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Abstract: "Se oggi mi chiedo quale fu il vero movente che mi ha portato in autunno dal Canton Ticino a Norimberga – un viaggio durato due mesi – mi coglie l'imbarazzo" scrive Hermann Hesse all'inizio di questo libro di memorie. Nel 1925 aveva deciso infatti di lasciare il suo eremo in Svizzera e di accogliere l'invito a tenere una serie di pubbliche letture in Germania: proprio lui che riconosceva di essere "un uomo restio ai viaggi e alle frequentazioni umane", lui che trovava la prospettiva di esibirsi in pubblico "talvolta spaventosa". Non era d'altro canto un momento qualsiasi: "... la vita mi costava un'insolita, eccessiva fatica, e ogni idea di cambiamento, trasformazione, fuga non poteva che essermi gradita". Una fuga, però, da indugiante, meditabondo flâneur, fatta di soste prolungate e deviazioni e incontri con vecchi amici, che lo conduce da Locarno a Zurigo, da Baden alla natia Svevia, da Ulma ad Augusta e a Norimberga, per terminare infine a Monaco, con la visita a Thomas Mann. Un viaggio, "in sé insignificante e fortuito", che diventa una discesa nel passato e nella propria coscienza, e si traduce in un'intensa confessione intima, dove Hesse ci parla dei suoi amori letterari – primo fra tutti Hölderlin, fatale scoperta infantile – e dell'avversione per il mondo moderno; dell'insofferenza per "la fabbrica culturale" ("nessuno è più vanitoso, nessuno più assetato di plauso e consenso dell'intellettuale") e del penoso fardello della fama – e, quale antidoto alla disperazione, dell'umorismo, "ponte sospeso sopra il baratro tra realtà e ideale".
Titolo e contributi: Viaggio a Norimberga
Pubblicazione: Adelphi, 31/01/2019
EAN: 9788845933394
Data:31-01-2019
"Se oggi mi chiedo quale fu il vero movente che mi ha portato in autunno dal Canton Ticino a Norimberga – un viaggio durato due mesi – mi coglie l'imbarazzo" scrive Hermann Hesse all'inizio di questo libro di memorie. Nel 1925 aveva deciso infatti di lasciare il suo eremo in Svizzera e di accogliere l'invito a tenere una serie di pubbliche letture in Germania: proprio lui che riconosceva di essere "un uomo restio ai viaggi e alle frequentazioni umane", lui che trovava la prospettiva di esibirsi in pubblico "talvolta spaventosa". Non era d'altro canto un momento qualsiasi: "... la vita mi costava un'insolita, eccessiva fatica, e ogni idea di cambiamento, trasformazione, fuga non poteva che essermi gradita". Una fuga, però, da indugiante, meditabondo flâneur, fatta di soste prolungate e deviazioni e incontri con vecchi amici, che lo conduce da Locarno a Zurigo, da Baden alla natia Svevia, da Ulma ad Augusta e a Norimberga, per terminare infine a Monaco, con la visita a Thomas Mann. Un viaggio, "in sé insignificante e fortuito", che diventa una discesa nel passato e nella propria coscienza, e si traduce in un'intensa confessione intima, dove Hesse ci parla dei suoi amori letterari – primo fra tutti Hölderlin, fatale scoperta infantile – e dell'avversione per il mondo moderno; dell'insofferenza per "la fabbrica culturale" ("nessuno è più vanitoso, nessuno più assetato di plauso e consenso dell'intellettuale") e del penoso fardello della fama – e, quale antidoto alla disperazione, dell'umorismo, "ponte sospeso sopra il baratro tra realtà e ideale".
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