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Abstract: Se è vero che il calcio è lo specchio di un Paese, siamo messi male. Per fortuna, il calcio sta peggio del nostro Paese. E non parliamo di scommessopoli o delle frequenti inchieste finanziarie, ma di ciò che, in fondo, caratterizza ogni sport: il momento collettivo, il rito imprescindibile della partita. In Italia, ogni domenica - o venerdì, sabato, lunedì, mercoledì come Signora Televisione comanda -, si gioca in stadi deserti, grigi, vecchi, brutti, addirittura chiusi al pubblico. Perché si è arrivati a tanto? Colpa degli ultras, dicono in molti. Colpa delle televisioni, ribattono altri. Colpa di tutti, fuorché di chi ha veramente colpa, ovvero di chi questo sistema poteva riformarlo, cambiarlo, o almeno non peggiorarlo. E invece per anni si sono susseguite decine di leggi cervellotiche, demagogiche, inutili e dannose, nel silenzio generale di una stampa (con poche virtuose eccezioni) sempre troppo allineata alle posizioni ufficiali. Così il calcio italiano si è impoverito, e gli stadi hanno perso pubblico e fascino. "A porte chiuse" è lo sfogo di due tifosi che hanno amato e amano visceralmente l'esperienza dello stadio, ma è anche una vera e propria opera di controinformazione che farà aprire gli occhi (a chi è disposto a farlo) sullo stato comatoso del mondo del pallone. Punta il dito su responsabili e complici di questo disastro, semplicemente mettendo in fila una serie di fatti e circostanze avvenuti negli ultimi anni: dall'introduzione della Tessera del tifoso, strumento utile soltanto a svuotare stadi già vuoti, al famigerato DASPO, inefficace provvedimento lava-coscienze; dalle grottesche ordinanze che vietano le trasferte ai tifosi (compresa quella ai "noti facinorosi" ultras dell'hockey su pista ) agli incredibili casi di mala informazione. Racconta cose che dovrebbero essere note a tutti, ma in Italia non lo sono, visto che da noi si è sempre preferito evitare di parlarne. Perché? Rispondere a questa domanda potrebbe essere il primo passo per avere un calcio (e forse un Paese) migliore.
Titolo e contributi: A porte chiuse. Gli ultimi giorni del calcio italiano
Pubblicazione: Sperling & Kupfer, 25/09/2013
EAN: 9788820050870
Data:25-09-2013
Se è vero che il calcio è lo specchio di un Paese, siamo messi male. Per fortuna, il calcio sta peggio del nostro Paese. E non parliamo di scommessopoli o delle frequenti inchieste finanziarie, ma di ciò che, in fondo, caratterizza ogni sport: il momento collettivo, il rito imprescindibile della partita. In Italia, ogni domenica - o venerdì, sabato, lunedì, mercoledì come Signora Televisione comanda -, si gioca in stadi deserti, grigi, vecchi, brutti, addirittura chiusi al pubblico. Perché si è arrivati a tanto? Colpa degli ultras, dicono in molti. Colpa delle televisioni, ribattono altri. Colpa di tutti, fuorché di chi ha veramente colpa, ovvero di chi questo sistema poteva riformarlo, cambiarlo, o almeno non peggiorarlo. E invece per anni si sono susseguite decine di leggi cervellotiche, demagogiche, inutili e dannose, nel silenzio generale di una stampa (con poche virtuose eccezioni) sempre troppo allineata alle posizioni ufficiali. Così il calcio italiano si è impoverito, e gli stadi hanno perso pubblico e fascino. "A porte chiuse" è lo sfogo di due tifosi che hanno amato e amano visceralmente l'esperienza dello stadio, ma è anche una vera e propria opera di controinformazione che farà aprire gli occhi (a chi è disposto a farlo) sullo stato comatoso del mondo del pallone. Punta il dito su responsabili e complici di questo disastro, semplicemente mettendo in fila una serie di fatti e circostanze avvenuti negli ultimi anni: dall'introduzione della Tessera del tifoso, strumento utile soltanto a svuotare stadi già vuoti, al famigerato DASPO, inefficace provvedimento lava-coscienze; dalle grottesche ordinanze che vietano le trasferte ai tifosi (compresa quella ai "noti facinorosi" ultras dell'hockey su pista ) agli incredibili casi di mala informazione. Racconta cose che dovrebbero essere note a tutti, ma in Italia non lo sono, visto che da noi si è sempre preferito evitare di parlarne. Perché? Rispondere a questa domanda potrebbe essere il primo passo per avere un calcio (e forse un Paese) migliore.
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