Questo sito non utilizza cookie di profilazione, ma solo cookie tecnici ai fini del corretto funzionamento delle pagine. Per maggiori informazioni consulta l'informativa sul trattamento dei dati personali per gli utenti del sito internet
E' possibile raffinare la ricerca cliccando sui filtri proposti (nella colonna a sinistra, se navighi da PC, o in fondo alla pagina, se navighi da mobile), oppure utilizzando il box di ricerca veloce o la relativa ricerca avanzata.
Trovati 37825 documenti.
FOLLIA d'amore [Videoregistrazione / regiadi Robert Altman
Abstract: L'attrice Elena Gloria, amante di Lauro Palma, è stanca di questo amore e si lascia corteggiare da altri uomini. Note LUNGHEZZA: 850 METRI.
PICKPOCKET [Videoregistrazione / regia di Robert Bresson
Abstract: Michel, è orgogliosamente convinto di essere al di sopra della giustizia e del resto dell'umanità. Diventa borsaiolo di professione e insieme a due complici frequenta luoghi affollati, come l'ippodromo e la stazione, dove compie i furti. Incurante dei consigli dei suoi amici Jeanne e Jacques viene arrestato. Quando Jeanne va a trovarlo in carcere, Michel si rende conto di amarla. Note IN ITALIA IL FILM NON E' MAI USCITO NELLE SALE. NEL GIUGNO 1965, IN OCCASIONE DI UNA RETROSPETTIVA DEDICATA AL REGISTA, NE E' STATA TRASMESSA IN TELEVISIONE UNA VERSIONE DOPPIATA.
APOCALYPSE now [Videoregistrazione / regia di Francis Ford Coppola
Abstract: A Saigon il cap. Willard dei servizi speciali riceve l'ordine di risalire un fiume della Cambogia, raggiungere il colonnello Kurtz, che sta combattendo una sua feroce guerra personale, ed eliminarlo. Ispirato a Cuore di tenebra (1902) di Joseph Conrad, sceneggiato da J. Milius, splendidamente fotografato da V. Storaro, è il più visionario e sovreccitato film sul Vietnam, trasformato in mito. Delirante, eccessivo, diseguale, ricco di sequenze straordinarie, assai discusso e talvolta estetizzante nel suo ostentato brio stilistico, nella sua spropositata ambizione di grandiosa complessità. È una riflessione amara, forse disperata, sull'imperialismo USA, erede del colonialismo europeo, sulla follia omicida della civiltà occidentale, sul legno storto dell'umanità. Palma d'oro a Cannes, ex aequo con Il tamburo di latta. 2 Oscar: Vittorio Storaro (fot.) e Walter Murch (suono).
The ITALIAN job [Videoregistrazione / regia di F. Gary Gray
Abstract: Il ladro professionista Charlie Croke ha avuto un'idea geniale: un colpo audace, geniale, perfetto, ai danni di un palazzo di Venezia che ha fruttato ai suoi autori un enorme quantitativo di lingotti d'oro, contropartita di un importante accordo commerciale fra Italia e Cina. Quello che, tuttavia, Charlie e la sua banda - il basista Steve, l'informatico Lyle, l'autista Handsome Rob, l'esperto di esplosivi Left-Ear e lo scassinatore John Bridger - non si aspettano è che uno di loro possa fare il doppio gioco per impadronirsi dei lingotti. Subita la beffa, il gruppo decide di riorganizzarsi contando anche su Stella, una bellissima scassinatrice dai nervi d'acciaio. Ora Charlie ed i suoi hanno un nuovo obiettivo: seguire il traditore a Los Angeles e cercare di tornare in possesso dei lingotti. Il passo successivo è quello di bloccare il traffico della città manipolando i semafori e creando uno dei più grossi ingoghi stradali della storia. "La tendenza a girare nuove versioni di vecchi film italiani dilaga. Accade in 'The Italian Job', spettacolare film d'azione camuffato da grande produzione. Di italiano c'è solo una frettolosa sequenza iniziale, girata nei canali di Venezia. (...) Il regista F. Gary Gray non è uno sprovveduto, gioca sapientemente con i primi piani, alternati a sciabolate spettacolari. Un buon cast capitanato dal muscolare pensoso Mark Wahlberg". (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 11 luglio 2003) "Il problema è che la scrittura del film è ai minimi termini, i dialoghi sono zeppi di insopportabili ehi, ehi, ehi secondo il peggior manierismo hollywoodiano. L'eroe è l'ex porno divo di 'Boogie Nights' Mark Whalberg, offuscato da Jason Stathman, nuovo macho che muove svelto le mani, ma tutto il rinomato cast non sembra granché convinto di un raccontino molto banale, che ristagna al centro, con lunghi qui pro quo di torti e ragioni e i lingotti che attendono di rispuntar fuori le casse. La bionda Charlize Theron è usata come esca in un suspense spesso prevedibile e in cui tutto si concentra nell'ultima mezz'ora di spot a turbo, nei crash negli incroci di auto, elicotteri e metropolitane nel caos losangelino. Il meglio è un magnifico attrezzo per manipolare il traffico a piacere agendo su segnaletica e semafori; quanti punti vale sulla patente?". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 12 luglio 2003) "Come rappresentante del filone oggetto di revival, 'The Italian Job' condivide un po' la sorte dei film di spionaggio: più si fa povero d'anima, più si dà da fare per mascherarlo con gadget, botti, corse e stratagemmi drammaturgici di repertorio. Se le ultime avventure di 007 sono sponsorizzate fino all'esagerazione, questo sembra un promo unico per la Mini: in tre varianti cromatiche, la piccola auto è molto più protagonista della seconda parte del film di quanto lo siano in fondo i personaggi umani, interpretati da attori bellocci ma che non grondano propriamente comunicativa. Di spot, però, ce ne passa già la tivù, e in quantità industriali. Andarseli a vedere pagando il biglietto, sembra davvero troppo". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 12 luglio 2003) "Attori di qualità, regia fantastica: F. Gary Gray, trentenne, multipremiato per i video musicali di Mtv, ha la passione del cinema di genere e delle varianti che al genere si possono apportare, ha diretto 'The Negotiator', 'Set Off', 'Il risolutore', ha scelto per questo 'The Italian Job' di non utilizzare gli effetti speciali ma di ricorrere al massimo a qualche stuntmen, è capace di rendere interessante persino un'inquadratura in cui si vedano esclusivamente un'automobile ferma o un bicchiere posato sul tavolo". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 18 luglio 2003) "Gray non è un regista dozzinale ma sarà che c'è l'insopportabile Wahlberg, sarà che Norton recita perché obbligato da un contratto e si vede, ma tra inseguimenti, romanticismi e criminali cool alla 'Ocean's Eleven' (sempre più citato e copiato), 'The Italian Job' non va da nessuna parte. Né bello, né brutto. Un prodotto usa e getta come tanti, troppi, film targati Hollywood degli ultimi mesi. Il giovane Gray deve ancora trovare un equilibrio tra cinema di genere puro e il realismo gangsta rap degli esordi 'Ci vediamo venerdì' e 'Set It Off'. Corre il rischio di rimanere un'eterna promessa". (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 5 settembre 2003) Note - REMAKE DI "UN COLPO ALL'ITALIANA" DI PETER COLLINSON (1969) CON MICHAEL CAINE.
L' AMORE molesto [Videoregistrazione / regia di Mario Martone
Il CLUB degli imperatori [Videoregistrazione / regia di Michael Hoffman
Abstract: Scuola San Benedict, West Virginia. Nella classe di William Hundert, docente di storia latina e greca, arriva Sedgewick Bell, un giovane espansivo ma insofferente. Hundert fatica a contenerne gli eccessi, parla con il padre di lui, senatore dello Stato, ma non ottiene risultati positivi. Il momento centrale dell'attività didattica è il titolo di Giulio Cesare, assegnato a chi dimostra migliori conoscenze della storia antica classica. Bell entra tra i tre finalisti, ma qui Hundert, accortosi che sta barando, lo mette in difficoltà con una domanda non prevista e la vittoria va al giovane Deepak. Nella primavera del 1976, Bell si diploma. Passano 25 anni. Alla morte del preside Wooldbridge, Hundert pensa di essere chiamato a sostituirlo, ma il Consiglio sceglie un altro. Andato in pensione, Hundert viene richiamato il giorno in cui la scuola vuole ripetere la gara di tanti anni prima, in vista di una donazione che il ricco Bell ha promesso. Hundert formula le domande, e ancora una volta si accorge che Bell imbroglia. Il vincitore è di nuovo Deepak, ma Bell approfitta dell'occasione per annunciare la propria candidatura al seggio da senatore che era stato del padre.
MASTER and commander [Videoregistrazione = Sfida ai confini del mare / regia di Peter Weir
VIA dall'incubo [Videoregistrazione / regia di Michael Apted
Abstract: Da quando Slim ha incontrato Mitch, un ricco e affascinante imprenditore, sembra aver trovato finalmente la felicità: si è sposata, ha una bella casa e un'adorabile figlioletta, Grace. Ad un certo punto però le cose cambiano e Slim si rende conto che non sono affatto così idilliache. Suo marito ha una doppia personalità e dietro l'aspetto del tranquillo padre di famiglia si nasconde un uomo sinistro e manipolatore. Per proteggere se stessa e soprattutto la piccola Grace decide di scappare e cambiare identità. Purtroppo Mitch non sembra rassegnarsi all'idea di lasciarla in pace e Slim cambia tattica, smette di fuggire e combatte con tutte le sue forze. "Un regista e uno sceneggiatore di provato talento si sono bevuti il cervello: 'Via dall'incubo' è un remake inconfessato di 'A letto con il nemico', dove era Julia Roberts a vedersela con il consorte-bestia; ma ancora peggiore (il che è tutto dire). Dalla prevedibilità delle situazioni alla musica tonitruante, dalla peggiore delle recitazioni a un epilogo stile Chuck Norris, nulla del repertorio da supermercato del genere 'action-suspense' è risparmiato allo spettatore, già provato dal subisso di telefilm sullo stesso genere che si vede ammannire sul piccolo schermo. E che dire di Jennifer Lopez? Rinnegando il passato sexy e le intemperanze dei suoi amici rapper, la supermediatizzata J. Lo. Doveva essere in cerca del film che le garantisse la nuova legittimazione morale. Ne ha trovato uno perfetto: ipocrita, lacrimevole, reazionario anche per i benpensanti". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 29 novembre 2002) "Ma si può concepire il conflitto tra i sessi come una gara a chi ce l'ha più forte (il pugno)? ( ) Per evitare di lasciare allo spettatore anche quel secondo di tempo per pensare e dire: ma siamo impazziti? sceneggiatore (Nicholas Kazan) e regista spingono sul botta e risposta dei dialoghi e sul commento musicale, muscolare, invadente, e carico di assurda aggressività in risonanza con i calci che si prepara a sferrare la fanciulla. Più elegante, d'iperbolica verità, 'La guerra dei Roses'. I tempi cambiano. In peggio". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 29 novembre 2002) "Il thriller familiare 'Via dall'incubo' è una coazione a ripetere della sua più classica ed effettistica suspense cinematografica, tutta esteriore, anche se non priva di una sua efficace adrenalina nei confronti della povera donna. Scrive il copione il figlio di Elia Kazan, Nicholas, lo dirige un regista che una volta aveva altri ideali di cinema, Michael Apted. La Lopez si sfrutta al massimo personale e sindacale, Billy Campbell è il maniaco della porta accanto, Juliette Lewis (rediviva), l'amica per la pelle e Dan Futterman, il fedele ex, tutti incastrati dal ritmo e dal montaggio". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 30 novembre 2002) "Un thriller abbastanza monotono in cui la suspense si stempera nella ripetizione delle situazioni. I nervi tesi, i muscoli contratti, i colpi di scena servono a prendere tempo prima del match finale. La sceneggiatura salta qua e là, pasticcia con il tempo narrativo, inserisce figure minori non interessanti. Jennifer Lopez è inchiodata al suo standard di attrice modestissima". (Enrico Magrelli, 'Film Tv', 3 dicembre 2002) Note L'ATTORE BILL CAMPBELL E' ACCREDITATO COME BILLY CAMPBELL
NOI siamo le colonne [Videoregistrazione / regia di Alfred Goulding
Abstract: Il film è senz'altro uno dei migliori della coppia Laurel & Hardy, e il penultimo girato per il produttore Hal Roach, che, insieme al regista e sceneggiatore Leo McCarey, aveva avuto lidea di unirli nel 1927. La trama è la seguente: Dopo aver tentato invano di fare i camerieri, Stanlio e Ollio si adattano a fare gli spazzini, e quando involontariamente sventano un colpo in banca, ricevono come premio l'iscrizione all'università di Oxford. Qui sono preda degli scherzi degli studenti, fino a quando Stanlio, per aver picchiato la testa contro la finestra, si trasforma in lord Paddington, nobile e coltissimo snob inglese che costringe Ollio a fargli da cameriere. Almeno fino al prossimo colpo di testa.... La prima parte del film, davvero spassosa, è ripresa dalla vecchia comica From Soup to Nuts (Pranzo di gala, 1928), sempre interpretata dai due comici. Esilarante la scena in cui Oliver e Stan, si improvvisano rispettivamente maggiordomo e cameriera (spassosissimo Stan travestito da donna, con tanto di parrucca a riccioli biondi). Stan prende alla lettera lordine del padrone di portare linsalata "senza niente" (la battuta ha più effetto nella versione originale, in cui a Stan viene chiesta "the salad undressed", che significa "insalata senza condimento", ma letteralmente "insalata senza vestiti"), e serve così in tavola in calzamaglia e busto con pizzi, causando lo svenimento della padrona. Naturalmente i due verranno rincorsi dal padrone col fucile. Sempre divertentissima la seconda parte del film ambientata ad Oxford, dove i nostri due buffi amici vanno con l'intento di "istruirsi". Particolarmente spassosa è la scena del labirinto: persi nel labirinto adiacente all'Università, i due si siedono ormai stanchi su una panchina con alle spalle una alta e folta siepe; uno studente si posiziona dietro la siepe e allunga le braccia facendo credere a Stan di avere più mani, per esempio gli gratta il ginocchio e gli regge il sigaro, portandolo così ad una grande confusione, e alla paura finale quando si fa vedere dai due travestito da fantasma. Indimenticabile poi linterpretazione genialmente autoironica di Stan dello snob inglese che comanda a bacchetta il valletto Oliver. Insomma nel film vi è una maggiore cura delle gag e delle situazioni comiche (sono ancora i tempi in cui Stan si occupava di sceneggiatura, regia e montaggio), tutte perfettamente legate, alfine da garantire unottima realizzazione e unora di spasso per grandi e piccini.
I GIOIELLI dei Caraibi [Videoregistrazione / prodotto da National Geographic Society
: National Gegraphic, 1994
HULK [Videoregistrazione / regia di Ang Lee
Abstract: In California, il giovane scienziato Bruce Banner accusa qualche problema di controllo dell'ira. Dietro la sua vita di brillante e apprezzato ricercatore nel campo dell'ingegneria genetica si nasconde un passato doloroso e mai del tutto dimenticato. Betty Ross, sua collega, era fidanzata con lui ma ora non sa come mandare avanti un rapporto fin troppo passivo. Così non può fare nulla quando Bruce dà il via ad uno dei suoi esperimenti scientifici. Una svista produce una situazione esplosiva. Con un gesto eroico Bruce salva una vita umana ma il suo corpo assorbe una dose letale di radiazioni gamma. Arrivano attacchi di nausea e momenti di perdita di coscienza. Bruce avverte una strana presenza dentro di sé, un estraneo che in certi momenti ha la prevalenza e si sostituisce a lui. Quando una enorme creatura, brutale e violenta, esce dal laboratorio di Bruce dopo averlo distrutto, l'esercito è chiamato ad intervenire al comando del generale Ross, padre di Betty, e con la consulenza di Glenn Talbot, scienziato rivale di Bruce. Mentre l'ufficiale e Talbot vogliono imprigionarlo al più presto, Bruce/Hulk capisce che tutto questo è cominciato molti anni prima, con gli esperimenti genetici avviati dal padre. Il confronto con lui appare sempre più inevitabile e indispensabile. Quando, dopo altre fughe e inseguimenti sui saliscendi di Los Angeles e sotto il Golden Gate, i due sono di fronte, il padre David gli dice che i suoi esperimenti erano rivolti a migliorare la natura umana oltre i confini imposti da Dio e che bisognava applicarli prima che l'inutile religione della civiltà infettasse gli uomini. Ma ora David rimane vittima della propria rabbia e soccombe. Un anno dopo, nella giungla Bruce è intento a distribuire medicine agli indios. Arrivano guerriglieri, lo minacciano, ma lui reagisce a modo suo. "Intorno a questo magnifico personaggio da fumetto, l'Incredibile Hulk, la forza primigenia in lotta vittoriosa contro la civilizzazione e la tecnologia, il regista di Taiwan Ang Lee e i suoi sceneggiatori hanno costruito un lieto fine e un bozzolo di banale psicologismo, forse nell'idea di nobilitare la vicenda (o per limitare la costosa e difficile presenza di Hulk sullo schermo): le colpe dei cattivi padri ricadono sui figli (anche Betty Ross ha un padre dittatoriale, generale dell'esercito); la rabbia è barbarie, l'ira è violenza; Hulk può rappresentare la volontà di potenza degli scienziati; le manipolazioni genetiche sono un'arma distruttiva quanto la bomba atomica; la rigenerazione dei tessuti è una forma di immortalità. Tutte cose magari giuste ma ovvie, che non reggono al confronto con le grandi scene d'azione con Hulk protagonista; così come la suddivisione dello schermo in diverse parti non regge al confronto con gli effetti speciali che danno vita al Colosso Verde". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 25 agosto 2003) "Il cinema, estinta la vena degli eroi, si appresta a prosciugare quella dei supereroi allevati dal mondo dei fumetti. La Marvel e altre case editrici sono la nuova cassapanca della nonna dalla quale ripescare i vecchi album, le inverosimili storie di creature disumane e sovrumane, spesso con una doppia personalità. Trasportare l'ingombrante e arrabbiatissimo Hulk, l'incredibile gigante dalla forza devastante, poteva rivelarsi oltre che un trasporto eccezionale in cui i computer e i tecnici degli effetti speciali avrebbero potuto essere le uniche vere star del film, un fallimento. Così non è. Il merito va agli effetti speciali e ad Ang Lee. Il reparto tecnologico e visivo ha fatto un ottimo lavoro e il regista ha diretto un film doppio, quasi pensando a un pubblico più adulto e ai teenager: azione e sentimento, scene domestiche ed edipiche con due figure paterne accomunati da un'austera anaffettività, pathos e salti-sfondamenti capriole-distruzioni-rigenerazioni di pelle e tessuti-voli nell'alto dei cieli-tuffi". (Enrico Magrelli, 'Film Tv', 2 settembre 2003) "Se 'Hulk' tarda una quarantina di minuti a decollare, limitandosi a porre le premesse alla genesi del (buon)mostro, la seconda parte sembra un altro film. Nei primi quaranta minuti, Lee cerca di impiegare ragione e sentimento per reinventare il mito mettendone in luce il lato umano: dedica una parte sostanziale alla storia d'amore di Eric con la collega Betty, si sofferma soprattutto sui rapporti tra figli e genitori. Malauguratamente, adotta un'impostazione psicanalitica freudiana alquanto caricaturale, sia per quanto riguarda i Banner, sia per la coppia costituita da Betty e dall'ottuso generale che le è padre. Quel che viene dopo è una sagra di effetti speciali, naturalmente ben fatti (e ci mancherebbe...) ma tali da vietare allo spettatore qualsiasi contributo d'immaginario. Bollato come arma di distruzione di massa, Hulk è braccato nel deserto dai carri armati e dall'aviazione americana, incaricate di eliminare la - inesistente - minaccia. Il gigante fa volteggiare i carri e si aggrappa ai caccia, castigando gli antipatici militari ma senza riuscire a produrre alcuna emozione nello spettatore. Segue un epilogo che lascia aperta la porta alla speranza, nonché a probabili puntate successive. Leggermente svogliato, Ang sceglie soluzioni di regia più facili del suo solito, a cominciare da un uso insistito dello 'split screen' (lo schermo suddiviso in più immagini) che evoca l'impaginazione delle tavole a fumetti". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 30 agosto 2003) Note - STAN LEE FIGURA TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI.
NON ci resta che piangere / regia di Massimo Troisi e Roberto Benigni
Abstract: Partiti in automobile da Frittole (FI), Saverio (Benigni), maestro elementare, e Mario (Troisi), bidello, si ritrovano per uno strano scherzo del caso nel 1492. Decidono di recarsi a Palos, in Andalusia, per fermare Cristoforo Colombo e impedirgli di scoprire le Americhe. Incontrano Leonardo da Vinci che inventa il treno. Divertente, anemico, senza spessore, mette a frutto tutta la simpatia e l'estro dei 2 protagonisti, autori (con Giuseppe Bertolucci), attori, registi. In termini circensi, Benigni è il clown, Troisi l'Augusto.
MAYA [Videoregistrazione : l'alba di una civilta'
: National geographic video, 2005
Abstract: Un uomo e il suo cane da combattimento. Il filmato mostra il legame tra loro e i tre giorni di preparazione prima del feroce scontro. Note - PRESENTATO IN CONCORSO AL 63. FESTIVAL DI CANNES (2010) NELLA SEZIONE 'CORTOMETRAGGI'.
Il QUARTO angelo [Videoregistrazione = The fourth angel / regia di John Irvin
Abstract: Jack, giornalista inglese di successo vede morire moglie e due figlie durante un dirottamento, salva il bimbo più piccolo. I terroristi, serbi, sono catturati, ma misteriosamente subito rilasciati. Jack è furibondo, vuole giustizia. Grazie alle cospicue conoscenze riesce ad avere qualche informazione. Insomma fra Parigi e Londra scova gli assassini e comincia a uccidere. Sospettato e aiutato da un agente FBI (Whitaker) alla fine scopre che "sotto" c'era tutt'altro: il denaro non la politica e il solito agente Cia deviato. Regia piatta e plot stravisto, con Irons, proprio a disagio, a metà strada fra Bronson dei Giustiziere della notte e Gibson degli Arma letale.
ROMEO e Giulietta [Videoregistrazione / regia di Franco Zeffirelli
Abstract: Felice trasposizione della famosa messinscena teatrale (1960) di Zeffirelli all'Old Vic di Londra: scattante, appassionata, giovanile (con gli interpreti principali sotto i vent'anni in regola con l'età dei personaggi). La bella fotografia di Pasqualino De Santis e i costumi di Danilo Donati vinsero un Oscar, ma furono candidati il film stesso e il regista. Il ritmo è così fervido che importa poco se i 2 protagonisti sono soltanto in parte all'altezza dei personaggi. Sono una trentina le trasposizioni cinematografiche (non tutte, però, tratte da Shakespeare) della storia degli amanti di Verona. La versione inglese è di 152 minuti.AUTORE LETTERARIO: William Shakespeare
L' UOMO bicentenario [Videoregistrazione = Bicentennial man / regia di Chris Columbus
Le NOTTI di Cabiria [Videoregistrazione / regia di Federico Fellini
Abstract: Cabiria è una prostituta che, nonostante le difficoltà che ha vissuto, non ha perso l'ottimismo e la capacità di sognare. Proprio per la sua ingenuità, la maggior parte delle volte, va incontro a grosse delusioni: perfino il suo 'protettore', che proclama di amarla, non esita a gettarla nel fiume per rubarle la borsa piena dei soldi guadagnati durante la serata. Una sera, dopo l'ennesima delusione, Cabiria vede una processione composta da uomini e donne, diretta al Santuario del Divino Amore e vi si unisce pregando la Madonna che la aiuti a cambiare vita. Ma ben presto lo sconforto ha il sopravvento. Desiderosa di innamorarsi, si ritroverà in un cinema-teatro di periferia pronta a essere ingannata per l'ennesima volta. Sarà di nuovo il suo ottimismo a non permetterle di smettere di sorridere... "Nonostante la sua struttura episodica l'arco narrativo è rigoroso e armonico, paragonabile a una sinfonia in cui i diversi tempi (gli episodi) si allacciano l'uno all'altro, distaccati ma complementari, per analogia o per contrasto, tutti convergenti alla definizione sempre più approfondita del personaggio principale e del suo destino". (Morando Morandini, "La Notte", 10 ottobre 1957). "Il poetico, lunare personaggio (Cabiria) non poteva essere espresso che dal cinematografo, ma nel medesimo tempo da un regista come Fellini, perché solo un artista poteva evitare, come qui è avvenuto, il duplice pericolo del poeticismo, che avrebbe falsato il personaggio, e quello della realtà triviale, che l'avrebbe reso insopportabile". (Pietro Bianchi, "Il Giorno", 12 maggio 1957). "S'è parlato di momenti ricorrenti nell'opera di Fellini, messi ulteriormente in evidenza da quest'ultimo suo film. Non pensiamo che qualcuno abbia voluto vedere in ciò il segno del limite e della stanchezza [...]; per conto nostro comunque siamo convinti si tratti di caratteristiche poetiche della sua personalità. Il sapore delle spiagge brulle, dei notturni, il bisogno d'un qualcosa dentro delle persone in solitudine, lo stupore dei piccoli di fronte alle cose meno comuni, la tenerezza dei semplici nel contatto con la natura, la coralità delle persone raccolte in massa sono elementi con i quali Fellini sa fare dell'autentica poesia". (Nazareno Taddei, "Letture", giugno 1957). "In 'Le notti di Cabiria' c'è il mondo e ci sono i modi di Federico Fellini. Il tumulto della sua interiorità in cui ribollono fermenti contrastanti; la sua visione cosmica, ancorata alla essenzialità, nella sostanza e nella forma a una mite tenerezza pascoliana, che aureola di magia le figure di quella piccola umanità posta ai limiti della società, la sua conclamata passione per i personaggi picareschi, gli esiliati della vita; la sua incuriosita ricerca delle verità supreme nell'eccezione, nell'abnorme; e infine il suo negarsi ai compromessi e alla accettazione dell'opportuno, del comodo, del facile e del vantaggioso. Non ci sono nel film le significazioni metafisiche che si usa attribuire a Fellini". (Arturo Lanocita, "Corriere della sera", 12 maggio 1957). "Si sa che l'ala attiva e militante, la pattuglia più viva e problematica del cattolicesimo contemporaneo batte l'accento sul problema della grazia, non su quello della virtù; della riscoperta e riconquista di una religiosità autentica, non su quello dell'osservanza a una precettistica; e che essa potrebbe assumere come insegna la frase, speranzosa ma inquietante, di Mauriac: 'Siamo i primi cristiani'. Da Mauriac, appunto, a Bernanos, da Green a Waugh, è appunto questo fervore di ricerca, svolto attraverso un'indagine coraggiosa del cuore umano, questo tentativo di ricostruire un'immagine evangelica del mondo e dell'uomo, attraverso un'osservazione diretta, spregiudicata della realtà, questa aspirazione a una effettiva autenticità di sentimento religioso, di fede.Ma, anche in questo particolare settore della cultura di oggi, Fellini, se pur vi rientra, occupa una posizione a parte. Pur con l'inclinazione, con l'ansia religiosa che indubbiamente, e sinceramente, ha, non trova soluzione e appagamento nella grazia. Difatti la sua religiosità è indistinta e imprecisa, com'ebbe a constatare un critico cattolico francese, e Zampanò non è la Karin di Rossellini, in lui avviene il risveglio di una coscienza dell'uomo che si scioglie in sentimento, non la folgorazione della grazia o della rivelazione. La grazia non tocca neppure il bidonista Augusto, atrocemente massacrato e condannato: e non tocca neppure a Cabiria. (Glauco Viazzi, "Il Contemporaneo", 12 ottobre 1957). "Con 'Le notti di Cabiria' Fellini arriva ad un accordo tra autobiografia interiore e simboli, a mio avviso più alto e raggiunto che non in 'La strada'. Cabiria, fra i personaggi di Fellini, è maggiormente avviata a raggiungere una propria autonomia fantastica. Più calata in terra di Gelsomina, ma non pasticciata come quel miscuglio di cronaca e di moralismo che è il personaggio del bidonista, Cabiria porge la mano ad altri personaggi della nostra cinematografia, e al tempo stesso non si spezza goffamente in due quando arriva a toccare la soglia della coscienza nel sottobosco dei poveri di spirito. Il personaggio di Cabiria circola con naturalezza in mezzo a un mondo per metà intriso di corruzione e indifferenza e per l'altra metà di fanatismo religioso e di candore. (Carlo Lizzani, "Il cinema italiano 1895-1979", Editori Riuniti, 1980). "Cabiria è una prostituta semplice e candida, nata da una costola di Gelsomina e trasportata in una realtà sociologicamente quasi normalizzata. A differenza di Gelsomina, Cabiria non sarà venduta, ma vende il suo corpo per raggiungere una propria emancipazione. Nel momento finale, in cui si concede a un ennesimo sacrificio, Cabiria scopre il senso e i limiti della condizione umana e ritrova misure di rapporti che considerava perduti. Con una progressione ben visibile il regista punta a fare dei suoi personaggi semplici, marginali, gli eredi del Candide voltairiano. (Gian Piero Brunetta, "Cent'anni di cinema italiano", Laterza, 1991). "Dove avrà messo Fellini l''angolino della poesia' ne 'Le notti di Cabiria'? In un personaggio, in una situazione, in un ambiente, in un'atmosfera: Chissà. Ma ci sarà. E quei pochi che raccolgono il messaggio di poesia che le opere di Fellini recano agli uomini vedono profilarsi il freddo fantasma della critica che viviseziona la realtà dell'opera, cioè la tecnica del racconto, l'esattezza dei rapporti, la credibilità dell'assunto, e frugando con l'acutezza dell'indagine sapiente troverà dei difetti, sì, ma per il suo metro soltanto, che il metro della poesia ha un rapporto che trascende la realtà e fila diritto al cuore scartando il classico «via occhio-cervello» (Giacinto Ciaccio, "Rivista del cinematografo", maggio 1957). "Io sono per difendere o attaccare un film in blocco: lo spirito, il tono, lo stile, il respiro prevalgono su una meschina classificazione di scene buone e meno buone. E' possibile che 'Le notti di Cabiria' sia il più diseguale dei film di Fellini, ma i momenti forti sono di tale intensità che esso diventa per me il suo film migliore. Fellini ha corso molti rischi scegliendo di muoversi in 'Le notti di Cabiria' in diverse direzioni e rinunciando in partenza all'unità di tono per sperimentare più campi molto difficili. Che forza in quest'uomo, che dominio bonario della scena, che padronanza sicura e quale invenzione divertita! Giulietta Masina è Cabiria, una piccola, strampalata prostituta romana, ingenua e fiduciosa, sballottata dalla vita, brutalizzata dagli uomini, ma sempre candida. Cabiria è una creazione felliniana che completa logicamente la Gelsomina della 'Strada', ma la tecnica del personaggio e della recitazione è, questa volta, propriamente chaplinesca.Questo personaggio farà inorridire quelli che si aspettano da un film qualcosa di diverso dalle emozioni vive e insolite; ciò non impedisce che Giulietta Masina, quand'anche dovesse un giorno venire a noia, avrà da sola segnato 'un momento' del cinema, come James Dean e Robert Le Vigan. Amo Fellini e, poiché Giulietta Masina ispira Fellini, amo anche Giulietta Masina. Si tratta qui di una comicità di osservazione che deborda continuamente in invenzioni barocche; non attribuendo un grande valore alla comicità d'osservazione, ciò che mi colpisce di più è il movimento finale di ogni episodio quando gli avvenimenti precipitano e la comicità si muta in tragedia. A questo proposito, il finale del film - Cabiria ha sposato lo strano e dolce François Perier - è un prodigio di potenza e di forza, nel senso più nobile del termine. (François Truffaut, 1957). Note - CONSULENZA ARTISTICA: BRUNELLO RONDI. - OSCAR 1957 PER MIGLIOR FILM STRANIERO. - DAVID DI DONATELLO 1957 PER MIGLIORE PRODUTTORE A DINO DE LAURENTIIS E MIGLIORE REGISTA A FEDERICO FELLINI. - NASTRO D'ARGENTO 1958 PER IL MIGLIOR FILM, MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA (GIULIETTA MASINA) E NON PROTAGONISTA (F. MARZI). - PREMIO DON BOSCO D'ARGENTO 1958 ALLA RASSEGNA DEL FILM RELIGIOSO DI VALLADOLID. - PREMIO CINECLUB 1958 PER IL MIGLIOR FILM AL V FESTIVAL DI SAN SEBASTIAN.
GIARDINI di pietra [Videoregistrazione = Gardens of stone / regia di Francis Coppola
Abstract: Uno speciale reparto militare di stanza a Fort Myer, in Virginia, è destinato al servizio di guardia d'onore per i funerali dei caduti che, durante la guerra del Vietnam, vengono inumati nel cimitero di Arlington. Di questa prestigiosa "Old Guard" fanno parte due veterani, i sottufficiali Clee Hazard e Goody Nelson, amici di lunga data, reduci entrambi da tre guerre e decoratissimi, sempre impeccabili, ma delusi. Seguono i primi passi di una recluta, Jackie Willow (figlio di un sergente loro ex collega), con una simpatia che diventa affetto: il giovane crede in certi valori, è più che efficiente ma, malgrado le bare ammonitrici, non sogna che di partire per il Vietnam, nonostante la moglie Samantha Davis sia contraria. Ad Arlington tornerà anche la salma di Willow, caduto in Vietnam, e toccherà al sergente Hazard, stavolta con le lacrime agli occhi, pronunciare alcune parole in sua memoria. "Il film inizia con quella che vorrebbe essere una novità, una 'trovata' tutta esteriore e formale: il cimitero di Arlington e le onoranze riservate ai Caduti riportati in Patria, con l'impeccabile cerimoniale, il rituale severo la commozione ufficiale con bandiere e medaglie, affusto di cannone e spari a salve, nel rispetto di quei morti, nonché delle tradizioni più coreografiche proprie, comunque, di tutti gli eserciti del mondo. Della guerra atroce e contestata del Vietnam, ci sono taluni rapidi inserti televisivi e gli echi nei ricordi e nelle parole dei veterani, ora coperti di decorazioni e nastrini e con l'età destinati a compiti meno impegnativi, mentre i momenti delle battaglie ormai alle spalle riaffiorano sempre nella memoria. Sulla 'trovata' iniziale e cimiteriale, si innesta la vicenda umana della giovane recluta, che Hazard e Nelson - i due sottufficiali incanutiti - prendono a ben volere, riscontrando in lui, come profondamente sentiti e radicati, certi valori che per loro sono rimasti essenziali: come se in quel ragazzo vedessero rivivere gioventù e dedizione e lui potesse, partendo per la guerra, riscattare le delusioni dei reduci e ribattere alle incomprensioni che li circondano nel Paese. Nel film di Francis Coppola non solo, dunque, la guerra è avvertibile alla lontana, ma si intendeva farne percepire il senso e la terribilità con incursioni nel gioco dei sentimenti e della memoria. La condanna della guerra, intesa come fatalità e come sciagurato esercizio degli uomini, nel film non manca. Purtroppo sono mancati nella regia e nella sceneggiatura stessa quel talento di conduzione e quelle intuizioni, indispensabili a tradurre sul piano psicologico e nelle immagini le cose che si volevano dire. Stante la permanente ossessione degli Americani di esorcizzare nella coscienza collettiva quella sfortunata e contestatissima impresa militare e malgrado quella agghiacciante distesa di croci ad Arlington il film risulta stranamente piatto e non coinvolgente. I rituali funerari sono perfetti; come contrappunto c'è qualche avventura galante fuori servizio dei due 'vecchi', qualche prevedibile parolaccia da caserma e gli ardori bellicosi della recluta, ma tutto questo non è servito a dare al film di Coppola quello stile unitario e quell'impatto drammatico che si rendevano necessari." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 103, 1987)
SQUADRA antiscippo [Videoregistrazione / regia di Bruno Corbucci
Abstract: Il maresciallo Giraldi è nemico accanito degli scippatori; il suo avversario imprendibile è il "Baronetto", che ha scippato a un americano una preziosa valigetta. L'americano farebbe la pelle al "Baronetto", se costui non incappasse in Giraldi, che finalmente ha il suo uomo tra le mani.
Il GIUSTIZIERE sfida la citta' [Videoregistrazione / regia di Umberto Lenzi