interpretato da Toni Servillo e modellato sulla figura di Fausto Tonna, collaboratore di Tanzi) viene portato via, nel finale, su un blindato della Guardia di Finanza. (...) Lì, nell'immagine che chiude il film, in quel misto di incredulità e inconsapevolezza, ma anche di oscura e confusa percezione della voragine in cui sta precipitando, il ragioniere di Toni Servillo acquista lo spessore tragico di un personaggio di Balzac. Ma solo lì. Per tutto il resto del film, ciò che colpisce sia in lui sia in Amanzio Rastelli, il personaggio interpretato da Remo Girone e ispirato direttamente alla figura di Calisto Tanzi, è la sostanziale inconsapevolezza con cui giocano sporco con i falsi in bilancio e con i trucchi della finanza dopata. Non c'è traccia, in loro, né della rapacità con cui Oliver Stone aveva disegnato gli 'squali' di Wall Street, né della spavalderia gaudente e cialtrona con cui Gassman e Tognazzi rappresentavano, in passato, il fascino indiscreto e chiassoso della borghesia italiana. I protagonisti di 'Il gioiellino' sembrano reperti archeologici dell'Italia democristiana. Sono grigi, noiosi, abitudinari. Odorano di naftalina e di sacrestia. (...) Il problema è che il regista Andrea Molaioli sceglie di raccontare la storia dal loro punto di vista. Scelta coraggiosa, non c'è dubbio, ma anche difficile e rischiosa: perché impedisce la distanza critica, la deformazione grottesca, la corrosione ironica. E perché autorizza il pubblico ad adottare lo sguardo dei personaggi, fin quasi ad arenarsi in esso." (Gianni Canova, 'Il Fatto Quotidiano', 4 marzo 2011) "Il riferimento al crac Parmalat è evidente, anche se qui l'azienda in rosso si chiama Leda e la città investita dallo scandalo non è Parma, ma Acqui Terme (mai citata). (...) Due personaggi privi di morale e due interpretazioni magistrali, anche se alla fine il dubbio resta: come è potuto succedere?" (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 4 marzo 2011) "Un buon film, ben raccontato che ha il pregio non indifferente di far capire tutto (dello scandalo) allo spettatore domenicale che probabilmente del crac parmigiano non ci ha mai compreso nulla (o quasi). Non che ci troviamo di fronte all'opera grandiosa, per carità (...). Ma insomma, siamo sempre su un livello di buona dignità spettacolare di film 'adulto' in un panorama cinematografico dove imperversano solo gli 'immaturi'. (...) Insomma l'opera che se portata all'estero non ci fa fare brutta figura. Il guaio è che all'estero (leggi ai Festival) non ce la vogliono mandare. 'Il gioiellino' era pronto per Berlino (da quanti anni i tedeschi ci dileggiano perché sappiamo fare solo i 'panettoni'?). Ma per Berlino hanno preferito 'Qualunquemente' di Albanese." (Giacomo Ferrari, 'Libero', 4 marzo 2011) "La grande truffa della Parmalat in un film circostanziato e puntuale che evita le vie più battute ma non trova la chiave capace di dar vita ai tanti spunti riuniti. Né commedia né film-inchiesta, né saga aziendale né docu-drama, 'Il gioiellino' vorrebbe aggiornare la mappa della Grande Provincia italiana e dei suoi silenziosi orrori che oggi parlano la lingua globale della finanza e di un malaffare installato ai piani alti del potere. Ma per raccontare il grigiore di questi stakanovisti dell'intrallazzo bordeggia in una storia a bassa densità emotiva malgrado le pennellate di colore prese dalle cronache. (...) Molaioli e i suoi sceneggiatori infatti cedono lo stretto necessario al gusto un po' ovvio delle battute ficcanti, della trama avvincente, del moralismo facile. Ma non ci danno neanche molto in cambio, e soprattutto non trovano un centro, un punto di vista. (...) Tutto vero, come no, doloroso, documentato - e visto "da dentro". Ma per raccontare la new economy bisogna inventare anche un cinema più nuovo e deciso." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 4 marzo 2011) "Qualche volta si è stanchi, può perfino venir voglia di fare l'amore, di alzare lo sguardo dai bilanci truccati, di desiderare una ragazza giovane e bella. Ma è solo un attimo. Sul viso di Toni Servillo, il ragionier Botta del 'Gioiellino' di Andrea Molaioli, tale e quale al ragionier Tonna del vero crac Parmalat, il mestiere della truffa ha lasciato solchi indelebili, un misto di rabbia e di amarezza, l'alterigia ottusa di chi non sa tornare indietro. In quell'espressione, in quella totale incapacità di pentimento, c'è la denuncia di un grande difetto italiano. Servillo la sottolinea con lo sguardo, regalando alla sua galleria di personaggi nostrani, un altro, prezioso ritratto." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 4 marzo 2011) Note - GIRATO AD ACQUI TERME, TORINO E NEW YORK. - REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DELLA FILM COMMISSION TORINO PIEMONTE, DI EURIMAGES, DEL PROGRAMMA MEDIA DELLA COMUNITA' EUROPEA E DEL MINISTERO PER I BENI LE ATTIVITA' CULTURALI-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA. - CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2011 PER: MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (SARAH FELBERBAUM), DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA E MUSICISTA. - NASTRO D'ARGENTO 2011 A MARIO IAQUONE PER IL MIGLIOR SONORO IN PRESA DIRETTA (PREMIATO ANCHE PER "20 SIGARETTE" DI AURELIANO AMADEI). TONI SERVILLO ERA INVECE CANDIDATO COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (ANCHE PER "UNA VITA TRANQUILLA" DI CLAUDIO CUPELLINI).

Vento di primavera
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Vento di primavera [Videoregistrazione] / regia di Rose Bosch

: Eagle pictures, 2011

Abstract: Francia, luglio 1942. L'11enne Joseph vive insieme alla sua famiglia nella Parigi occupata dai Nazisti e, insieme ad altre migliaia di ebrei, ha trovato riparo nel quartiere di Montmartre, dove spera di riuscire a sopravvivere. Tuttavia, una mattina, tutti gli ebrei vengono rastrellati e ammassati al Vélodrome D'Hiver e da lì condotti al campo di concentramento di Beaune-La-Rolande. In quel momento si compiranno i destini di tutti: vittime e carnefici. "Un paradosso che sarebbe quasi comico se non fosse tragico. Molti film che sbandierano il tema della memoria sono totalmente, imperdonabilmente privi di memoria. Prendiamo il sontuoso 'Vento di primavera' (in originale 'La rafie', 'La retata'; sorvoliamo sull'assurdo titolo italiano). (...) Tristemente nota ad ogni francese, la retata del Vel'd'Hiv non era mai stata oggetto di un film, sbandierano gli autori. Ed eccoci serviti. In due ore scarse, tutto quello che non avremmo mai voluto vedere sul tema, con un'estetica leccata da fiction tv che cozza penosamente contro il soggetto e i problemi di rappresentazione che pone. È mai possibile, oggi, affrontare un film sulla Shoah accontentandosi di una autorevole consulenza storica, senza porsi il minimo problema estetico? Come se le immagini fossero tutte uguali, mentre da più di 60 anni sopravvissuti, storici, scrittori, registi, si interrogano su come raccontare la Shoah. Altro che omaggio. Questo, malgrado le buone intenzioni, è un oltraggio alla Memoria." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 gennaio 2011) "Piacerà a coloro che non hanno smesso di appassionarsi alle storie sull'Olocausto. Per 'La rafie' del Vel d'Hiv' la Francia ha messo insieme una big production (grandi mezzi, un cast ricco di bei nomi)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 28 gennaio 2011) "Si straparla di diritti dell'uomo, ma solo i cittadini hanno diritti. Lo ricorda "Il vento di primavera' (In originale 'La rafie', ovvero 'La retata') di Roselyn Bosch. (...) Senza l'efficacia allusiva di 'Mr. Klein' di Losey e dell' 'Ultimo métro' di Truffaut o il respiro storico di 'Laissez-passer' di Tavernier, 'Il vento di primavera' ha dalla sua solo la dimensione del film tv, tempestato ora di didascalie ora di ridondanti vocativi per far capire allo spettatore chi ha davanti. Il pathos è affidato alle vicende dei singoli qualsiasi e dei loro bambini, uno dei quali (Hugo Leverdez) è preso come simbolo di una generazione sterminata. Mélanie è l'infermiera che assiste la massa di deportati nella prima tappa del loro tragitto verso la morte. Ma, appunto, la rappresentazione di morti veri meriterebbe qualcuno più abile di Roselyn Bosch." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 28 gennaio 2011) "La giornalista-produttrice Rose Bosch colma oggi con 'Vento di primavera' ('La rafie') una lacuna storica che dovrebbe provocare ancora vergogna e in patria ha interessato 3 milioni di spettatori indignati. Documentata e discreta, l'autrice racconta nel film il rastrellamento degli ebrei francesi ad opera dei tedeschi e dei connazionali collaborazionisti del regime di Vichy, addì Parigi, all'alba del 16 luglio '42. (...) E pochissimi i superstiti, come si evince dalla storia raccontata come un thriller di guerra con attenzione 'truffautiana' alle psicologie violentate dei piccoli. (...) Risultato, un film di non scontato valore educativo morale, dove i divi entrano nel gruppo e giocano la partita della Storia insieme coi minorenni. Jean Reno è medico senza frontiere e Mèlanie Laurent, che già combattè i nazi con Tarantino in 'Bastardi senza gloria', si riserva la zona più sentimentale oliando i meccanismi del cinema della memoria, che è quasi come una tautologia." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 28 gennaio 2011) "Soffia oggi in sala 'Vento di primavera', in occasione della Giornata della Memoria: diretto dalla francese Rose Bosch, riporta al cinema la Shoah vista dal basso, con gli occhi di un bambino. Prove convincenti degli attori, regia illustrativa, non mancano pathos né ombre che si allungano sul nostro presente: come memento, 'La rafie' (titolo originale) può bastare." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 27 gennaio 2011) "«Chissà se un giorno qualcuno farà un film su quello che ci è accaduto. No, credo che nessuno oserà mai, perché è disumano». Quindici anni dopo queste affermazioni, ascoltate per caso in un documentario, qualcuno ha osato: la regista Rose Bosch, che in 'Vento di primavera' ha voluto raccontare la storia di Joseph Weissman e dei tredicimila ebrei deportati dai nazisti nei campi di sterminio con la complicità del governo collaborazionista di Vichy. Una pagina in parte rimossa dalla memoria collettiva della Francia. Un film necessario, dunque, come possono esserlo quelle opere che, senza veli e ipocrisie, mettono popoli e nazioni a confronto con il proprio passato, per quanto doloroso e imbarazzante possa essere. I fatti narrati sono tutti veri, come i personaggi. Parigi, estate 1942, la Francia è sotto l'occupazione tedesca. E per gli ebrei il copione è tragicamente noto. (...) Con sensibilità e senso di partecipazione - inserendo in controcampo scene delle riunioni del governo di Vichy e di Hitler e della sua lugubre corte sulla terrazza del Berghof mentre, tra un cocktail e una torta, decidono la sorte di milioni di persone, e - Bosch segue i destini incrociati di vittime e carnefici da Montmartre al Vélodrome, da Beaune-La-Rolande fino all'hotel Lutetia, dove furono raccolti i sopravvissuti dopo la liberazione. E racconta, con qualche libertà sui tempi dell'azione, le storie di quanti orchestrarono e collaborarono a quell'orrore e ne portano per sempre il marchio d'infamia, la tragedia di coloro che ebbero fiducia e vennero traditi, le vicende di quelli che si opposero o tentarono di farlo con coraggio e a rischio della propria incolumità, e l'audacia di quanti riuscirono a fuggire. Come sottolinea la stessa Rose Bosch - che durante tre anni di ricerche ha dovuto superare non pochi ostacoli, a conferma delle zone d'ombra che ancora permangono - le sfide erano molteplici: «Come rappresentare una simile barbarie restando il più possibile vicina al senso di umanità? Come girare frontalmente, senza abbassare lo sguardo, ma senza rendere la vista delle scene intollerabile? Come mostrare la violenza senza mascherarla, ma senza nemmeno sublimarla? E come rendere giustizia ai 'Giusti' di Francia, coloro che hanno aiutato gli ebrei, senza dare l'impressione di voler unicamente fornire ai francesi una coscienza pulita?». Per affrontarle la regista assume diversi punti di vista. Quello dei bambini prima di tutto, ingenuo ma acuto. Poi quello dell'infermiera Annette Monod - emblema di quanti cercarono di opporsi a quella vergogna e riconosciuta da Israele "Giusto tra le nazioni" - che tenta di incidere nella coscienza dei soldati suoi connazionali chiedendo loro di disobbedire a quegli ordini immorali e disumani. Ma allo stesso tempo prova anche a mettere lo spettatore al centro dell'azione, affinché anch'egli possa sentirsi, per quanto possibile, umiliato, ingannato, maltrattato. Quanto ai francesi che non restarono muti osservatori, oltre che dal personaggio di Annette, la gratitudine passa anche attraverso altre figure secondarie che compaiono nel film ma che esprimono partecipazione e condivisione del dramma degli ebrei. Del resto, come si legge prima dei titoli di coda, il mattino della retata ben dodicimila persone inserite nelle liste di Vichy riuscirono a rendersi irreperibili. In un Paese occupato e con un governo tanto condiscendente non avrebbero potuto trovare rifugio se non nelle case dei vicini che accettarono di ospitarli pur consci del pericolo che correvano. Ma è altrettanto vero che dei tredicimila ebrei prelevati quella mattina di luglio sopravvissero solo in 25, e nessuno dei 4.051 bambini finiti sui treni. (...) Ma la regista vuole stemperare ancora di più l'angoscia, regalando un finale consolatorio e aperto alla speranza.(...) E se c'è un'immagine simbolo dell'orrore raccontato da Vento di primavera - film intenso per quanto didascalico - è sicuramente quella di Nono (...) Nella realtà quel bimbo si chiamava Jacquod. E non tornò." (Gaetano Vallini ©L'Osservatore Romano - 29 gennaio 2011)

Mother and child
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Mother and child [Videoregistrazione] / regia di Rodrigo Garcia

: DNC entertainment, 2011

Abstract: Tre donne molto diverse tra loro… una cosa in comune: la forza del legame indistruttibile che si crea tra una madre e un figlio. Karen, rimasta incinta all’età di 14 anni, è stata costretta a dare in adozione la figlia. Elizabeth, avvocato di successo, è stata abbandonata quand’era in fasce e convive costantemente con le sue insicurezze. Lucy, giovane donna afro-americana, desidera avere un bambino, tanto da cercare di adottarne uno.

L' immortale
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L' immortale [Videoregistrazione] / regia di Richard Berry

: Eagle pictures, [2011]

Non dirmelo... non ci credo
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Non dirmelo... non ci credo [Videoregistrazione] / regia di Maurice Phillips

: Columbia Tristar home entertainment, 2003

Abstract: Un professionista della bugia, appena uscito da un ospedale psichiatrico, è affidato a un imbroglione appena uscito di prigione. Ne combinano di tutti i colori. La formula e la coppia di protagonisti sono le stesse di Non guardarmi, non ti sento ma la farsa è più stanca e la critica sociale meno acida.

Non guardarmi, non ti sento
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Non guardarmi, non ti sento [Videoregistrazione] / regia di Arthur Hiller

: Sony pictures home entertainment, 2006

Abstract: Dave Lyons, un tranquillo quarantenne di New York, divenuto sordo, ottiene, fra qualche difficoltà, di gestire un'edicola nella città e accetta, per solidarietà, come socio nel lavoro l'irascibile e avventato Willy Karew, un coetaneo di colore, completamente cieco. Divenuti presto amici, capita ai due di trovarsi presenti a un omicidio compiuto proprio di fronte all'edicola: senonchè Dave non ode lo sparo, vede però le gambe di una donna che si sta allontanando mentre Willy non vede la donna, ma ne avverte l'inconfondibile profumo Shalimar. Sulla traccia di questi due elementi, il sordo e il cieco si improvviseranno detective. Sopraggiunta la polizia, i due vengono arrestati come indiziati del delitto, trovandosi il cadavere proprio ai piedi della edicola. Dopo un interrogatorio, che, a motivo del loro handicap è faticoso e irto di difficoltà, i due riescono a dileguarsi come pure a sfuggire a un organizzazione criminale capeggiata dal malvagio Sutherland e della quale fanno parte il cinico Kirgo e la spietata Eve che li tallonano senza posa in quanto testimoni del delitto da essi commesso. Nonostante la loro menomazione, Dave e Willy hanno infatti individuato i responsabili dell'omicidio e sono decisi a smascherarli superando le remore e la boriosa inettitudine delle forze di polizia. Il reciproco inseguimento-fuga fra Dave-Willy da una parte e la feroce accoppiata Kirgo-Eve dall'altra si conclude nella sede generale dell'organizzazione, dove è frattanto tenuta in ostaggio la solerte sorella di Willy che i due riescono a liberare prima di essere sequestrati. A seguito di un diverbio tra Kirgo ed Eve... "Oltre che brillante, paradossale e divertente, il film è pure un po' troppo salace e carico di grossolanità verbali e visive." (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 107, 1989) "Cinque sceneggiatori ci sono voluti per sfornare questa commedia agrodolce dove succede di tutto. Ci sono momenti esilaranti e momenti in cui la risata è strappata da situazioni scontate. Troppi dialoghi." (Laura e Morando Morandini, Telesette) "La coppia Wilder Pryor ha qualcosa da dire in fatto di comicità. La firma di Hiller non garantisce altro che mestiere, ma i due mattatori sanno conquistare la simpatia del pubblico. Peccato che i dialoghi (forse soltanto nell'edizione italiana) siano sovraccarichi di parolacce: che c'entrano con l'umorismo?" (Francesco Mininni, Magazine Italiano tv) "Una serie di gags esilaranti condotte magistralmente dal regista e sapientemente interpretate da un Gene Wilder in splendida forma. Un film senza pretese intellettuali, ma che riesce a divertire. Questo è importante." (Teletutto)

L' uomo dal braccio d'oro
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L' uomo dal braccio d'oro [Videoregistrazione] / regia di Otto Preminger

: Dall'Angelo pictures, [2008]

I Puffi. L'amico degli animali e altre grandi avventure
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I Puffi. L'amico degli animali e altre grandi avventure [Videoregistrazione] / una creazione di Peyo

: Cinehollywood, 2011

I Puffi. Il regno dei sogni e altre grandi avventure
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I Puffi. Il regno dei sogni e altre grandi avventure [Videoregistrazione] / una creazione di Peyo

: Cinehollywood, 2011