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L' ETA' inquieta [Videoregistrazione
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Videoregistrazioni: DVD

DUMONT, Bruno

L' ETA' inquieta [Videoregistrazione = La vie de Jesus / regia di Bruno Dumont

La FURIA della natura [Videoregistrazione
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Videoregistrazioni: DVD

NATIONAL GEOGRAPHIC SOCIETY

La FURIA della natura [Videoregistrazione / prodotto da National Geographic

ARTIGLIO, storia di un'aquila [Videoregistrazione
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Videoregistrazioni: DVD

NATIONAL GEOGRAPHIC SOCIETY

ARTIGLIO, storia di un'aquila [Videoregistrazione / prodotto da National Geographic

CAMMINANDO camminando 2004 [Videoregistrazione
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Videoregistrazioni: VHS

CAMMINANDO camminando 2004 [Videoregistrazione / Club Alpino Italiano, sezione di Vimercate

CAPO Nord [Videoregistrazione
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Luglio, Carlo

CAPO Nord [Videoregistrazione / regia di Carlo Luglio

Abstract: Capo Nord racconta le vicende di quattro giovani napoletani (Ettore, Francesco, Jenny e Fofò) che intraprendono un viaggio verso il nord; i ragazzi, partiti da Napoli, faranno una prima tappa ad Amburgo per poi arrivare in Norvegia. Il viaggio, nato da un bisogno di fuga e di evasione verso mete idealizzate, si rivelerà essere una amara scoperta della realtà. La ricerca della fortuna personale lontano dalla mediocrità si concretizzerà, per i quattro diciannovenni, in una sopravvivenza fatta di furti, lavoro nero e in una sequenza di disillusioni. Il primo lungometraggio di Carlo Luglio, che ha vinto il Premio Opera Prima Roma Film Festival 2002, è a tratti convincente. Il ritratto dei protagonisti mette in luce l’iconsapevolezza dei quattro ragazzi che hanno deciso di inseguire un modello di vita individualista e materialista cercando il successo sulla base dell’arte di arrangiarsi; nello stesso tempo, il film apre ad una riflessione, di respiro internazionale, sulle condizioni di vita degli immigrati che, non possedendo nessuna abilità o competenza, si trovano a vivere in realtà dure e intolleranti. La pellicola ritrae le difficili realtà attraverso la presentazione di situazioni caotiche che rispecchiano lo stato d’animo confusionale dei protagonisti e si serve di una fotografia veritiera, fatta di carrelli e panoramiche, per descrivere il paesaggio umano e naturale.

THEY [Videoregistrazione
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HARMON, Robert

THEY [Videoregistrazione : incubi dal mondo delle ombre / regia di Robert Harmon

Abstract: Il documentario è un lungo piano sequenza su volti di persone colte in varie espressioni. Note - FILM SENZA DIALOGHI

AVALON [Videoregistrazione
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Oshii, Mamoru <1951->

AVALON [Videoregistrazione / regia di Mamoru Oshii

Abstract: In un futuro prossimo una gioventù totalmente disillusa si costruisce una realtà alternativa: un guerriero virtuale e illegale di nome Avalon, con riferimento all'isola leggendaria in cui riposano le anime degli eroi. I partecipanti al gioco ne diventano dipendenti al punto da ritrovarsi decerebrati come fossero vittime di una droga. Chi cede viene definito 'non-ritornato'. Ash è una ragazza che si guadagna da vivere passando in continuazione dal mondo reale a quello virtuale di Avalon. Un giorno scopre che un esperto del gioco, Murphy, è finito tra i 'non-ritornati' perché aveva cercato di entrare in un'area proibita del gioco. Film di impatto visivo ed effettistico elevato, Avalon è un Matrix nipponico che affascina ma che, come spesso accade con film di questo genere, suscita una perplessità di base.

OLD BOY [Videoregistrazione
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PARK, Chan-Wook

OLD BOY [Videoregistrazione / regia di Park Chan-Wook

Abstract: Oh Dae-su è un uomo qualunque che vive con sua moglie e la loro figlia. Improvvisamente, un giorno del 1988, viene rapito. Prova numerose volte a fuggire dalla sua prigione e tenta anche il suicidio, ma senza successo. Passa il tempo e non riesce a capire chi possa odiarlo tanto da tenerlo prigioniero senza una ragione plausibile. Ma lo attende ancora uno shock: la notizia del brutale assassinio della moglie. Da quell'istante il suo unico scopo di vita è la vendetta. "In concorso a Cannes esattamente un anno fa, 'Old boy' ha ricevuto il Gran Premio della giuria presieduta da Quentin Tarantino. Fummo facili profeti a prevedere che Quentin lo avrebbe apprezzato; non si deve credere, però, che la violenza rappresentata dal regista coreano somigli a quella del collega. Laddove le stragi tarantiniane sono ludiche, venate d'ironia da cartoon, qui la violenza non ha nulla di seducente, né di divertente: è disumana, atroce, brutale come il mondo che la incornicia. E Park Chan Wook non si diverte a fare il furbo con lo spettatore, non cerca di stupirlo. Lo immerge, invece, dentro il cervello di un uomo imprigionato in un incubo, rendendogli sempre più urgente il bisogno di scoprire, assieme a lui, la verità. La Universal ha già acquistato i diritti del film per un remake: che dovrà faticare un bel po' per stare alla pari con l'originale." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 maggio 2005) "Uno dei migliori film della stagione che, peraltro, non si raccomanda a uno spettatore timorato o generico. 'Old Boy' rievoca, infatti, l'universo di Lynch e Cronenberg, Kitano e Tarantino: adattando liberamente gli otto album di un fumetto giapponese scritto da Tsuchiya Garon e disegnato da Minegishi Nobuaki, il quarantunenne regista coreano Park Chan-wook è riuscito a trasformare le cupe, feroci, visionarie atmosfere del manga in un noir che a più riprese mozza il respiro. (...) Il ritmo e la musica scandiscono la progressione dello stile verso uno scioglimento alquanto lambiccato (col sospetto di due incrociati incesti), che finisce col contare meno delle acmi paranoiche sparse come il sale sulle molteplici ferite romanzesche: un polpo mangiato vivo, formiche che escono dalla pelle, la tortura dei denti strappati a uno a uno con il martello, zuffe sanguinarie a colpi di mazza in lerci sottoscala, bravacci forniti di maschera che sorvegliano una ragazza stordita dal gas e appesa seminuda al muro, il giovane ed elegante deus-ex-machina che ha un'enorme cicatrice sul torace e impugna il telecomando che in caso di pericolo gli farebbe immediatamente scoppiare il cuore malato... La potenza narrativa, tuttavia, trasporta questi eccessi nello spazio di una tragedia greca manipolata dall'alterazione delle coscienze." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 7 maggio 2005) "Il nuovo corso asiatico Nero che di più non si può, davvero una furia senza ragione apparente, un taglio che strazia il mondo. La nouvelle vague asiatica fa proseliti e il cinema coreano ci manda teste mozze, lingue a pezzi, pesci mangiati vivi, fiotti di sangue, il feticismo dell' irreale quotidiano in una civiltà che produce solo incubi. (...) Variazioni psico cromatiche, sospetti di nichilismo, omaggio certo al fumetto, cinema orgogliosamente tarato da danni psicofisici irreversibili. Un talento visivo estremo, una tragedia premiata a Cannes che andrebbe vista con gli altri pezzi d'orrore di Park Chan Wook che Lucky Red farà uscire in homevideo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 maggio 2005) "Non vi foste ancora accorti del cinema coreano, ecco un film che farà saltare sulla sedia anche i più distratti. Si intitola 'Old Boy', lo ha diretto il 41enne Park Chan Wook, e scommetteremmo che fra quelli visti finora è il più gradito al presidente della giuria, Tarantino. Perché come spesso accade in Corea, è un film di genere e insieme d'autore; perché deriva da uno di quei manga giapponesi tanto cari all'autore di 'Kill Bill'; perché impagina una storia di vendetta e di atrocità con sontuoso stile visivo, stabilendo al contempo un contatto profondo con le emozioni dei personaggi. A meno che Tarantino non voglia a sua volta vendicarsi, dato che in Corea 'Old Boy' ha sgominato sia 'Matrix' che, appunto, 'Kill Bill'. Il plot può ricordare 'The Game' con Michael Douglas. Ma tanto quello era leccato e artificioso, tanto 'Old Boy' suona miracolosamente fluido, motivato e coerente (almeno nella prima metà, mentre l'epilogo si rivela un po' macchinoso e il cattivo troppo fragile per non disperdere la tensione). (...) Montaggio acrobatico, colori lividi, colpi di scena precisi come laser e una graziosissima complice conosciuta nel sushi-bar in cui il depresso Oh entra 'per mangiare qualcosa di vivo'. E poi: flashback, torbidi retroscena, la solita scuola cattolica fonte di ogni vizio, denti cavati per vendetta (non diremo come), un'interminabile rissa in piano sequenza che vede Oh sgominare almeno 20 aggressori a calci, pugni e martellate, un capolavoro di stile e di energia." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 maggio 2004) "La storia disegnata è quella di un infelice prelevato per la strada e sequestrato per 15 anni dentro un appartamento; dopodiché, lasciato libero, per vendicarsi, come il conte di Montecristo, deve prima scoprire chi l'ha fatto segregare e perché. Il fumetto originario non dà spiegazioni e invece il cineasta sudcoreano, dopo attente letture di Sofocle e C.G. Jung, inventa una laboriosa motivazione e uno scioglimento truculento e inquietante. Tuttavia 'Old Boy' si può considerare una cosa seria sotto due aspetti. Perché confezionato con saltabeccante fantasia visiva sulle fatiche di un attore eccellente che si chiama Choi Min-sik; e soprattutto perché in Corea del Sud la pellicola ha battuto i colossi Usa, il che ha spinto Hollywood ad assicurarsi i diritti per rifarsela in casa." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 16 maggio 2004) Note - GRAN PREMIO DELLA GIURIA AL 57MO FESTIVAL DI CANNES (2004), E' IL SECONDO CAPITOLO DELLA 'TRILOGIA DELLA VENDETTA' REALIZZATA DA PARK CHAN-WOOK, CHE COMPRENDE ANCHE "MR VENDETTA" (2002) E "LADY VENDETTA" (2005).

CABARET [Videoregistrazione
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Videoregistrazioni: DVD

Fosse, Bob

CABARET [Videoregistrazione / regia di Bob Fosse

Abstract: Note - IL CORTOMETRAGGIO E' ABBINATO AL FILM "FANTASIE DI UNA TREDICENNE".

Le CROCIATE [Videoregistrazione
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Scott, Ridley <1937->

Le CROCIATE [Videoregistrazione = Kingdom of heaven / regia di Ridley Scott

Abstract: Balian è un giovane maniscalco francese solo e senza famiglia poiché ha perso da poco la moglie suicida in seguito alla morte del figlioletto. Tuttavia la sua vita sta per cambiare. Riceve infatti la visita di un nobile crociato, Goffredo di Ibelin, che dichiara di essere il suo vero padre e di essere tornato in patria dal lontano Oriente per portarlo con sé in Terra Santa. Dopo l'iniziale esitazione, Balian accetta l'offerta e intraprende un avventuroso viaggio verso Gerusalemme insieme a suo padre e ad una compagnia di cavalieri. Quando Goffredo viene ferito a morte durante una battaglia, Balian si ritrova a dover affrontare da solo il difficile compito di difendere la strada per la Città Santa percorsa da pellegrini di ogni fede. Alla corte di re Baldovino, il giovane francese entra in contatto con i personaggi più emblematici di Gerusalemme, dal consigliere del sovrano, Tiberias, alla sorella del re e moglie del cavaliere Templare Guy de Lusignac, la bella Sibylla che prende un posto speciale nel suo cuore. A seguito di un complotto ordito dagli alti dignitari della città, Balian dovrà affrontare l'esercito dei Saraceni capeggiato da Saladino, per evitare la conquista di Gerusalmme da parte dei mussulmani... "Che gli dèi di ogni cielo benedicano Ridley Scott. Lo avevamo lasciato falco e patriottardo nel sanguinoso 'Black Hawk Down'; lo ritroviamo equilibrato e pacifista, a suo modo s'intende, in questo 'Le crociate'. Che passerà alla storia per esser il primo film hollywoodiano post-11 settembre a fornire un'immagine non offensiva, ma anzi complessa e conciliante di un leader islamico, qui nientemeno che il sultano Saladino. Giustamente attento allo spettacolo quanto al messaggio politico, il grande regista britannico cavalca un tema esplosivo scegliendo il breve periodo di pace intercorso fra la seconda e la terza crociata. (...) Il resto è azione sfrenata (peccato l'uso così convenzionale delle musiche), grande attenzione ai dettagli materiali (pozzi, condutture d'acqua, catapulte, torri d'assedio). E grandi attori: in testa il magnifico Saladino del siriano Ghassan Massoud, così magnanimo da inviare i suoi medici a curare il re nemico Baldovino (episodio storico, anche se Scott gioca con le date). Seguito da... Edward Norton, invisibile sotto la maschera del lebbroso. Un sacrificio, anzi un dono, davvero cavalleresco." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 maggio 2005) "Tutto si perdona per fede (cinefila), persino il falso storico a fin di bene (spettacolare); ma quello che davvero fa cadere le braccia è il tentativo, ahinoi ricorrente, di strumentalizzare il kolossal in costume per impartire la lezioncina contemporanea. Ridley Scott, d'altronde, è un abile regista che si fa spesso scappare di mano la sceneggiatura per poter inseguire il virtuosismo fine a se stesso: ne 'Le crociate' la dose di buonismo didascalico, di messaggini politicamente corretti, di inni al relativismo religioso risulta indigesta, anche perché non è credibile né serio ammiccare agli odierni guai mediorientali dando la colpa ai soliti cattivi. (...) Il semplicismo dei vecchi film hollywoodiani si riscattava, in un certo senso, con la purezza dello slancio mitico-simbolico; in questo caso, al contrario, lo sfarzo visivo e scenografico da 150 milioni di dollari affondano nella meschinità dell'assunto, nel pedante terzomondismo della morale: che fornisce per il buon peso una specie di scenetta-chiave, col Saladino carismatico e saggio che entra trionfante nella Città Santa e si ferma per raddrizzare un crocifisso finito a sghimbescio nell'infuriare dei combattimenti. Una ruffianata che neppure l'Oliver Stone di 'Alexander' avrebbe mai osato filmare. Intanto il film inanella altri inciampi, come quelli della sexy-regina Sibilla, del vescovo vile e disfattista, del commento musicale che da Bach scivola fino alla canzone di 'Blade II'." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 7 maggio 2005) ""Saladino - col fez e lo spadino gran saracino - sei stato tu...". Su parole di Nizza Morbelli e musica del maestro Frustaci, così si cantava a metà degli anni ' 30 nella trasmissione 'I quattro moschettieri'. Diventato un antieroe di culto, 'Il feroce Saladino' si rivelò la figurina introvabile del famoso concorso Perugina Buitoni, legato al successo radiofonico, e Mario Bonnard gli intitolò un film con Angelo Musco. Ricordiamo la popolarità del personaggio a beneficio di chi mugugna perché il Saladino del film 'Le crociate' risulterebbe troppo 'politicamente corretto'. Ma già nel 1935, quando il regista Ridley Scott doveva ancora nascere, perfino Cecil B. De Mille (che non era certo pacifista) aveva esaltato nel suo film 'I crociati' il leader musulmano impersonato da Ian Keith. E nel '37 Mussolini sul cavallo bianco, visitando la Quarta sponda, brandì alta la spada dell'Islam fra le acclamazioni dei Giovani Arabi del Littorio. Stavolta il ruolo di Saladino, nemico rispettoso, tocca al carismatico attore siriano Ghassan Massoud, che pur entrando in scena dopo un'ora abbondante diventa l'ago della bilancia storico politica. (...) Suggestivo, corrusco, a tratti violento come un'epopea di Kurosawa, l'imponente spettacolo si ingolfa nel pelago delle psicologie e delle tematiche e smarrisce un po' il filo sulla durata (145 minuti, ma nel dvd saranno 220). Accoglienze miste di pubblico e critica alle anteprime Usa: su Bloom i pareri sono divisi fra chi lo giudica 'la risposta inglese a Keanu Reeves' e chi rimpiange il 'gladiatore' Russell Crowe." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 7 maggio 2005) "Nell'impostazione dei personaggi e conflitti, nelle coreografie delle battaglie, nel largo respiro epico dell'inquadratura, 'Le crociate' somiglia come una goccia d'acqua al 'Gladiatore'. Buoni, buonissimi da una parte, ignobili bastardi dall'altra; conflitti ultracruenti, più la tentazione ricorrente d'istituire parallelismi tra in soggetto 'in costume' e l'oggi: nel kolossal romano, la dittatura e relativa ribellione; qui l'opposizione tra il fanatismo e la virtù, la brama di rapina e l'onore, che porta culture diverse a comprendersi. Quando si tratta di mettere in scena un mondo remoto e ferrigno, movimentandolo con imprese più-grandi-della-vita, Ridley Scott ha ben pochi rivali nel cinema odierno. Disturba soltanto che i nobili concetti del film vengano esposti dai personaggi a intervalli regolari, a mò di spot ideologici, in formule prevedibili come quelle dei bigliettini dei cioccolatini." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 maggio 2005) "Se il marketing invita a pensare a Bush in Iraq, il film di Scott è il segno sogno del kolossal di un mezzo autore (ma anche del mezzo kolossal d'autore) in cui il regista di 'Blade Runner' e 'Il Gladiatore' fa esercizio di storia applicato alle varianti dei fattori umani. Colori tristi, più grigio che rosso sangue nelle belle scene di battaglia, ma è come se tutta la materia non riuscisse a prendere il via con una sua forma narrativa. Orlando Bloom obbedisce al carisma di divo emergente, ma il migliore è Edward Norton." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera, 14 maggio 2005)

CLOSER [Videoregistrazione
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Videoregistrazioni: DVD

NICHOLS, Mike

CLOSER [Videoregistrazione / regia di Mike Nichols

Abstract: Una pièce teatrale di successo rappresenta un ottimo punto di partenza per la realizzazione di un film, e anche un regista come Mike Nichols, ultimamente troppo versato ai buoni sentimenti, con un buon testo riacquista quel pizzico di cinismo necessario nel descrivere i rapporti sentimentali. Closer, tratto da una commedia di Patrick Marber, è la storia, ambientata a Londra, di quattro persone, due uomini e due donne, le cui vite si scontrano generando, volontariamente o casualmente, una sequenza a catena di relazioni, flirt, bugie, tradimenti, gelosie, sesso, che mette in luce la vacuità dei legami, e la debolezza (in particolare maschile) nel saperli gestire. Romanticismo, materialismo ed egoismo sono sinonimi di piacere e dolore. Il film di Nichols potrebbe essere una delle sorprese della stagione, sostenuto da un cast di star di tutto rispetto. Julia Roberts, Jude Law, Natalie Portman, Clive Owen, sono l'anima portante di Closer e interpretano con convinzione le loro parti (Clive Owen si erge sui tutti, mentre la Roberts, che ha sostituito la gestante Kate Blanchett, è forse poco risoluta e dura nel suo ruolo) dando vita ai frizzanti dialoghi. Alcune scene, come il gioco in chat fra Jude Law e Owen, si divertono a rappresentare il cinismo della società odierna, a dimostrare ancora una volta la ricerca ossessionante delle emozioni e dell'innamorarsi, per perdersi nella disillusione dal costruire una solidità nei rapporti. L'amore è fatto di attimi. L'inizio e la fine. Tutto il resto è routine. Meravigliosa la "Blower's daughter" di Damien Rice che fa da colonna sonora.

FREAKS [Videoregistrazione
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BROWNING, Tod

FREAKS [Videoregistrazione / regia di Tod Browning

Abstract: In un circo, il nano Hans (Harry Earles) è fidanzato con la nana Frieda (Daisy Earles), ma cade vittima del fascino di Cleopatra (Olga Baclanova), una bella trapezista cinica. Cleopatra mira ai soldi del nano e cerca di circuirlo d’accordo con il forzuto Hercules (Henry Victor). Così sposa Hans, ma ha in animo di farlo fuori. Al banchetto di nozze, però, si tradisce, mostrando il suo disprezzo per i “mostri” (i nani e gli altri “fenomeni da baraccone”). Quando anche il piano criminale viene scoperto, la vendetta sarà terribile. Forse il cult movieassoluto, quello per cui questa definizione sembra essere stata coniata. Scioccante all’epoca, a lungo invisibile, e scioccante adesso, per l’audacia con cui Tod Browning (1882-1962) affronta un argomento classicamente tabù – la diversità – usando veri “fenomeni da baraccone” che lui, formatosi nell’ambito degli spettacoli viaggianti, conosceva bene. Pur non sfuggendo completamente all’accusa di “sfruttamento”, Browning tratta i suoi “mostri” con grande umanità, dotandoli di sentimenti e personalità precise, senza trascurare anche quelli poco commendevoli, l’odio e il desiderio di vendetta. Favola tragica, Freaks è un film toccante e crudele, inafferrabile e complesso nei suoi molteplici significati, ma è soprattutto di rara efficacia visiva, specie nell’allucinante e tempestoso finale. Secondo alcune fonti, il film durava originariamente novanta minuti, ma fu oggetto di selvaggi tagli dopo le disastrose anteprime. Curiosamente, dopo il flop commerciale, il film fu venduto a uno dei re dell’exploitation, Dwain Esper, che avrebbe trovato il modo di farlo fruttare per anni negli spettacoli itineranti sensazionalistici, tipici del cinema marginale degli anni ’40 e anche seguenti, con un destino simile a quello dei personaggi del film

VODKA lemon [Videoregistrazione
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SALEEM, Hiner

VODKA lemon [Videoregistrazione / regia di Hiner Saleem

Abstract: Hamo, vedovo sessantenne, vive in Armenia in una modesta casa assieme ai due figli. Un giorno mentre prega sulla tomba della moglie, incontra Nina, un'attraente vedova che lo colpisce profondamente. "Poetico e bizzarro, divertente e commovente insieme, 'Vodka Lemon' del curdo iracheno Hiner Saleem trova lo stile, il tocco, lo sguardo obliquo capace d'evocare un mondo surreale ma vero, giocando con maestria su tempi e spazi dilatati, sull'attesa, sull'immaginazione. Se credete che il cinema sia anche concentrazione, dolcezza, intensità, non perdetelo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 novembre 2003). "Tra i numerosi piccoli film di pregio che fanno a spinte per conquistarsi un po' di spettatori prenatalizi, 'Vodka Lemon' si distingue per delicatezza del tocco e per quel tanto di bizzarria che vi circola dentro. (…) Il regista curdo iraqeno Hiner Saleem mescola sapientemente dramma e ironia, miseria e ottimismo, solitudine e amore; apre su una scena di mestizia ma chiude con un epilogo di speranza e fierezza, rappresentata da un pianoforte che non sarà mai in vendita." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 22 novembre 2003) Note PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 60MA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA NELLA SEZIONE CONTROCORRENTE (2003), DOVE HA VINTO IL PREMIO SAN MARCO.

SUPER 8 stories [Videoregistrazione
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Videoregistrazioni: DVD

Kusturica, Emir <1954->

SUPER 8 stories [Videoregistrazione / regia di Emir Kusturica

Steamboy
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OTOMO, Katsuhiro

Steamboy [Videoregistrazioni] / regia di Katsuhiro Otomo

: Sony pictures home entertainment, [200-?]

Abstract: Ray è un giovane inventore nell'Inghilterra vittoriana. Un giorno riceve da suo nonno una strana palla di metallo. Si tratta di una 'sfera a vapore' che permette di accedere a una forza misteriosa e potente, e per questo è al centro dell'interesse di diverse istituzioni che vorrebbero sfruttarla. Ray, insieme al nonno, si assume il compito di scoprire chi vuole usare la forza per scopi benevoli e chi con intenzioni malvagie. Tuttavia la scoperta della verità lo porterà a un severo conflitto con il padre... " 'Steamboy', il kolossal d'animazione a tecnica mista (disegno e digitale) del principe dei manga Katsuhiro Otomo è un back to the future sulla rivoluzione industriale che prefigura le sue alleanze tra governi, multinazionali e scienziati per il brevetto di una forza propulsiva invincibile. Il vapore. (...). 'Steamboy', trionfo della macchina novecentesca e dell'analogico dentro un corpo digitale, due epoche e due idee contrapposte sulla scienza: osare troppo, non osare affatto. Ray, lo scienziato bambino, cerca un'altra strada tra padre privo di etica e nonno conservatore. La troverà in un altro capitolo della saga di Otomo. Intanto, resta la visione mozzafiato di una città ghiacciata, Londra, pietrificata tra le onde del Tamigi in getti sospesi a formare un fiore di neve." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 3 giugno 2005) "C'è una bella differenza tra l'essere complessi o confusi, vigorosi o pesanti, colti o pedanti. C'è una bella differenza tra Hayao Miyazaki e Katsuhiro Ôtomo, maghi giapponesi dell'animazione. Il primo ('Principessa Mononoke', 'La città incantata') non perde mai di vista l'equilibrio narrativo. Il secondo schiaccia sempre lo spettatore con trame ridondanti e insopportabili lungaggini. Un rischio che correva il sopravvalutato 'Akira' (1988). Un morbo che affligge in pieno il suo ultimo 'Steamboy', film d'animazione dalla faticosa lavorazione (9 anni). (...) Tra interminabili esplosioni, combattimenti prolissi, inseguimenti stucchevoli, di cui negli ultimi quaranta minuti si perdono di vista senso e causa, Ôtomo utilizza 'Steamboy' come megafono per urlarci nelle orecchie quanto la guerra sia brutta. Bravo. Peccato non lo abbia fatto con meno pesantezza e violenza." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 3 giugno 2005) Note - PRESENTATO FUORI CONCORSO ALLA 61MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2004)

LAVORARE con lentezza [Videoregistrazione
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Chiesa, Guido <1959>

LAVORARE con lentezza [Videoregistrazione / regia di Guido Chiesa

Abstract: Ispirato a fatti realmente accaduti, il film racconta la storia di Sgualo e Pelo, due ragazzi che vivono nella periferia di Bologna, le cui vicende si intrecciano con la storica emittente Radio Alice, la radio del movimento studentesco del '76-'77. "Fa torto alla conclamata rinascita del cinema italiano 'Lavorare con lentezza' di Guido Chiesa, arruolato solo per occupare la casella 'giovani antagonisti crescono'. Concepito per rievocare niente di meno che la bolognese Radio Alice, voce mao-dadaista degli anni Settanta, il film raccatta con aria finto-goliardica e finto-nostalgica (ma in realtà rissosa) tutti i peggiori luoghi comuni sulla fantasia al potere, il rifiuto del lavoro, l'assalto al cielo, la polizia assassina e la libertà sessuale, concede tutte le possibili guittaggini filodrammatiche agli attori che incarnano gli implausibili eroi e soprattutto finisce col mettere in pessima luce lo stesso, presunto 'flusso creativo' che avrebbe annunciato le magnifiche sorti di un mondo nuovo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino ', 5 settembre 2004) "Un trucchetto di sceneggiatura, una fantasia utile ma arbitraria? Nossignori: la notizia del tunnel i Wu Ming, collettivo bolognese che ha sceneggiato 'Lavorare con lentezza' con il regista Guido Chiesa, l'ha pescata nelle cronache dell'epoca. Ed è l'idea vincente, scusate la parolaccia, di questa rievocazione libera e fantasiosa quanto l'epoca che ritrae. Chiesa infatti si tiene alla larga dalla nostalgia ma si concede una pungente ironia (quegli anni sono così remoti che il prologo rievoca le assemblee del movimento e i relativi leaderini come se fosse una comica muta). E lavora di fino sulle facce, i gesti, gli accenti, le canzoni, i fumetti, i linguaggi della pagina, dei muri e del corpo, perché la Storia al cinema non si scrive con le astrazioni e i personaggi di 'Lavorare con lentezza' hanno, tutti, una qualità elementare quanto rara nel nostro cinema così approssimativo e autoindulgente: la credibilità. (?) Peccato per l'ultima parte, così sottomessa alla cronaca, incongrua e non all'altezza della prima. Ma 'Lavorare con lentezza' è un bel passo avanti per Chiesa. E per la nostra memoria collettiva." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 5 settembre 2004) "'Lavorare con lentezza' è un'opera diversa dalla maggior parte dei titoli correnti, ben poco innovativi nei confronti della scrittura filmica. Ha il coraggio di contaminare non soltanto i generi - la coesistenza di commedia e dramma - ma anche i codici espressivi, dalla fotografia (ci sono perfino brevi inserti satirici presi a prestito dal cinema muto) alla musica. Coraggio pagato con qualche discontinuità e disequilibrio, è vero: ma che produce un risultato fuori dagli schemi parecchio stimolante." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 5 settembre 2004) "Le pellicole in vetrina sono troppe, di alcune non si arriva a menzionare neppure il titolo, su altre si spera che il discorso sia solo rimandato. Vedi 'Lavorare con lentezza', che pasticciando toni e stili racconta i casi dell'emittente bolognese Radio Alice (1977). L'intento di attirare simpatia su un momento fantasioso del movimentismo è contraddetto dalla scelta come protagonisti di due tipetti che scavano un buco per derubare una banca. Il che sembra dar ragione a chi coniugava le esuberanze dell'ultrasinistra con la criminalità. Che nel collettivo Wu Ming, autore del copione con il regista Guido Chiesa, si sia infiltrato un maresciallo dei carabinieri?" (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 5 settembre 2004) "'Lavorare con lentezza' è un 'lavorare con pochezza': di mezzi. Mai che si veda un eskimo, allora quasi una divisa; pochissime le riprese in esterni; in compenso, su un commissariato, c'è scritto 'Polizia di Stato', mentre ci dovrebbe essere 'Pubblica Sicurezza'; e un Agnelli non ancora Senatore della Repubblica lo è già per gli autonomi." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 1 ottobre 2004) "E' un film pieno di spunti inventivi ed emozionanti: il regista dice di averlo fatto 'per tutte e tutti', ma il suo limite ci sembra proprio quello di parlare con chi soprattutto per ragioni anagrafiche frequentò quelle temperie." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 1 ottobre 2004) "Al centro del film, divertente prima e drammatico ed attuale poi, cambiando marcia in corsa (nel finale si pensa alla tragedia del G8 di Genova), c'è l'utopia della libertà del tempo libero e la rincorsa alla rivoluzione sessuale e femminista, conquiste basilari poi sommerse dagli anni di piombo, sotto la cui voce l'epoca viene ahimè rubricata. Film mosso e festoso anche se un po' facile d'effetti, un teatrino ancora in forse tra cronaca, storia e costume, ma sostenuto da un buon cast col bravo carabiniere Valerio Mastandrea." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 2 ottobre 2004) "Puristi e ortodossi storceranno il naso, ma 'Lavorare con lentezza' di Guido Chiesa ruba libertà e fantasia all'epoca che ritrae. E lavora di fino sulle facce, i gesti, gli accenti, le canzoni, i fumetti, i linguaggi della pagina, dei muri e del corpo. Perché la Storia al cinema non si fa con le astrazioni e il film, sceneggiato dal collettivo bolognese Wu Ming, è una scommessa vinta nella misura in cui esce dai binari più ovvi. Peccato solo che il salto drammatico finale, così sottomesso alla cronaca, sia incongruo e non all'altezza della prima parte. Ma rispetto all'epos giovanilistico e approssimativo del 'Partigiano Johnny', Chiesa ha fatto un bel passo avanti." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 1 ottobre 2004) Note - IL GIORNO 1 MARZO 1977 A BOLOGNA VENNE RITROVATO UN TUNNEL LUNGO 60 METRI CHE DOVEVA TERMINARE IN CORRISPONDENZA DEL CAVEAU DI UNA SEDE DELLA CASSA CENTRALE DI RISPARMIO DA CUI I LADRI AVREBBERO POTUTO PRELEVARE UNA SOMMA PARI A 50 MILIARDI DELL'EPOCA. - IL FILM E' STATO GIRATO A BOLOGNA NEI LUOGHI REALI DELLA VICENDA, MA IL TUNNEL E LA SEDE DELLA RADIO SONO STATI REALIZZATI A CINECITTA'. - FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DI EUROIMAGES. - I WU MING SONO UN COLLETTIVO DI SCRITTORI DI BOLOGNA, AUTORI DEL BEST-SELLER "Q, 54" E DI "GUERRA AGLI UMANI" (ED. EINAUDI) - PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 61MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2004). GLI ATTORI MARCO LUISI E TOMMASO RAMENGHI HANNO OTTENUTO IL PREMIO MARCELLO MASTROIANNI PER IL MIGLIOR ATTORE EMERGENTE. - CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2005 PER LA MIGLIOR CANZONE ORIGINALE.

IO non ho paura [Videoregistrazione
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Videoregistrazioni: DVD

Salvatores, Gabriele <1950->

IO non ho paura [Videoregistrazione / regia di Gabriele Salvatores

Abstract: Estate del 1978, l'estate più calda del secolo. Di giorno, il piccolo paesino di Acque Traverse sembra abbandonato. Da tempo le scuole sono chiuse per le vacanze e gli adulti, per evitare l'afa, preferiscono restare chiusi in casa. Solo un piccolo gruppo di ragazzini si aggira fra le case e le campagne. Durante una di queste sortite il piccolo Michele, nove anni, fa una scoperta sconvolgente: gli adulti del paese tengono un suo coetaneo segretato nel pozzo di un casale abbandonato. Il piccolo non comprende i misteri di questa strana vicenda dove, fra le altre cose, sembrano essere coinvolti anche i suoi genitori. Una storia i cui risvolti cambieranno per sempre la sua esistenza. "Ecco il film che attendevamo da Gabriele Salvatores, le cui ultime prove ci avevano interessato senza persuaderci del tutto. 'Io non ho paura' è un risultato compatto, completo (...) L'atmosfera del romanzo di Niccolò Ammaniti (anche sceneggiatore) comporta uno 'spirito del luogo' che evoca un certo Stephen King. Salvatores lo coglie benissimo, con l'aiuto della macchina da presa di Italo Petriccione, passando dalla luce abbacinante del campo al buio e tenendo l'inquadratura costantemente ad altezza di bambino, in modo da costituire per lo spettatore un alter-ego infantile attraverso il quale osservare gli eventi". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 febbraio 2003) "Di solito il cinema non racconta i bambini, li usa per fare piangere o ridere. E di solito quando un regista adatta un romanzo per lo schermo rischia di tradirlo troppo, snaturandolo, o troppo poco, limitandosi a una piatta illustrazione. Invece Gabriele Salvatores è riuscito a fare un film sui bambini, con la sensibilità di un Comencini o di un Truffaut, e a tradurre in immagini il bel romanzo di Niccolò Ammaniti, senza tradirlo, ma facendolo diventare puro cinema, dinamico e profondo. (...) Oltre a dimostrare di saper usare l'immagine per trasformare simboli, etica e nostalgia in concretezza narrativa e in ritmo coinvolgente, Salvatores è stato molto bravo nella scelta e nella direzione dei suoi attori (e non attori). Cristiano, dai grandi occhi espressivi, ha la giusta introversione e una convincente purezza, Di Pierro una perfetta e indifesa angelicità; il padre Dino Abbrescia le necessarie ruvidità e impotenza e la madre Aitana Sànchez-Gijon la giusta dolente bellezza. Ma forse la vera sorpresa è Abatantuono, carogna fino all'ultima battuta, che, con raffinata misura, va a pescare il suo lombardo cattivo con stecchino fra i denti direttamente dal bar del Giambellino. (Stefano Lusardi, 'Ciak', 28 febbraio 2003) "Scritto dallo stesso Ammaniti con Francesca Marciano, il film lascia l'Italia ancor più sullo sfondo per concentrarsi sui bambini e sulla loro visione delle cose. Ma a forza di smussare e ingentilire i toni, Salvatores cade in una medietà di stile che piacerà forse alle grandi platee ma convince solo in parte chi diffida dei cliché. (...) Reclutati sul posto i piccoli attori, Salvatores non va fino in fondo. Da un lato segue il percorso interiore di Michele, il disagio palpabile in famiglia, i giochi crudeli, le fantasie bizzarre circa il rapito. Dall'altra smorza i dialetti, esalta le immense distese di grano, cerca appena può il contrappunto comico o grottesco, non cerca immagini nuove ma usa toni e colori quasi da spot. Finendo col rendere inoffensivo perfino il mondo brulicante e minaccioso in cui è confinato il piccolo rapito, lordo dei suoi escrementi e convinto di essere già morto visto che i suoi genitori non lo vengono a prendere. Insomma, è come se i fantasmi evocati fossero fin troppo minacciosi per lasciarli scorrazzare liberamente sullo schermo, e si dovesse per forza addomesticarli scegliendo i toni più lievi. Ma è un calcolo di natura commerciale che spegne la materia ribollente di 'Io non ho paura' e lo condanna a restare nell'affollato limbo delle occasioni a metà". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 marzo 2003) "Allarmante come una favola nera, teso come un thriller, curioso come un gioco, 'Io non ho paura', che Gabriele Salvatores ha tratto quasi fedelmente dal romanzo di Niccolò Ammaniti, è davvero un bel film: forte, ben strutturato e girato, semplice ed estremamente raffinato, con bravi interpreti bambini e non, con un forte senso della Natura, senza patetismi né moralismi. (..) La bellissima storia è raccontata come meglio non si potrebbe. Nessun luogo comune, niente metafore, asciutta sobrietà, realistica serietà. I bambini non vengono eletti a simboli d'innocenza: i loro giochi sono prepotenti e crudeli quanto gli affari sporchi degli adulti; nel bambino salvifico, curiosità e spirito d'avventura sono forti quanto la bontà; quando capisce cosa stiano facendo i propri genitori, il bambino non li giudica ma disobbedisce e per contraddizione rimedia alle loro colpe. Gli adulti non vengono promossi carogne: agiscono orribilmente per miseria, ignoranza o follìa, per obbedienza meridionale a Diego Abatantuono, desolato capobanda settentrionale. I bambini sono filmati con grande naturalezza nelle corse a perdifiato in bicicletta e nei giochi, ma l'occhio che guarda è adulto. (..) La famiglia non esiste: la madre furente e il padre assente sono soltanto persone che si arrabbiano, che chiedono complicità, che danno fastidio e danno da mangiare. In tutta la vicenda straziante, una autentica prova di maturità, bravura, intelligenza: neppure per un attimo si indulge al sentimentalismo, non vengono mai le lacrime agli occhi". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 14 marzo 2003) "Partito da un esile e fortunato romanzo di Niccolò Ammaniti (che deve qualcosa a 'Stand By Me' di Stephen King), Gabriele Salvatores narra 'Io non ho paura' con un bel passo lento, riducendo al minimo i dialoghi. Il tema non è la perdita dell'innocenza, ma la possibilità di lottare contro i mostri che ci assediano il cuore. Le favole sono più spaventose, se l'orco è il padre amoroso. Nonostante qualche eccesso di calligrafia (un po' di spighe di troppo, l'inquadratura finale), Salvatores, dopo alcuni film coraggiosi, ma sbagliati, ritrova una vena tesa e compatta, poeticamente sgomenta". (Claudio Carabba, 'Sette', 26 marzo 2003) Note - NASTRO D'ARGENTO 2003 PER LA REGIA (GABRIELE SALVATORES), LA FOTOGRAFIA (ITALO PETRICCIONE) E IL MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (DIEGO ABATANTUONO). - DAVID DI DONATELLO 2004 PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA A ITALO PETRICCIONE E PREMIO DAVID GIOVANI.

GHOST in the shell [Videoregistrazione
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Videoregistrazioni: DVD

Oshii, Mamoru <1951->

GHOST in the shell [Videoregistrazione / regia di Mamoru Oshii

Abstract: Anno 2029. Tutte le comunicazioni ed i contatti sono gestiti dal Network. Per prevenire e combattere la criminalità informatica è stata costituita la Sezione 9, interamente composta da cyborg. Una di essi indaga per scoprire un misterioso ed abilissimo hacker che si fa chiamare 'Puppet Master'...

Unita'$1: A' bout de souffle [Videoregistrazione
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Videoregistrazioni: DVD

Godard, Jean-Luc <1930-2022>

Unita'$1: A' bout de souffle [Videoregistrazione = Fino all'ultimo respiro / regia di Jean-Luc Godard

Unita'$2: Le petit soldat [Videoregistrazione
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Godard, Jean-Luc <1930-2022>

Unita'$2: Le petit soldat [Videoregistrazione / regia di Jean-Luc Godard

Abstract: A Ginevra (Svizzera) nel 1958, durante la guerra in Algeria, il fotoreporter Bruno (Subor), appartenente a un'organizzazione clandestina d'estrema destra, riceve l'incarico di uccidere un giornalista radiofonico filo-algerino. Catturato e torturato da un commando algerino, di cui fa parte Veronica (Karina) di cui s'è innamorato, riesce a fuggire. 2° film di J.-L. Godard, vuol essere il ritratto di un giovane dalle idee confuse, indeciso sulla parte per la quale schierarsi. Lunghe chiacchiere tra Bruno e Veronica sull'arte, il cinema, la guerra, il nazionalismo, il comunismo. Accusato a sinistra di qualunquismo, fu proibito per 2 anni dalla censura francese. Uno dei rarissimi film francesi, insieme a Muriel (1963) di Resnais, che affrontarono a caldo la guerra d'Algeria.