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Diverso da chi? [Videoregistrazione] / regia di Umberto Carteni
: Universal pictures, 2009
Abstract: Piero e Remo vivono in una città del nord-est italiano e sono una coppia gay dichiarata. Per testimoniare il "diritto alla diversità", Piero decide di scendere in campo alle primarie del centrosinistra e, per una serie di circostanze, si trova ad essere candidato a sindaco della città tra i pregiudizi degli avversari e lo sgomento dei sui compagni di partito. Per portare avanti una campagna elettorale bilanciata, che altrimenti si rivelerebbe un disastro, il partito decide di affiancargli Adele, una moderata tutta d'un pezzo, simbolo vivente dei valori tradizionali, nota come 'la furia centrista'. Ovviamente, Piero e Adele non riescono ad accordarsi su nulla finché Remo, più sensibile e femminile, comincia a dare al compagno utili consigli su come ingraziarsi la sua vice. Piero inizia così a corteggiare politicamente Adele e ben presto i due riescono ad arrivare a un accordo. Ma la situazione sfugge di mano a entrambi, tanto che il 'gay duro e puro' e la 'moderata di ferro' vengono travolti da un'irresistibile attrazione reciproca che sfocerà in una segreta relazione opposta ai loro valori, alle loro identità e alla loro linea politica. Tra mille peripezie Piero dovrà cercare di sbrogliare la situazione nella quale si è cacciato e capire da che parte stare. "Un film come questo richiede attori di un certo tipo, che riescano nello scambio di battute, nei ritmi, negli ammiccamenti, nel non detto. Claudia Gerini, la centrista familista frustata funziona perfettamente come incompresa e sensuale soft lady. Anche Filippo Nigro (compagno del candidato gay) è davvero credibile nel ruolo di un gay non sopra le righe. Chi non è 'sempre' all'altezza è Luca Argentero nel suo secondo ruolo da gay dopo 'Saturno contro' di Ozpetek. Su Argentero la Cattleya ha investito molto, dandogli un ruolo davvero non facile. Eppure l'ex del Grande Fratello lavora troppo sui vestiti e sulla posa e troppo poco sui tempi e sui ritmi (e per una commedia come questa non è un limite da poco)." (Dario Zonta, 'L'Unità', 20 marzo 2009) "Commedia politica ultraleggera con brividini contemporanei (...) Per un po' si sorride tra garbate situazioni pastello (la put... è chiamato farfallone), poi si lascia fare a due bravi interpreti affiatati, infine viene il dubbio che si miri all'omologata pacificazione sessuale tra etero e omosexmanontroppo. Quando lui, lei e l'altro si affollano in sala parto, salta in gola un antico grido: il triangolo no! Così no!" (Alessio Guzzano, 'City', 20 marzo 2009) "Anche se accompagnato dai bollini Arcigay e da Franco Grillini a Porta a Porta, 'Diverso da chi?' non è un film militante gay, ma un prodotto ben costruito dalla Cattleya e distribuito dalla Universal con un occhio al cast e ai troppi sponsor. Deve molto di più, presumo, alla produttrice esecutiva Francesca Longardi che allo sceneggiatore Fabio Bonifacci (per Cattleya 'Amore, bugie & calcetto') o al regista un po' di scuderia Umberto Carteni. L'aspetto più interessante, però, non è tanto la modernità del triangolo, ma l'averlo ambientato nel mondo della politica, all'interno del Pd (qui Ud), in cerca di un candidato sindaco per Trieste e di una coesistenza tra la sua ala più conservatrice e quella più di sinistra. Luca, oltre ad essere gay, come nella canzone di Povia, è un fragile candidato sindaco del Pd che viene unito dal partito (un grande Antonio Catania) alla binettiana Claudia Gerini come vice-sindaco. Il meglio del film, che nella zona centrale si ferma un po' troppo sulla commedia, è proprio la parte di satira politica iniziale con gli scambi di insulti tra binettiani e ds. Nel vortice dell'odioamore Gerini e Argentero si scambieranno non solo i ruoli sessuali, ma anche i ruoli politici. 'Il centrosinistra si fa anche così' dice un personaggio. Niente di esaltante, anche perché gli attori non sono così controllati dalla regia e il copione non è brillante come ai tempi di Age e Scarpelli, ma è un passo in avanti in una stagione di cinema italiano mai cosi basso e qualche battuta buona c'è 'Discutere su come suicidarsi fa molto centrosinistra'." (Marco Giusti, 'Il Manifesto', 20 marzo 2009) "Posso garantire che pur con qualche momento in cui la commedia si incarta un po' su se stessa, c'è da divertirsi. E da ammirare una volta di più, e meglio che altrove, il talento della Gerini, capace di brillare di luce propria almeno in un paio di scene da antologia. Quando le scappa un bacetto al compagno di 'ticket', che pur seguito da approcci più consistenti le mette addosso la paura di chi avendo agito d'istinto non ha valutato le conseguenze. O quando è scoperta seminuda in casa della coppia omosex dal poveretto che sta diventando il terzo incomodo. vogliamo ipotizzare che dall'alto dell'olimpo filmico Capra sorride e approva?" (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 20 marzo 2009) "Claudia Gerini è brava e bella in una situazione che vagamente evoca quella in cui a Roma si scontravano il sindaco di sinistra Walter Veltroni e il vice-sindaco democristiano signora Garavaglia. 'Diverso da chi?' è del resto più accurato nel descrivere il grottesco della politica in una piccola città del Nord-Est che nel riferire sul candidato sindaco del centrosinistra, un professore gay che vive con l'amico (Filippo Nigro, impeccabile)." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 marzo 2009) "E' uno di quei film che ti fanno chiedere: come sarebbe se fosse americano? In effetti è un mix di temi attuali nella loro trasversalità sovranazionale e di altri temi invece ancorati alla nostra esperienza italiana." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 20 marzo 2009) Note - SUONO: MAURIZIO ARGENTIERI. - REALIZZATO IN COLLABORAZIONE CON FRIULI VENEZIA GIULIA FILM COMMISSION. - CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2009 PER: MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE, ATTRICE PROTAGONISTA (CLAUDIA GERINI), ATTORE PROTAGONISTA (LUCA ARGENTERO), ATTORE NON PROTAGONISTA (FILIPPO NIGRO). - NASTRO D'ARGENTO 2009 PER IL MIGLIOR SOGGETTO A FABIO BONIFACCI (ANCHE PER "SI PUO' FARE" DI GIULIO MANFREDONIA). IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER: NASTRO SPECIALE - COMMEDIA, MIGLIOR PRODUTTORE (RICCARDO TOZZI, GIOVANNI STABILINI E MARCO CHIMENZ ERANO CANDIDATI PER TUTTA LA PRODUZIONE DELL'ANNO CHE COMPRENDEVA ANCHE: "QUESTIONE DI CUORE", "SOLO UN PADRE" E "DUE PARTITE").
Il curioso caso di Benjamin Button [Videoregistrazione] / regia di David Fincher
: Warner home video, 2009
Abstract: La vita di Benjamin Button scorre in maniera molto particolare. Nato alla fine della Prima Guerra Mondiale, Benjamin sin dalle sue prime ore di vita rivela tutte le caratteristiche di un uomo di oltre ottant'anni destinato a morire subito. Invece, la sua esistenza attraverserà tutto il 1900 con un miracoloso e graduale ringiovanimento... "Tolto il paradossale spirito iniziale, 'Il curioso caso di Benjamin Butten', candidato a 13 premi Oscar è un film all'antica. Volendo coinvolgere lo spettatore nell'analisi del protagonista, la cinepresa segue ritmi pacati. Questo non è un film da tagli rapidi e movimenti frenetici. Lo ha compreso Fincher e Pitt e gli altri attori lo hanno assecondato. Il racconto attraversa molti momenti storici, tutti risolti con sensibilità da un artista che si concede, qua e là, pause distensive: il sommergibile affondato dal rimorchiatore nella II Guerra Mondiale e l'uomo dell'ospizio colpito cento volte dal fulmine senza danni." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 13 febbraio 2009) "Amore, morte, la fatalità del tempo che passa senza poterlo fermare. Il racconto di Fitzgerald più che curioso come l'autore lo aveva definito, semmai strambo, come giudicato dalla critica, interessò per anni il cinema, sia pure senza successo date le difficoltà soprattutto tecniche che faceva sorgere, oggi invece in anni in cui su uno schermo si può fare ormai quel che si vuole, ecco David Fincher tentare la prova affidando a Brad Pitt la parte del protagonista, avendolo già avuto al fianco in 'Sever' e in 'Fight Club'. Due thriller che non gli facevano comunque dubitare della sua capacità di affrontare una storia in cui lo strambo, appunto, si accompagnava al fantastico. Eccolo così ricorrere per il testo a Eric Roth, lo sceneggiatore di 'Forrest Gump', ed eccolo raccontare la vita a ritroso di Benjamin puntando molto sul suo candore e sulle sue ingenuità proprio alla Forrest Gump, fino a quell'amore che diventerà il punto fermo della sua vicenda. Con molto realismo nel resto, con una certa attenzione per le cornici e gli eventi in mezzo, lasciando che il segno stilistico più forte sia dato dalle immagini - la fotografia è di Claudio Miranda - quasi decolorate come a voler citare i viraggi del cinema di ieri. Al centro, Brad Pitt è convincente anche quando il trucco e il corpo immiserito di un altro rischiano di cancellarne i carismi almeno fino a quando non ci apparirà come è oggi. Lo affianca Cate Blanchett con cui torna a far coppia dopo 'Babel', il momento più doloroso e drammatico del loro amore è quando l'età che con il tempo non si ferma, li dividerà di nuovo. Non era del tutto la cifra di Fitzgerald, ma è la più forte (e commovente) del film di oggi." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 13 febbraio 2009) "Soprattutto nuovo è lo spostamento dai colori picareschi e grotteschi di un racconto che voleva divertire e semmai ammiccare in modo piccante all'eterna ambizione maschile, di non smettere mai di amare donne sempre più giovani, al dramma romantico e melò di uno scherzo della natura e del destino, del corto circuito che rende impossibile un grande amore." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 13 febbraio 2009) "Cosicché l'opera - un melodramma in stile fantasy, forse troppo lungo con i suoi 163 minuti - emoziona solo a tratti, soprattutto nella parte finale, quando si evidenzia drammaticamente il percorso di ringiovanimento del protagonista. Tuttavia il film, insistendo sulla frase che ripete spesso la madre adottiva di Benjamin "non sai mai cosa c'è in serbo per te", non manca di suscitare riflessioni sulla vita e sulla morte. (...) Così, mentre il messaggio sembra essere, malgrado tutto, che non importa se si è costretti a vivere la vita a ritroso, l'importante è come la si vive e che comunque ognuno è responsabile del proprio destino, in realtà è sempre più evidente che è il tempo a governare il destino di ciascuno. Non solo. In una società in cui si è alla ricerca dell'eterna giovinezza, dell'elisir di lunga vita, questa storia paradossale e malinconica ci dice anche altro. In primo luogo, insinua che ringiovanire potrebbe essere tutt'altro che un'esperienza piacevole, soprattutto se allontana inesorabilmente dalle persone amate; potrebbe anzi diventare una terribile condanna, stemperata solo - come avviene nel film e nel racconto - dal progressivo venir meno della memoria e dei ricordi. In secondo luogo, sottolinea che la vita va accettata così com'è, con i suoi ritmi, le sue stagioni, con le sue gioie e i suoi limiti, e che è vano illudersi di poter rovesciare il corso delle cose, sovvertendo e violentando la natura." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 13 febbraio 2009) "Da una battuta di Mark Twain ('La vita sarebbe infinitamente più felice se solo potessimo nascere a 80 anni e gradualmente raggiungere i 18') a un racconto breve di Francis Scott Fitzgerald, a un kolossal di David Fincher... l'idea di un uomo che cresce ringiovanendosi ha perso di mistero." (Dario Zonta, 'L'Unità', 13 febbraio 2009) "Tutto qui, verrebbe da dire. Con un gran numero di eventi e di personaggi a movimentare questa cavalcata attraverso il Novecento, da cui però non si cava un minimo di emozione. C'è una pesante cornice narrativa con Cate Blanchett pure lei sfigurata dal make up, che dal letto di morte racconta tutto a sua figlia Julia Ormond. C'è la nascita prodigiosa di Benjamin, che il padre industriale lascia sulle scale di un istituto gestito da una donna di colore, a New Orleans. Poi l'infanzia in sedia a rotelle: l'iniziazione sessuale di quel vecchietto gagliardo (Ma chi sei - dice stremata la ragazza del bordello - Dick Tracy?) i primi amori, la passione contrastata, per quella bambina conosciuta troppo presto, o troppo tardi, e inseguita per tutta la vita, che da grande farà la ballerina (Blanchett, appunto). Inframezzata da viaggi; amori, liti, battaglie, che instillano nello spettatore un dubbio capitale. Forse l'errore è nel manico. Un film così andava fatto in 3D, appunto. Oppure in bianco e nero e con immagini poco definite che lasciano più spazio all'immaginazione." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 febbraio 2009) "David Fincher si è sempre buttato senza rete nell'inconscio, nella follia (da 'Seven' a 'Zodiac') e qui prende l'occasione giusta per fare un salto in alto nel tempo e nello spazio, con avvio clamoroso anche se i trucchi di Rick Baker sono prodigiosi, ma non si ha mai l'idea di un bimbo. Poi il film si allunga e si gode come chewing gum, talvolta torna il sapore forte dell'idea originale, la lotta proustiana contro il Tempo che Resnais girò in 'Providence', altrove il filo si allenta, prendendo scorciatoie sentimentali. E affiorano temi fitzgeraldiani, notti tenere di jazz e caviale (è magica la parte con Tilda Swinton), ma il continuo trasloco d'epoche e look appesantisce un film di 166 minuti che non trova sempre l'equivalente visivo al vorrei dell'autore. Comunque piacerà tantissimo. Anche perché, volere o no, il contrasto con il tempo ci appartiene e piacerebbe provare questo sgambetto." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 febbraio 2009) "Gran brutta moda quella dei film chilometrici. Nel 1920 il saggio Francis Scott Fitzgerald aveva scritto un racconto di cinquantanove pagine: 'Il curioso caso di Benjamin Button', che, tanto per capirci al volo, compie il percorso esattamente inverso del più celebre 'Il ritratto di Dorian Gray'. Il dispersivo regista David Fincher (l'autore di 'Seven'), con la complicità degli sceneggiatori Eric Roth e Robin Swicord, lo ha allungato a dismisura trascinandolo oltre le due ore e mezzo. Quindi tra qualche risata, molti oh di meraviglia, per la sublime fotografia, i magnifici costumi e soprattutto gli stupefacenti trucchi, c'è tempo, eccome, per diversi sbadigli. Resta comunque un eccellente film, anche se tredici nomination all'oscar sono decisamente troppe." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 13 febbraio 2009) Note - CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2009 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (BRAD PITT), SCENEGGIATURA E COLONNA SONORA. - OSCAR 2009 PER MIGLIOR SCENOGRAFIA, TRUCCO ED EFFETTI VISIVI. LE ALTRE CANDIDATURE RICEVUTE ERANO: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (BRAD PITT), ATTRICE NON PROTAGONISTA (TARAJI P. HENSON), SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, FOTOGRAFIA, COLONNA SONORA, MONTAGGIO, COSTUMI E MISSAGGIO SONORO.
: Paramount home entertainment, 2009
Abstract: Nel giorno del suo matrimonio, Susan, fidanzata a un cinico e ambizioso metereologo televisivo, viene colpita da un meteorite, crescendo a dismisura. Placcata dall'esercito degli Stati Uniti d'America, la sposa viene condotta sotto gli occhi sbigottiti degli invitati in un carcere di massima sicurezza. Mentre Susan prova ad abituarsi alle sue nuove dimensioni e a fare amicizia con quattro creature mostruose e irresistibili, un'astronave, aliena e monoculare, atterra sul nostro pianeta, rifiuta le proposte pacifiche di Mr. President e spazza via il comitato di accoglienza. Il governo, allarmato dalla presenza aliena, chiede aiuto al generale Monger e al suo specialissimo reparto di mostri. Spetterà a loro, guidati dall'impavida Susan, eroina ordinaria in condizioni straordinarie, combattere il macrocefalo Galaxhar e il suo esercito di replicanti, salvando la Terra dall'invasione. Se all'operaio John Nada del Colorado servirono un paio di occhiali da sole per scoprire che i perfetti rappresentanti della upper class di Los Angeles erano in realtà mostruosi esseri provenienti dallo spazio (Essi vivono), agli umani spettatori occorreranno un paio di occhiali 3D per archiviare la bidimensionalità e godersi (nelle sale attrezzate) un attacco alieno e tridimensionale alla terra. Lenti per guardare davvero la realtà delle cose quelle di Carpenter, lenti per "imbrogliare" ludicamente il cervello quelle di Jeffrey Katzenberg, che ci rammenta la fascinazione intatta di questo trucco: il desiderio di entrare nello schermo. Guardando l'ultima mostruosa fatica della DreamWorks si ha la sensazione che l'animazione digitale tridimensionale prima di essere un valore aggiunto sia un (fastidioso) espediente per vendere come nuova una storia fiacca e un umorismo ripetitivo. Monotone pure le citazioni continue di altri film e i personaggi animati forniti della gestualità di attori noti e voci altrettanto famose. Il limite delle storie e dei protagonisti dell'animazione DreamWorks sembra consistere nel rimanere strettamente legati al cinema live action statunitense. In questo non c'è davvero niente di male ed è divertente la prima volta, la seconda e magari anche la terza, la quarta e la quinta diventa maniera fine a se stessa. I prodigi tecnici e quelli attoriali non sono evidentemente più sufficienti a sorprendere, c'è bisogno di storie articolate, di regole solide da infrangere, di personaggi che promettano di essere sovversivi come Shrek e non di tiepide trasgressioni che non disturbano più nessuno. Ma forse la cosa più grave è abituare gli spettatori a un'animazione troppo zelante verso il cinema dal vivo, travisando la natura dell'animazione, privandola della sua libertà di immaginare, di ricreare e rendere plausibili mondi altri e fantastici. Mostri contro alieni resta sospeso tra provocazione e rassicurazione e anche questa volta i villains invasori avranno la peggio contro i mostri scorretti col cuore d'oro, disimpegnati con una coscienza, morbidi o gelatinosi ad altezza d'infante o di gigante.
Inkheart [Videoregistrazione] : la leggenda di Cuore d'inchiostro / regia di Iain Softley
: Eagle pictures, 2009
Abstract: Mortimer "Mo" Folchart e sua figlia Meggie hanno un dono molto particolare: appassionati lettori di libri, riescono magicamente a dar vita ai personaggi delle storie semplicemente leggendo ad alta voce. Tuttavia, ogni volta che un eroe della letteratura compare nella realtà una persona prende il suo posto tra le pagine del libro. Un giorno, mentre sta vagabondando in una vecchia libreria, Mo ritrova 'Inkheart', un romanzo d'avventura medievale che cercava da tempo, poiché sua moglie Rose vi è stata catapultata quando Meggie aveva solo tre anni. Per riuscire a scovare e liberare Rose, padre e figlia, insieme ad una schiera di alleati del mondo reale e di quello fantastico, dovranno vedersela con il malvagio Capricorn... "Ogni tanto il vertiginoso gioco tra mondi diversi si complica e si ingarbuglia, ma più che la logica del racconto sembra far difetto a 'Inkheart' il coraggio di portare fino alle estreme conseguenze l'intreccio tra realtà e fantasia, tra personaggi nati dai libri e quelli usciti dal mondo quotidiano. Il gioco poteva essere ben più vertiginoso e coinvolgente e invece un cast altalenante, a cominciare da un Brendan Fraser che porta eternamente scolpito in faccia un sorrisino inespressivo, e una regia solo scolastica stentano a far decollare il film. Ci provano alcuni indovinati effetti speciali - l'ombra finale è decisamente riuscita - e l'idea che i personaggi dei racconti possano diventare così veri per i loro lettori da trasformarsi in esseri di carne ed ossa. A volte succede anche al cinema, ma bisognerebbe che il regista credesse a quello che filma come i migliori scrittori fanno con quello che scrivono." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 20 febbraio 2009) "Fantasy molto infantile, senza le soluzioni lussureggianti o la portata allegorica di altri casi ('Il signore degli anelli'). Ci si accontenta." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 20 febbraio 2009) "Non è solo una location suggestiva: il romanzo della Funke è ambientato proprio sulla Riviera di Ponente; e l'autore del libro cui Brendan Fraser dà la caccia è intitolato appunto 'Inkheart', si chiama, bontà dell'autrice, Fenoglio. Difficile però credere che l'autore del 'Partigiano Johnny' avrebbe gradito l'omaggio. Tutto infatti si riduce a un duello a colpi di effetti (poco) speciali, che trascura o sfrutta superficialmente, le possibilità dischiuse dalla combinazione fra i due mondi. I soli momenti di emozione sono l'incontro fra lo scrittore stupefatto e i suoi personaggi, e in particolare il mangiafuoco Paul Bettany, che scopre sgomento di dover morire alla fine del libro, ma si ribella ("Tu non sei il mio dio!"). E la battaglia. finale, combattuta scrivendo in diretta pagine che costringano i cattivi trionfanti a rientrare nei ranghi. Il resto è prevedibile, sia come eventi che come immagini. Stupisce trovare in un film così svogliato attori importanti come Broadbent, Bettany o Helen Mirren. Mentre Jennifer Connelly, nella vita signora Bettany, si concede un'apparizione non accreditata. E Andy Serkis, qui perfido Capricorn, fa rimpiangere il suo celebre clone in 3D: il Gollum del 'Signore degli anelli'." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 febbraio 2009) "Fraser si caccia in una fantastica avventura in cui rimangono coinvolti l'eccentrica zia Helen Mirren e l'autore della storia Jim Broadbent. Destinato, nella regia semplice di Iain Softley, a un pubblico di bambini. 'Inkheart' è un inno alla rapinosa magia della lettura; per noi ha il valore aggiunto di una pittoresca cornice ligure fra mare (Alassio) e monti." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 20 febbraio 2009)
Gran Torino [Videoregistrazione] / regia di Clint Eastwood
: Warner home video, 2009
Abstract: Walt Kowalski ha perso la moglie e la presenza dei figli con le relative famiglie, al funerale non gli è di alcun conforto. Così come non gli è gradita l'insistenza con cui il giovane parroco cerca di convincerlo a confessarsi. Walt è un veterano della guerra in Corea e non sopporta di avere, nell'abitazione a fianco, una famiglia di asiatici di etnia Hmong. Le uniche sue passioni, oltre alla birra, sono il suo cane e un'auto modello Gran Torino che viene sottoposta a continua manutenzione. La sua vita cambia il giorno in cui il giovane vicino Thao, spinto dalla gang capeggiata dal cugino Spider, si introduce nel suo garage avendo come mira l'auto. Walt lo fa fuggire ma di lì a poco tempo assisterà a una violenta irruzione dei membri della gang con inatteso sconfinamento nella sua proprietà. In quell'occasione sottrarrà Thao alla violenza del branco ottenendo la riconoscenza della sua famiglia. Clint Eastwood non smette mai di stupirci. Dopo averci narrato di Iwo Jima vista dai due fronti e di un'altra intrusione dello Stato nella vita degli individui (Changeling) ci immerge ora nel privato di un uomo che ha fatto dell'astio nei confronti dei diversi da sé (siano essi asiatici, neri o più semplicemente giovani) la sua ragione di vita. Si è murato vivo nella sua casa e la prima pietra dell'edificio è stata collocata a metà del secolo scorso quando ha conosciuto la violenza e la morte in Corea. Il suo personaggio si chiama (e lo ribadisce al fine di evitare appellativi troppo confidenziali) Kowalski. Eastwood ha una cultura cinematografica così vasta da non poter aver scelto a caso questo cognome. Stanley Kowalski era il brutale protagonista di Un tram che si chiama desiderio da Tennessee Williams interpretato da un Marlon Brando al suo top. Anche Walt è brutale, in maniera così rozza che nessuno fa quasi più caso alle sue offese di stampo razzista. È come se, ormai anziano, il mondo attorno a lui gli facesse percepire la sua inutilità anche da quel punto di vista. Il suo andare sopra le righe ad ogni minima occasione lo apparenta con l'altrettanto anziana vicina di casa asiatica che sa solo inveire e lamentarsi sul portico di casa. Saranno però i giovani 'diversi' (Thao e sua sorella Sue) ad aprire una breccia nelle sue difese. Hanno l'età dei detestati nipoti ma, a differenza di loro, hanno saputo conservare dei valori che l'Occidente non si è limitato a dimenticare ma ha addirittura rovesciato. Una parte della critica americana ha deriso il 'buonismo' di questo film e chi non lo ha attaccato si è spesso trincerato dietro la fredda analisi che vorrebbe trovare in Kowalski una sintesi dei personaggi interpretati nella sua lunga carriera dall'attore. Può anche essere ma Eastwood non è un regista che assembla ruoli per cinefilia compiaciuta o per autoesaltazione. Walt è un personaggio sicuramente nella linea di quelli da lui già portati sullo schermo ma è molto più complesso di quanto non possa apparire a prima vista. Il suo rapporto con l'auto e con le armi (straordinario e determinante il segno di pollice e indice a indicare la pistola come nei giochi dei bambini) ma anche quello con l'unico essere umano che si potrebbe definire suo amico (il barbiere) sono solo alcuni degli elementi che, insieme all'insorgere della malattia, costituiscono il mosaico della personalità di un protagonista non facile da dimenticare.
Rachel sta per sposarsi [Videoregistrazione] = Rachel getting married / regia di Jonathan Demme
: Sony pictures home entertainment, 2009
Abstract: Kym Buchmann torna a casa per il matrimonio di sua sorella Rachel. Ragazza dalla lingua tagliente e dai modi esuberanti, Kym, con i suoi atteggiamenti aggressivi e le reazioni esagerate, fa riemergere conflitti familiari sopiti da tempo, trasformando quello che doveva essere un piacevole fine settimana di festeggiamenti tra amici e parenti, in un condensato di tensioni e crisi personali. "Le condizioni favorevoli c'erano tutte: il ritorno di un regista-produttore di vaglia che, dopo i remoti exploit di 'Il silenzio degli innocenti', 'Philadelphia' e 'Qualcosa di travolgente', ultimamente s'era confinato nel ghetto dei documentari politici o musicali; una sceneggiatura firmata dalla combattiva e progressista teatrante/insegnante Jenny Lumet, figlia del venerabile Sidney; il cast capeggiato da una stellina in ascesa come Anne Hathaway e impreziosito dalla presenza di Debra Winger, data per scomparsa ma fino a metà degli anni Novanta beniamina dei registi Usa e pluricandidata ai Golden Globe e agli Oscar. Poi, però, il film s'è rivelato una gran delusione, veristico e frammentario 'alla maniera di' Altman e Cassavetes ma, al contrario dei rispettivi capolavori, incapace di comunicare emozioni inedite, dominare il meccanismo narrativo e, di conseguenza, sfuggire alle trappole della noia d'autore". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 4 settembre 2008) "Ci risiamo. Ecco un'altra famiglia disastrata (o disfunzionale, come va di moda dire), ecco rancori e incomprensioni riaffiorare in una circostanza apparentemente lieta come una festa di nozze, ecco il fantasma di un'antica tragedia aleggiare tra brindisi, balli e lazzi. Se poi piomba nella borghesissima casa della sposa l'imbarazzante sorella, in libertà vigilata da un rehab (la clinica specializzata in disintossicazioni) con molti tatuaggi, un carico di sensi di colpa e la voglia disperata di farsi accettare, la faccenda si complica. E 'Rachel Getting Married' di Jonathan Demme da commedia con i suoi dialoghi serrati, gli isterismi dei personaggi e stereotipi da film sulla festa di matrimonio (un genere consolidato, da Altman a Susan Bier), vira sul drammatico. Con finale consolatorio, però. Abbiamo celebrato un matrimonio interrazziale, ora possiamo provare a superare i problemi". (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 4 settembre 2008) "Demme ha ottenuto un dramma aperto che combina la passione per Altman (non solo quello di 'Un matrimonio') e la fiducia nel cinema documentaristico, nel quale il regista di 'Il silenzio degli innocenti' sta spendendo questa parte di carriera". (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 4 settembre 2008) "Sarebbe sbagliato vedere 'Rachel Getting Married' come un film ad effetto, con lo scheletro nell'armadio. E' molto più semplice e complicato di così. E' il ritratto di una famiglia borghese e aperta come tante altre che cova le sue disgrazie e le sue gioie. Un microcosmo in cui lo spettatore può trovare di tutto, un piccolo palcoscenico non manipolato dalla visione del regista, ma aperto al contributo di chi osserva. Ognuno, in 'Rachel Getting Married' può trovare le proprie più profonde emozioni. Un miracolo di cinema, debitore all'esperienza documentaristica dell'ultimo Demme, che sembra spiare la realtà (alla Altman, ma anche alla Arthur Penn) rendendola pregna di materia invisibile a occhio nudo. Tanto questo è vero, che uno dei momenti più strazianti del film è a nostro avviso una sequenza priva di apparente significato: Kym nel giorno del matrimonio intercettata dalla macchina da presa mentre è ferma nel giardino, le braccia e le gambe un po' aperte, l'aria spersa e spaventata vicino a un cane che lecca briciole di torta e a un ragazzino che corre dietro una palla. Lei, congelata e impaurita in mezzo alla vita che pulsa. Da questo piccolo gioiello di nulla, Demme poi ti conduce per mano fino all'altro estremo, di fronte a Kym e a sua madre che si prendono a cazzotti accusandosi reciprocamente della morte del piccolo Ethan. Un piccolo magnifico filmino familiare. Demme è riuscito in pieno nell'intento, regalandoci il film più bello (sino ad ora) di questo altalenante concorso. Con molta educazione, senza smargiassate, ci ha squarciato l'anima permettendoci di dare un'occhiata dentro". (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 4 settembre 2008) "Sidney Lumet diresse 'La parola ai giurati'; la figlia Jenny, di madre nera, ha scritto - esordiente di mezz'età - per Jonathan Demme 'Rachel Getting Married' ('R. si sposa'). Ne è derivato un film che potrebbe intitolarsi 'La parola agli invitati'. È infatti l'ennesimo di impostazione teatrale, iper-parlato, che l'abilità di Demme rende un film molto cinematografico, in chiave collettiva e semidrammatica, sul regolamento di conti in occasione delle nozze di una sorella (Rosemarie DeWitt) e del ritorno dell'altra (Anne Hathaway) dal centro di rieducazione dov'era rinchiusa per droga". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale, 4 settembre 2008) "L' elemento inquietante nel film di Demme è la protagonista Kym (Anne Hathaway), che lascia l'ospedale di disintossicazione giusto in tempo per partecipare al matrimonio della sorella Rachel (Rosemarie Dewitt). (...) Scritto dalla figlia di Sidney Lumet, Jenny, il testo ha convinto Demme per 'il suo rifiuto delle regole codificate di Hollywood' e in effetti quella che sembra una specie di lieto fine o, meglio, una riconciliazione generale, viene contraddetta dall' ultima mezz'ora del film. Più curiosa è l'evidente voglia di improvvisare - con la recitazione ma anche con la musica che viene suonata in scena - che ha spinto Demme a girare con una macchina a mano molto mobile e nervosa, dove gli attori danno l'impressione di una totale libertà d' iniziativa. Che unita alla buona prova di tutto il cast (la Hathaway è splendidamente lontana dal glamour del 'Diavolo veste Prada', ma anche una rediviva Debra Winger nei panni della madre divorziata e complessata è notevole), fanno di questo film un bel modo per rimediare al mezzo passo falso di 'Manchurian Candidate', ma non sufficiente ancora per non far rimpiangere il grande regista che era stato negli anni '80 e '90". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 4 settembre 2008) "Demme, per sua stessa ammissione, si è dato intenzionalmente i modi quei 'filmini di famiglia' che si girano ormai in digitale, con apparecchietti spesso ballerini. Così tutte le pagine corali hanno sempre una immediatezza piacevole che consente subito di fare il punto, anche solo di sfuggita, su questo o quel membro della famiglia e sui tipi più colorati e vari dei loro invitati. Mentre le pagine che danno spazio a Kim, ai suoi tormenti, ai suoi rimorsi e, spesso, alle sue collere da guastafeste, si affidano quasi soltanto a climi raccolti e sommessi, in cui, pur tra il frastuono scopertamente euforico di quella riunione, si fanno strada, sottilmente, gli accenti del dramma. Li esprime con finezza la recitazione di Annie Hathaway che sa disegnarsi in viso una serie continua di ombre e di pensieri cupi. Pur con meditata misura". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 4 settembre 2008) "Jonathan Demme e Jenny Lumet, regista e giovane sceneggiatrice figlia del regista Sidney, riseppelliscono l'insuperabile disastro familiare nei sorrisi, nel silenzio e nella fuga, ma nell'intreccio di folla di invitati multietnici, e nel matrimonio stesso, tra la bianca Rachel e il nero Sidney, raccontano di una nuova società americana, democratica e aperta, quella che ha puntato tutte le sue speranze di vittoria in Obama". (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 4 settembre 2008) "Tutto ciò che di buono (e c'è del buono) c'è in 'Rachel Getting Married' è merito della regia, e soprattutto del metodo - molto alla Altman - di Demme, che ha radunato il cast in una villa e ha girato il film, parole sue, come un 'home-movie, un filmino di matrimoni, o un film Dogma'". (Alberto Crespi, 'L'Unità', 4 settembre 2008) "Rachel Getting Married' segna, per certi versi, il ritorno di Demme alla narrativa distinto, però da un uso non hollywoodiano ossia levigato della macchina da presa, sembra finita nelle mani di un cineasta della domenica che tutto ama riprendere. Esperimento senza dubbio interessante ma non so quanto redditizio". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 4 settembre 2008) "L'ultimo capitolo della eclettica e indecifrabile traiettoria artistica di Demme - quasi nulla accomuna 'Il silenzio degli innocenti', il thriller fantapolitica 'The Manciurian Candidate' e il documentario 'The Agronomist' - è anche senza dubbio il più felice. Girato quasi in tempo reale, usando la camera a mano e le luci naturali, il film riesce ad ottenere con magica naturalezza tutto ciò che gli arcigni adepti del Dogma 95 hanno inseguito a lungo e invano. Ma la vera ragione della rinascita di Demme sono gli attori, così in parte da sembrare davvero imparentati". (Guido Vitiello, 'Il Riformista', 4 settembre 2008) Note - IN CONCORSO ALLA 65. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2008). - ANNE HATHAWAY E' CANDIDATA AL GOLDEN GLOBE 2009 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA DI FILM DRAMMATICO. - ANNE HATHAWAY E' CANDIDATA ALL'OSCAR 2009 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA.
Un matrimonio all'inglese [Videoregistrazione] = Easy virtue / regia di Stephan Elliott
: Eagle pictures, 2008
Abstract: Il giovane John Witthaker sinnamora perdutamente di unelegante e indipendente americana di nome Larita e la sposa. Viene quindi il momento di presentarla alla famiglia, che vive imbalsamata e preda dei debiti in una splendida villa della campagna inglese. Nonostante Larita faccia buon viso a cattivo gioco, è presto chiaro che la suocera non può vederla e che anche le sorelle di John sono più che mai diffidenti nei suoi confronti. Lo stesso non si può dire, invece, del capofamiglia, un uomo che la guerra ha reso allergico allipocrisia ma non insensibile allintelligenza e allironia involontaria. Stephan Elliott, regista del fortunato Priscilla, la regina del deserto e dellincompreso The Eye, torna sullo schermo dopo dieci anni di latitanza con Easy Virtue, eccellente operazione dadattamento della pièce omonima del commediografo Noel Coward, che in passato aveva già conquistato Alfred Hitchcock (Fragile virtù). Se la storia poggia su un conflitto di civiltà canonico, tra vecchio e nuovo mondo, le tinte con cui lautore inscena tale confronto sono deliziosamente originali e sembrano ricalcare laforisma di Wilde per cui gli inglesi oggigiorno hanno veramente tutto in comune con gli americani, tranne, naturalmente, la lingua. Jessica Biel è lindossatrice ideale dei panni della volitiva Larita, inetta nella nobile arte della sopportazione forzata e interprete dai tempi comici perfetti; Ben Barnes è il maritino plasmabile e naïve; Kristin Scott Thomas e Colin Firth, signori e suoceri, sono il re e la regina della risata a denti stretti. Ma il film non si riduce allo sfoggio di wit né alla rivisitazione in chiave più che mai dinamica dei topoi dellirriverenza a corte (dalla preoccupazione patologica per lanimale domestico alla complicità fisiologica della servitù nel misfatto) ma si addentra, armato di una sottile lama di coltello, ad esplorare le conseguenze più intime di una lotta senza fine tra presente e passato allinterno della coscienza stessa di Larita e va sondando il prezzo e il gusto della libertà, anche e soprattutto in amore. Con Easy Virtue il regista australiano si cala in unepoca passata con il passo curioso e spedito della contemporaneità, ma senza per questo farne unoperetta pop, anzi lucidando il jazz sul grammofono perché possiamo ricordarci dun tratto di tutta lenergia e lafflato di ribellione che già contiene. Nel bel mezzo delleccentricità apparente di Larita, che prende parte alla caccia alla volpe a cavallo di una moto, e delleccentricità reale di una caccia alla volpe punto e basta, Elliot non è certo tipo da sottrarsi alla gara di anticonformismo per nascondersi dietro una regia trasparente. Un tocco di musical, un profumo di bordello francese, una palla di biliardo ed ecco inscenata una lezione di stile, con tanto di approfondimento sullinquadratura sardonica.
Kay Scarpetta / Patricia Cornwell ; traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani
Milano : A. Mondadori, 2009
Abstract: Abbandonato il suo lavoro di patologa forense a Charleston, in South Carolina, Kay Scarpetta viene convocata dal dipartimento di polizia di New York per esaminare un paziente dell'ospedale psichiatrico di Bellevue accusato di omicidio, il quale ha espressamente fatto il suo nome e non intende parlare con nessun altro. Quando entra nella cella, Kay si trova di fronte a un uomo affetto da nanismo, ferito ma ritenuto ancora così pericoloso da trovarsi ammanettato e incatenato. Tuttavia, Oscar Bane sostiene di non essere lui l'autore del delitto e racconta a Kay una storia incredibile, secondo la quale le ferite che ha sul corpo sarebbero sì state provocate durante il delitto di Terri Bridges, la sua ragazza, ma che il responsabile sarebbe qualcun altro. Qualcuno che lo ha spiato, seguito, studiato e che infine ha aggredito lui e Terri. Sembra una storia poco credibile, e Oscar potrebbe facilmente essere uno psicopatico, ma le torture e le mutilazioni che Terri ha subito sono altrettanto al limite dell'incredibile. E poco dopo, un nuovo terribile omicidio viene commesso. Così, assieme allo psicologo forense Benton, da poco suo marito, e Lucy, la nipote anch'essa trasferitasi a New York, Kay comincia un'indagine che attraversa le strade della città e le pieghe più buie di Internet, per scoprire che l'omicida potrebbe essere in realtà molto più vicino di quanto creda. Patricia Cornwell ritorna con una nuova indagine che scava nelle più profonde oscurità umane.
Torino : Einaudi, 2009
Abstract: Venezia, Anno Domini 1569. Un boato scuote la notte, il cielo è rosso e grava sulla laguna: è l'Arsenale che va a fuoco, si apre la caccia al colpevole. Un agente della Serenissima fugge verso oriente, smarrito, l'anima rigirata come un paio di brache. Costantinopoli sarà l'approdo. Sulla vetta della potenza ottomana conoscerà Giuseppe Nasi, nemico e spauracchio d'Europa, potente giudeo che dal Bosforo lancia una sfida al mondo e a due millenni di oppressione. Intanto, ai confini dell'impero, un altro uomo si mette in viaggio, per l'ultimo appuntamento con la storia. Porta al collo una moneta, ricordo del Regno dei Folli. Echi di rivolte, intrighi, scontri di civiltà. Nuove macchine scatenano forze inattese, incalzano il tempo e lo fanno sbandare. Nicosia, Famagosta, Lepanto: uomini e navi corrono verso lo scontro finale. Che segno è quando un arcobaleno appare, non c'è stata pioggia e l'aria è secca e tersa? È quando la terra sta per tremare, e il mondo intero vacilla. Quindici anni dopo, l'epilogo di Q. Wu Ming, il collettivo di scrittori che al suo esordio si firmò Luther Blissett, torna nel mondo del suo primo romanzo.
Sorridi... e preparati a morire! / R. L. Stine ; traduzione di Beatrice Bellini
Milano : Mondadori, 2009
Abstract: Non sembrava una macchina fotografica, era morbida e calda. La strinsi e mi accorsi che si muoveva... pulsava... respirava! La macchina era viva! Poi sentii qualcosa che mi gocciolava sulle scarpe. Guardai in basso: era sangue! L'obiettivo della macchina stava sanguinando! Età di lettura: da 10 anni.
Lontano da lei [Videoregistrazione] = Away from her / regia di Sarah Polley
: Eagle pictures, 2008
Rendition [Videoregistrazione] : detezione illegale / regia di Gavin Hood
: Eagle pictures, [2008]
Abstract: Stati Uniti. Sospettato di essere un terrorista, Anwar El-Ibrahimi, ingegnere chimico di origine egiziana, viene sequestrato da alcuni agenti federali e sottoposto ad uno spietato interrogatorio. Tra coloro che assistono all'ingiusto trattamento riservato ad Anwar, e ad altri come lui, c'è Douglas Freeman, un analista della CIA che prende a cuore la sua causa e cerca di favorirne la scarcerazione. Nel frattempo, Isabelle El-Ibrahimi, ignara della sorte del marito, non avendone più notizie, inizia la sua ricerca disperata. "Se l'incastro delle varie sotto-trame non si limita al solito montaggio contrapposto ma intreccia anche i piani temporali, svelando solo alla fine quale sia la vera collocazione cronologica dell'attentato con cui si apre il film, la regia finisce per essere un po' troppo prigioniera di uno stile prevedibile e artefatto che nei sotterranei della prigione, tra scosse elettriche e catini d'acqua, dà addirittura l'impressione di preoccuparsi più del controluce e del chiaroscuro che del realismo. Finendo per dare l'impressione di edulcorare la realtà e corroborando l'impressione di un film dove, più che denunciare l'inumanità di certe politiche segrete o di certe pratiche antiterroristiche, sia importante un giusto equilibrio tra personaggi positivi e negativi, tra angosce e speranze, tra conformismo diffuso e cocciuta testardaggine. Per fortuna il film è riscattato da un gruppo di volti convincenti e appropriati, dove svettano la razionalità cinica della Streep, la cocciuta determinazione della Witherspoon e i turbamenti morali del giovane funzionario Cia." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 22 ottobre 2007) "Gavin Hood, autore di 'Tsotsi' (premio Oscar), è sudafricano, quindi ha cultura inglese. E infatti nel suo film, denso e teso, coerente e misurato, non ci sono né buoni, né cattivi per partito preso: gli antagonisti hanno pari dignità di nemici, sono sullo stesso piano etico e politico. Basterebbe questo perché 'Rendition', auspichi l'incontro, non lo scontro di civiltà. Per trovare un film di spionaggio a questo livello, senza assurdità da 007, occorre risalire a 'Syriana' di Stephen Gaghan e, prima dell'11 settembre 2001, a 'Spy Game' di Tony Scott. Meno complesso di loro, 'Rendition' è però più efficace per lo spettatore medio, abbastanza superficiale da accontentarsi della didascalia 'Nord Africa' per designare il cuore degli eventi. Vista la realtà alla quale s'accennava all'inizio, il Paese al quale si allude, noto per le prigioni e le torture, potrebbe essere proprio l'Egitto, alla cui disinvolta polizia Yussef Chahine, il più noto regista locale, ha dedicato l'acre 'Chaos'. Il cast di 'Rendition' è vasto e soprattutto ben più noto di quello di 'Chaos', ma anche qui non c'è un vero protagonista: la vicenda è corale e si svolge su due, vicini, piani temporali. Ma questo lo spettatore lo scopre solo alla fine, che è lieta, dunque improbabile. L'analogo 'Missing' di Costa-Gavras (1982), ambientato nel Cile del 1973, non aveva voluto cedere alla tentazione di illudere... Si direbbe l'ottimismo l'unico difetto di 'Rendition', perché 'Rendition' dimostra, per il resto, alta professionalità. Qui, come nei due film succitati e negli inediti 'Redacted' di Brian De Palma e 'In the Valley of Elah' di Paul Haggis, impressiona che cresce sempre il numero di attori, sceneggiatori, produttori, registi e distributori impegnati contro la Casa Bianca. È la quieta insurrezione contro Washington da parte di Hollywood, che così a lungo ne era stata il ministero della Propaganda." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 22 ottobre 2007) "Il secondo film chiamato ad onorare il tappeto rosso è stato 'Rendition', diretto dal sudafricano Gavin Hood e dedicato alla spinosa questione dei sequestri di stato all'epoca del terrorismo. Anche in questo caso, non è possibile gridare al miracolo per colpa della principale malattia del cinema moderno: la prevedibilità... C'è il clima di sospetto dilagante dopo l'11 settembre, c'è il cittadino egizio-americano presunto terrorista, rapito dalla Cia ed estradato in una prigione segreta fuori dagli Usa, c'è una mogliettina terrorizzata e indignata perché lo sa innocente e c'è infine l'agente buono (leale e progressista) che non crede alle accuse e lo libera, consentendogli di rientrare senza macchia nel paese d'adozione che non ha giammai tradito. Tutto banale, ovvio, scorrevole, corretto, con il bonus di ritrovare la venerabile Meryl Streep nell'insolito ruolo di ufficiale cattivissima." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 ottobre 2007) "Il titolo viene da 'extroardinary rendition' (consegna straordinaria), la controversa procedura speciale utilizzata dai Servizi Segreti americani (soprattutto dopo l'11 settembre), contro i presunti terroristi. Le fasi sono arresti coatti, deportazioni in Paesi dove si usa la tortura per ottenere informazioni e detenzioni in condizioni inumane. Fra piani narrativi paralleli e salti temporali, il regista cerca di analizzare un tema difficile come la dicotomia giusto-sbagliato. Punta in alto ma, è il caso di dirlo, non sbaglia. Ed evita l'errore di fornire facili, univoche soluzioni." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 22 ottobre 2007) "Tragedie vere vengono ridotte a melodrammi magari politicamente corretti; ancora una volta si constata che, quando il film è mediocre come 'Rendition', non arriva a provocare indignazione né scandalo né rivolta democratica ma rimane lì inerte." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 22 ottobre 2007) Note - PRESENTATO ALLA II^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' (2007) NELLA SEZIONE 'PREMIÈRE'.
: Universal studios, 2008
Abstract: Tre allegri fannulloni, il timido Elliot, il pigro Sedgewick e George che non ha fiducia in se stesso, sognano una vita da pirati. Il giorno della svolta non arriva mai finché, all'improvviso, i tre vengono catapultati nel diciassettesimo secolo dove vivranno un'avventura da pirati. Affronteranno pericoli e combatteranno contro le loro stesse paure, diventando gli improbabili eroi di una battaglia in difesa della famiglia reale minacciata da un malvagio tiranno.
Certamente, forse [Videoregistrazione] = Definitely maybe / regia di Adam Brooks
: Universal studios, 2008
Abstract: Nei primi anni '90, Will Hayes era un giovane ambizioso arrivato a New York dal Wisconsin per collaborare alla campagna elettorale di Bill Clinton. Ad accompagnarlo nel difficile percorso nel mondo della politica c'era il suo amico Russell McCormack, ma anche tre donne che hanno significato molto nella sua vita, una delle quali è poi diventata sua moglie. Dieci anni dopo, Will è un uomo disilluso dalla carriera altalenante, in procinto di divorziare e padre di una bambina di dieci anni, Maya. Un giorno, la piccola Maya chiede al papà com'era la sua vita prima di sposarsi e come ha conosciuto sua madre. Attraverso la rievocazione degli avvenimenti di quegli anni, Will inizia a rendersi conto che forse non è troppo tardi per ricominciare. "L'espediente narrativo traina fino alla conclusione non sorprendente ma di buon effetto." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 16 maggio 2008) "'Certamente, forse' di Adam Brooks, lanciato come un melassoso film d'amore con una campagna piena di cuoricini, si trasforma quasi in un thriller. E diventa un interessante racconto tutto flashback, in cui il padre rivela se stesso alla figlia. (...) Con questo escamotage, Brooks (sceneggiatore di French Kiss), filma l'amore senza giudicare i protagonisti e trova i tempi giusti, giocando con la comicità. Una piacevole commedia girata con grazia, in cui il regista risponde a una domanda annosa: 'Papà, cos'è l'amore', chiede Maya. La risposta è precisa: 'Un'emozione ribelle alle regole e al buon senso'." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 16 maggio 2008)
L' ultimo padrino [Videoregistrazione] / regia di Marco Risi
: Universal pictures, 2008
Che il velo sia da sposa! / Ghada Abdel Aal ; traduzione dall'arabo (Egitto) di Barbara Teresi
Milano : Epochè, copyr. 2009
Abstract: La protagonista del libro, Bride, «che sarebbe sposa ma in inglese fa più figo e la gente dirà che sono colta», non riesce a trovare marito e continua a ricevere in casa della sua famiglia visite di improbabili pretendenti. Dal cafone al microcriminale, dal bugiardo al logorroico so-tutto-io, dal megatifoso di calcio al «bello e impossibile» innamorato di una collega, l'autrice ci regala in stile ironico e brillante una carrellata di personaggi, spassose caricature di uno stereotipo maschile che travalica le frontiere egiziane. Inoltre, Bride analizza in modo schietto e senza peli sulla lingua gli aspetti della società in cui vive e in cui va «a caccia di marito», un mondo orientale di cui ci offre uno spaccato giovane e attualissimo.
Roma : Newton Compton, 2009
Abstract: Più che una questione di etichetta è una questione di forchetta. È il credo de Il Mangiarozzo, l'antiguida alle osterie e trattorie d'Italia dove il conto è leggero, il servizio familiare, il menù di solida tradizione. Il Mangiarozzo segnala i luoghi dove coltivare il piacere della tavola e del convivio senza dover accendere un mutuo: anche quest'anno, inoltre, alcuni ristoratori hanno accettato di praticare uno sconto o di offrire un generoso assaggio a tutti i clienti che si presenteranno con una copia di questa guida. Ma non basta: Il Mangiarozzo è un saporito viaggio nell'Italia a tavola. È il racconto di donne e uomini per i quali il rapporto con l'agricoltura di specialità diventa menù scandito dalle stagioni, in cui la cucina è vissuta con passione per creare un rapporto fiduciario tra oste e cliente.
Alieni : un mistero fra noi / Enrico Ruggeri ; con Candido Francica
[Milano] : Rizzoli, 2010
Abstract: Siamo soli nell'universo? Entreremo mai in contatto con forme di vita provenienti da mondi lontani? Come cambierebbe la nostra esistenza se potessimo comunicare e interagire con razze aliene? Fin dagli albori della Storia, gli uomini si pongono queste domande. A scatenarle non sono solo l'immensità del cielo e la magnificenza delle notti stellate, ma soprattutto innumerevoli circostanze anomale che si sono verificate nei secoli e nei cinque continenti. Come vanno interpretate le rappresentazioni di navicelle spaziali nei resti della civiltà Maya? Che cosa c'è dietro il culto del cargo, la venerazione di imponenti mezzi di trasporto metallici diffusa presso popolazioni arretrate e isolate in Oceania e a Tahiti? Chi pratica i giganteschi cerchi nel grano, il più recente dei quali, a Chibolton in Inghilterra, riporta informazioni lanciate nello spazio più di vent'anni prima da un radiotelescopio americano? Ma i segni inesplicabili non si fermano qui. Tante persone hanno avuto il coraggio di raccontare - esponendosi spesso all'accusa di mitomania -incontri più o meno ravvicinati con creature mai viste prima sulla Terra. Durante la trasmissione tv Mistero, Enrico Ruggeri ha affrontato tutti questi argomenti e ha raccolto anche drammatiche testimonianze dirette, come quella di Giovanna che ha riferito di essere stata violentata ripetutamente dagli alieni.
Le quattro stagioni di Boscodirovo e altre storie / Jill Barklem
EL, copyr. 2000
Abstract: Un'antologia che raccoglie le storie dei topolini di Boscodirovo che celebrano il rispetto della natura, il valore dell'amicizia e il senso di comunità. La piccola e operosa comunità, che vive in armonia con i vicini, valorizza al massimo quello che ogni stagione ha da offrire.
Fortapasc [Videoregistrazione] / regia di Marco Risi
: 01 Distribution, 2009