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Abstract: "Nel Civico Planetario tutto è illusione", se il cielo e le stelle e il paesaggio tutto non sono che ricostruzione e proiezione, come forse accade anche nel linguaggio poetico. Ma si tratta di un'illusione felice, che produce senso e luce, e che si riverbera sull'esistente, colto come in una miniatura: "e chi miniando sfavilla / meravigliato un paesaggio". Così la "fisionomia imprevedibile dei versi" compone il libro forse più alto ed esatto di Andrea Gibellini; un libro che, nel suo "imperfetto alfabeto di fuoco", dichiara con fermezza di non voler "dire le cose della cronaca", e tuttavia sa interpretare struggevolmente la nostalgia del presente; un libro in cui si colgono i frammenti di un dialogo a distanza con gli autori amati (Mandel'štam, René Char, Vittorio Sereni, quella "scuola emiliana" più volte richiamata, e l'ultimo accorato omaggio a Francesco Scarabicchi; ma si sente anche l'eco non lontanissima di Andrea Zanzotto e la netta presa di distanza da ogni accademismo), frammenti tuttavia reinterpretati in una pronuncia originale. Un libro, infine, in cui l'ordine mirabile delle cose è costantemente attraversato da un soffio inquieto, che non consente al testo di ripiegarsi in elegia, se "il fine dell'arte è l'agitazione, / non so come spiegartelo, / rendertelo visibile // inserendo nell'apparente cielo terso / una scossa interiore senza fine".Fabio Pusterla
Titolo e contributi: Planetario
Pubblicazione: Marcos y Marcos, 10/12/2024
EAN: 9788892940956
Data:10-12-2024
"Nel Civico Planetario tutto è illusione", se il cielo e le stelle e il paesaggio tutto non sono che ricostruzione e proiezione, come forse accade anche nel linguaggio poetico. Ma si tratta di un'illusione felice, che produce senso e luce, e che si riverbera sull'esistente, colto come in una miniatura: "e chi miniando sfavilla / meravigliato un paesaggio". Così la "fisionomia imprevedibile dei versi" compone il libro forse più alto ed esatto di Andrea Gibellini; un libro che, nel suo "imperfetto alfabeto di fuoco", dichiara con fermezza di non voler "dire le cose della cronaca", e tuttavia sa interpretare struggevolmente la nostalgia del presente; un libro in cui si colgono i frammenti di un dialogo a distanza con gli autori amati (Mandel'štam, René Char, Vittorio Sereni, quella "scuola emiliana" più volte richiamata, e l'ultimo accorato omaggio a Francesco Scarabicchi; ma si sente anche l'eco non lontanissima di Andrea Zanzotto e la netta presa di distanza da ogni accademismo), frammenti tuttavia reinterpretati in una pronuncia originale. Un libro, infine, in cui l'ordine mirabile delle cose è costantemente attraversato da un soffio inquieto, che non consente al testo di ripiegarsi in elegia, se "il fine dell'arte è l'agitazione, / non so come spiegartelo, / rendertelo visibile // inserendo nell'apparente cielo terso / una scossa interiore senza fine".Fabio Pusterla
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