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Trovati 37829 documenti.
I diari della motocicletta / un film di Walter Salles
Feltrinelli ; BIM, 2004
Abstract: All'inizio del 1952 un ventitreenne laureando in medicina - Ernesto Guevara - e un ventinovenne biochimico partono da Buenos Aires su una motocicletta del 1939 per un viaggio attraverso l'America Latina. Abbandonata la moto, proseguono a piedi e con ogni altro mezzo, arrivando a Caracas dopo otto mesi e 12245 chilometri.
C'era una volta nella foresta ... [Videoregistrazione
REPULSION [Videoregistrazione / regia di Roman Polanski
Abstract: Repulsione, ovvero storia di una nevrosi, quella di Carol Ledoux, avvenente estetista ossessionata dagli uomini. Il secondo lungometraggio di Roman Polanski, il primo girato fuori dalla Polonia, è una lenta discesa di una donna verso la follia più estrema. Dall'occhio atterrito di Carol adulta che fa da sfondo ai titoli di testa fino ad arrivare all'occhio diabolico della bambina che è stata, nel finale, Polanski registra un tortuoso percorso in una psiche sempre più disturbata. E lo ambienta tra le quattro mura (crepate) di un appartamento, luogo chiuso, tetro e claustrofobico che spesso di qui in avanti sarà teatro delle ossessioni e delle allucinazioni dei suoi personaggi (Rosemary's Baby, L'inquilino del terzo piano). I rari momenti all'esterno, per strada o nel salone estetico in cui la ragazza lavora, sono altrettanto angoscianti e non rappresentano certo una tregua, né per Carol né per lo spettatore. E allora si ritorna in casa, quella casa che Carol condivide con una sorella così diversa da lei. I problemi aumentano proprio quando quest'ultima decide di partire per un viaggio con il suo amante sposato, lasciandola sola in casa con un coniglio in putrefazione. Da qui inizia la sua confusione tra realtà e allucinazione e la progressiva discesa agli inferi della sua mente, in cui Polanski fa intuire, senza mai rivelare, un trauma trascorso che l'ha irrimediabilmente segnata fino a trasformarla in una bellissima e catatonica bambola assassina. Scritto dal giovane Polanski insieme a Gérard Brach, con cui a Parigi aveva già collaborato per un episodio di Le più belle truffe del mondo (1963), Repulsion è un'asfissiante opera di realismo fantastico e psicologico che atterrisce grazie alla forza espressionistica del bianco e nero fotografato da Gilbert Taylor, alle soluzioni visive ardite e macabre, oltre naturalmente alla magistrale interpretazione di una spaventosamente imbambolata Catherine Deneuve, dolce e agghiacciante insieme. Con quest'opera, vincitrice dell'Orso d'argento a Berlino 1965, Polanski dà il via alla sua perversa e malata indagine nei meandri della psiche umana, rappresentata dagli spazi angusti di squallidi appartamenti popolati da vicini di casa benpensanti e da anziane signore imbellettate e ficcanaso, troppo sorridenti e troppo truccate per non avere nessun sospetto su un budino preparato da loro. Rosemary lo sa bene.
CHRISTIANE F. [Videoregistrazione : noi i ragazzi dello zoo di Berlino / regia di Uli Edel
PIPPI Calzelunghe. Villa Villacolle [Videoregistrazione
M.A.S.H [Videoregistrazione / regia di Robert Altman
GREEN card [Videoregistrazione = Matrimonio di convenienza / regia di Peter Weir
Abstract: George Faure, un corpulento cittadino francese, per poter lavorare negli Stati Uniti ha bisogno della Green Card (senza la quale i cittadini stranieri non possono vivere e lavorare negli USA): la maniera più rapida per ottenerla è di sposare una cittadina americana. Dal canto suo, Bronte Barrish, giovane ed entusiasta botanica newyorkese, ha appena trovato un delizioso appartamento a Manhattan, che è l'ideale per lei, perchè contiene una serra, ma i proprietari intendono affittarlo solo ad una coppia di sposi. George e Bronte non si conoscono, ma un amico comune li aiuta ad organizzare un matrimonio di convenienza, dopo il quale si salutano, pensando di non rivedersi più, e di divorziare appena possibile. La ragazza ha un fidanzato, Phil, che condivide con lei gusti ed ambiente elegante, ma del quale non è veramente innamorata, e non ha confidato nè a lui, nè ai propri genitori la strana storia del suo matrimonio. A seguito di un'indagine da parte delle sospettose autorità dell'ufficio immigrazione per stabilire se i due vivono realmente come marito e moglie, George e Bronte sono costretti a vivere insieme alcuni giorni per escogitare ed imparare a memoria una storia accettabile sulla loro presunta vita coniugale. George è un uomo dai modi piuttosto rozzi, che non ha fatto studi regolari, ma ha l'estro del compositore e possiede una grande ricchezza interiore, mentre Bronte è una raffinata intellettuale, che appartiene alla buona società di New York: non hanno dunque nulla in comune, e, durante un week end, chiusi nel piccolo appartamento di Bronte, litigano e discutono su tutto, affinché, conosciuti tanti lati interessanti l'uno dell'altra, imparano a stimarsi e poi ad amarsi, pur senza dirselo. Cosicchè una sera George, geloso, scaccia il troppo intraprendente Phil presentandosi come marito. Ormai profondamente innamorati, ma senza confessarselo, i due vanno infine a sostenere all'ufficio immigrazione il colloquio, che però andrà male a causa di George. Quando egli viene arrestato dagli ispettori dell'immigrazione, per essere rispedito in Francia, Bronte lo raggiunge piangendo, e i due si abbracciano e si baciano appassionatamente. Sembra certo che presto saranno effettivamente marito e moglie. "Come un bravissimo giocoliere che subito prende confidenza con esercizi che non ha mai sperimentato, Weir scivola con garbo sulla lucida pedana della commedia. Con disinvolta sicurezza, con fare elegante nuova nel mare dei piccoli fatti, dei curiosi incidenti, dei sentimenti che si precisano, vengono ributtati indietro, tornano a far capolino fino a imporsi completamente". (Francesco Bolzoni, L'Avvenire) "Una commedia fine. Il francese ruvido e un po' zotico anche se sensibile e appassionato di musica, l'americana dai modi raffinati, con il culto per il giardinaggio, sono disegnati con mano leggera, ma anche con accenti delicati, così, anche quando la struttura narrativa non si propone in modo troppo diverso da quelle solite delle commedie americane, certi risvolti, certi climi, certi momenti sospesi (anche se attesi) conquistano e convincono con qualche nota umana in più, approfondita con maggiore attenzione, studiata con originalità più attenta". (Gian Luigi Rondi, Il Tempo) "Weir sa mettere davvero a suo agio lo spettatore e quel tanto di falso e di prevedibile che opacizza il copione viene superato in tromba dalla prestazione degli interpreti. Weir ritorna sul tema esplorato per esempio da Mosca a New York di Mawurrsky, ma il suo tocco è più felpato, le sue intuizioni più brillanti, i suoi tempi più intensivi". (Valerio Caprara, La Rivista del Cinematografo)
BLACK Hawk down [Videoregistrazione = Black hawk abbattuto / regia di Ridley Scott
Abstract: La mattina del 3 ottobre del 1993 a Mogadiscio (in Somalia), diciassette elicotteri con a bordo le truppe speciali dell'esercito americano volano verso un quartiere della città dove è asserragliato uno dei 'Signori della guerra'. Da poco meno di un anno, gli eserciti dei Paesi occidentali sono sbarcati in terra africana nell'ambito dell'operazione 'Restor Hope', nata per riportare tranquillità in Somalia e per sfamare le popolazioni locali. Ma la missione sta fallendo per le interferenze dei 'Signori della guerra'. Quando le truppe americane penetrano all'interno del loro obiettivo, tutto sembra essere andato per il verso giusto. Ma all'esterno, una pioggia di fuoco si abbatte su di loro. Due elicotteri sono abbattuti. E' l'inizio di una battaglia che durerà quindici ore e che costerà ai 'berretti verdi' 18 morti e 70 feriti. "Spietato e crudo nella ricostruzione, il film è stato in forse a causa dei fatti dell'11 settembre. L'America si è divisa: i dettagli delle atrocità di guerra sono stati considerati eccessivi. Trionfo invece per Josh Artnett, già protagonista di 'Pearl Harbour' e nuova star americana. Per stomaci forti e per patiti dei film di Ridley Scott". (Piera Detassis, 'Panorama', 10 gennaio 2002) "Alla maniera di un film del Settima Cavalleria, il nemico è un branco senza individualità, motivato soltanto a uccidere come i Sioux della vecchia Hollywood; i soldati bianchi si asserragliano in un fortino e, alla fine, arrivano i nostri. La perizia registica di Ridley Scott è fuori discussione; la suspense che s'instaura nella prima parte, diabolicamente efficace. Se qui e là, il film sparge pillole di umanitarismo, è un war-movie da capo a fondo: senza un solo personaggio femminile, non un melodramma d'amore travestito da storia bellica quale era 'Pearl Harbour'". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 febbraio 2002) "Ridley Scott ha diretto magnificamente un film di guerra unico, senza tregua, feroce, su uno di quei piccoli sporchi conflitti così contemporaneamente non dichiarati ma guerreggiati". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 8 febbraio 2002) "Mogadiscio, 3 ottobre 1993: le truppe Usa tentano un blitz per catturare due uomini del generale Aiidid. Una missione da 45 minuti. Ma sarà l'inferno. Cade un elicottero, poi un altro, la città brulica di cecchini e loro devono soccorrere i feriti. Bilancio: 18 marines uccisi (in primo piano) e 500 somali (in campo lungo. 'Black Hawk Down' di Ridley Scott è un altare sacrificale in ricordo di quel martirio. Patriottico, sanguinoso, molto impressionante. E molto discutibile". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 febbraio 2002) "La macchina-cinema di Ridley Scott è un'infallibile performance sul 'tempo del combattimento' nella durata insopportabile e nelle sanguinose digressioni: tra Spielberg ('Salvate il soldato Ryan') e Kubrick ('Full Metal Jacket') ci sono i pezzi d'autore della coreografia di fuoco sull'edificio, la difesa dell'elicottero abbattuto, la sutura della femorale, lo strazio del pilota lapidato dalla folla, il montaggio parallelo dei piani. Oltre il confine morale, eroico, che 'un compagno non si abbandona mai', resta la cronaca di un attacco chirurgico fallito, muto e ambiguo nel suo risvolto spettacolare". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 8 febbraio 2002) "Seguendo il film lo spettatore ha l'impressione di essere finito anche lui in una trappola. Nel descrivere i combattimenti, Ridley Scott mostra quanto va succedendo dall'alto e dal basso, dalle posizioni dei militari assediati. Questa attenzione alle varie componenti del crudele gioco della guerra, questa intelligenza narrativa, di natura non solamente tecnica ma direi morale, favoriscono il formarsi di un discorso pacifista, sempre implicito nel reportage e sottolineato nella sequenza simbolica dell'esodo dei militari con la folla immobile e minacciosa e la danza dei ragazzini": (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 8 febbraio 2002) Note - OSCAR 2002 PER MIGLIOR MONTAGGIO E SONORO (MICHAEL MINKLER, MYRON NETTINGA E CHRIS MUNRO). IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER MIGLIOR REGIA E SCENEGGIATURA. - REVISIONE MINISTERO GENNAIO 2002.
MR. Bean [Videoregistrazione : l'ultima catastrofe / regia di Mel Smith
Abstract: La vita è una continua sfida per Mr Bean, che dell'adulto ha solo l'aspetto, e il suo atteggiamento è quello tipico di un ragazzino dispettoso e imbranato. In compagnia di Teddy - l'amatissimo orsacchiotto di peluche - va in giro a bordo della sua Mini Morris verde acido, riuscendo a combinare disastri anche nelle situazioni più semplici. Ma nonostante tutto la sua perseveranza viene spesso premiata e, alla fine delle rocambolesche disavventure, Mr.Bean trova sempre un modo ingegnoso per risolvere i problemi. Note - TRASMESSO DALL'1 GENNAIO 1990. CONTINUATO PER CINQUE ANNI.
IN America [Videoregistrazione : il sogno che non c'era / regia di Jim Sheridan
Abstract: Johnny e Sarah lasciano l'Irlanda con le loro figlie per raggiungere gli Stati Uniti. A New York, trovano un ambiente ostile, ma la speranza e la fede che le due bambine riescono a trasmettere a tutta la famiglia daranno la forza necessaria per ricominciare una nuova vita e realizzare il 'sogno americano'. "'In America' non è un film privo di meriti: trova momenti toccanti, altri ironici e ha il merito di sperimentare un doppio punto di vista, adulto e infantile, sulle stesse situazioni. Peccato che queste ultime siano sempre più prevedibili con lo scorrere delle scene e che la filosofia positiva di cui Sheridan si fa portatore incorra in ingenuità indegna dell'intelligenza di Christy e Ariel." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 febbraio 2004) "Semi-autobiografica, favoletta che fa sembrare Frank Capra un irrecuperabile pessimista, 'In America' di Jim Sheridan è raccontato dal punto di vista della figlia più grande. Le disgrazie dei protagonisti vengono risolte dalla sceneggiatura di Sheridan & figlie (Naomi e Kirsten) con irritante facilità, così come la fotografia di Declan Quinn dipinge un inferno metropolitano molto glamour che ricorda, a proposito di anni '80, i colori di una pubblicità Benetton. Più che un film, un ruffianissimo spot sull'american dream. E' tutto fasullo, comprese le due insopportabili bambine, una delle quali va in giro con una microtelecamera con schermino laterale improbabile negli anni '80, soprattutto per dei poverissimi immigrati. Fastidioso vedere due attori di classe come Considine (eccellente in 'Last Resort', bel film sull'immigrazione) e Morton recitare personaggi così scontati. Tre nomination agli Oscar, la critica Usa in visibilio ma probabilmente il peggior Sheridan di sempre." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 6 febbraio 2004) "Nel film che Jim Sheridan ha tratto dai propri ricordi di esule irlandese nella Grande Mela, la prima mezzora è perfetta. (...) Si sa che l'Oscar predilige gli invalidi e i moribondi, quindi la candidatura dell'attore africano non sorprende anche se a spese di quella che in gergo si definisce 'una parte fatta'. Più inventiva e sorprendente l'altra nomination di 'In America', che è andata a Samantha Morton commovente madre di famiglia. Non a caso a un certo punto su un televisore appare la Ma Joad di Furore che pronuncia le famose parole: 'Noi ce la faremo perché siamo il popolo'. È la fiducia che trasmette 'In America', un film in cui i personaggi si dicono a vicenda 'Andrà tutto bene' e tutto continua invece ad andare malissimo. Ma poiché la speranza è l'ultima a morire, qualche santo provvederà." (Tullio Kezich, 'Il Corriere della Sera', 7 febbraio 2004) Note PRESENTATO AL TORONTO FILM FESTIVAL 2003
Il PARADISO all'improvviso [Videoregistrazione / regia di Leonardo Pieraccioni
Abstract: Lorenzo, proprietario di una ditta che realizza effetti atmosferici per il cinema e la televisione, è un single convinto e la sua condizione di scapolo felice suscita l'invidia dei suoi due più cari amici Taddeo e Bardella, due nobili che vivono in un castello, sono fissati con le scommesse e hanno alle spalle matrimoni falliti e mogli da mantenere. Le sue convinzioni però cominciano a vacillare dopo essere giunto insieme alla sua assistente Nina ad Ischia, dove incontra Amaranta, una ragazza colombiana bella e ricca che, per fare una sorpresa al suo fidanzato, gli ha commissionato una finta nevicata nella sua lussuosa villa a strapiombo sul mare... "Pieraccioni sta risalendo le posizioni conquistate al tempo de 'Il ciclone' con rinnovato entusiasmo e una vena che sembrava smarrita. 'Il paradiso all'improvviso' è amabile, lieve come i petali di una Saint-Honoré, un po' vago nel definire i caratteri, ma accattivante e natalizio. (...) Complice una colonna sonora di alta ingegneria sentimentale, la vicenda procede secondo i piani dell'autore, desideroso di rientrare nel ristretto numero dei registi da cassetta. La new entry Anna Maria Barbera, colorisce il personaggio di Nina, con sagace volgarità, la stessa che le è valso il successo tv. Il film lascia intendere che Pieraccioni non ha alcuna intenzione di rompere lo schema, che pur ripetitivo, trascina lo spettatore in un gioco sciocco solo in apparenza, capace di essere crudele." (Adriano De Carlo, 'il Giornale Nuovo', 19 dicembre 2003) "Un giovanotto di provincia, spiritoso e tranquillo, che fa un mestiere inconsueto; nella sua esistenza sopravviene una ragazza esotica; lui se ne innamora follemente; la sua vita cambia. Lo schema dei film di Leonardo Pieraccioni è sempre questo, sempre uguale. (...) Anche il carattere dei film è simile: ingenuità, quasi non si ride e non succede quasi nulla, le storie raccontate con garbo possono essere salaci ma non sono scurrili, l'umorismo facile non è volgare, il protagonista Pieraccioni è simpatico e ha molta comunicativa, all'inizio il successo di pubblico è stato grandissimo. 'Il paradiso all'improvviso' comincia con un'esaltazione appassionata delle libertà e dei vantaggi del celibato, finisce con il matrimonio del protagonista: in mezzo stanno piccole avventure amorose e no, blande spiritosaggini, due amici aristocratici accaniti scommettitori, una maga cantante che emette gorgheggiando rivelazioni e vaticinii, il bel paesaggio di Lacco Ameno d'Ischia, Anna Maria Barbera dalla parlantina incomprensibile che si separa dal marito siciliano geloso e si mette con un cameriere indiano ancora più geloso. Nella commedia innocua Leonardo Pieraccioni è più carino del solito, è dimagrito molto, si muove con agile disinvoltura, sembra avere un decennio meno dei suoi trentotto anni; Angie Cepeda è meno carina del solito, troppo dimagrita, più ossuta e meno procace di come risultasse in 'Pantaleon e le visitatrici'. Massimo Ceccherini, l'aggressivo ex partner di Pieraccioni che adesso dirige film in proprio fa un'apparizione amichevole fulminea come passante, insieme con la sua ragazza danzatrice del ventre." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 17 dicembre 2003) "Il riferimento goldoniano non è casuale in quanto, contro le odierne sciatte abitudini, siamo in presenza di una vera commedia scritta a quattro mani con Giovanni Veronesi. Pur occupando la scena dal principio alla fine con intatta simpatia e accresciuta autorevolezza, Pieraccioni concede il giusto spazio alla colombiana Angie Cepeda. Ed è fiducia ben riposta perché la ragazza conferma di saper arpeggiare sui registri di una sapiente e reticente carineria. (...) 'Il paradiso all'improvviso' deve molto all'estro di questi comprimari di lusso (ai quali si aggiunge, sapida protagonista di una seconda storia, la Sconsolata della tv Anna Maria Barbera), lasciando a Haber un finale irresistibile in cui si butta ad abbracciare nientemeno che la Regina Elisabetta. Per scommessa, naturalmente." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 20 dicembre 2003) "Un 'Amici miei' all'acqua di rose, dove lui dei tre amici impenitenti scapoli o single, o anche se coniugati strenui dispregiatori di fidanzamenti e matrimoni, è quello che finisce per cascarci con tutte le scarpe. Solo che quella che sembra a Lorenzo un regalo inaspettato della vita è invece una volgare messa in scena conseguente alla scommessa che gli altri due hanno cinicamente ordito alle sue spalle. Finirà davvero così amaramente? Ma che domanda è? Malgrado la corregionalità Pieraccioni sta agli antipodi di Monicelli. Che vuole che gli si dica? E' un film tanto lieve che non ti accorgi neanche di averlo visto." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 27 dicembre 2003)
IMPROVVISAMENTE l'estate scorsa [Videoregistrazione / regia di Joseph L. Mankiewicz
Abstract: Dall'atto unico omonimo (1958) di Tennessee Williams: un giovane neurochirurgo ha qualche sospetto sull'ostinazione con cui una ricca vedova gli chiede di fare la lobotomia su una sua nipote malata di mente e scopre un orribile retroscena. Abilmente sceneggiato da Gore Vidal e diretto con sapienza da Mankiewicz, ancora una volta eccellente direttore d'attori, è un sordido e morboso dramma effettistico che, pur non mancando di scaltrezza, non acquista quasi mai un'autentica necessità umana e poetica.AUTORE LETTERARIO: Tennessee Williams
Un UOMO, una donna [Videoregistrazione / regia di Claude Lelouch
Abstract: Giunta in ritardo alla stazione di Deauville, una giovane vedova, Anne Gauthier, segretaria di edizione cinematografica, accetta l'offerta di un passaggio in auto per Parigi che le offre il corridore Jean-Louis Duroc. Il lungo viaggio invita al colloquio e Anne racconta la propria storia matrimoniale culminata con la morte del marito, cascatore, avvenuta per un incidente sul set. Nei successivi incontri di Anne con Jean-Louis, è l'uomo che rivela i particolari della sua vita, e la donna, già a lui affine per l'età e per le visite domenicali al collegio di Deauville dove vengono educati i rispettivi figli, scopre con questi altre affinità: anche Jean-Louis è vedovo perché sua moglie, disperata a causa di un grave incidente capitatogli mentre era in gara, si è uccisa. Jean-Louis ed Anne si sentono sempre più attratti l'uno all'altra e si abbandonanano al reciproco sentiment ma, quando Jean-Louis conduce Anne in un albergo, questa, riluttante ad un'esplosione d'amore puramente passionale, si ritrae attribuendo la sua resistenza al ricordo del marito. Occorrerà tempo, dedizione e dolcezza perchè un nuovo amore possa svilupparsi tra Anne e Jean-Louis. "Uno degli archetipi del film sentimentale nello stile del fotoromanzo con una colonna sonora intrigante. Un tema eterno, una regia capace: il trionfo di Claude Lelouch." (Jean Tulard, Guide des Films, Robert Laffont ed., 1990) Note IL FILM NEL 1966 HA COLLEZIONATO 42 PREMI INTERNAZIONALI TRA CUI LA PALMA D'ORO AL FESTIVAL DI CANNES (EX AEQUO CON "SIGNORE& SIGNORI' DI PIETRO GERMI), GLI OSCAR COME MIGLIOR FILM STRANIERO E MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE E IL GOLDEN GLOBE AD ANOUK AIMEE.
LOST in translation [Videoregistrazione / regia di Sofia Coppola
Abstract: Due americani, il maturo Bob e la giovane Charlotte, si incontrano in un lussuoso albergo di Tokio. Star del cinema in declino, Bob è arrivato per girare uno spot pubblicitario di una marca di whisky: il lavoro non lo entusiasma ma il compenso gli fa passare ogni dubbio. Charlotte accompagna John, il marito, fotografo in ascesa che non rinuncia mai ad un incarico. Bob e Charlotte passano molto tempo in albergo, e anche la notte, presi entrambi dall'insonnia, si rifugiano al bar sempre aperto. Quando John parte per un impegno fuori città, i due riescono a passare un po' di tempo insieme. Conosciutisi meglio, e affrontato il discorso su matrimonio e famiglie (Bob ha moglie e due figli), escono, frequentano altre persone, vanno in qualche locale. Ma la Tokio allucinata delle luci e dei videogame non fa per loro. Più spesso restano in camera, parlano, si guardano. Dopo aver accettato di partecipare ad uno show televisivo (e Charlotte ne ha approfittato per andare a Kyoto), Bob capisce che è il momento di ripartire. Quella notte tuttavia una cantante del night si avvicina a lui e i due passano la notte insieme. La mattina dopo, Charlotte lo capisce e si allontana arrabbiata. Bob sta per lasciare l'albergo. Tra i due c'è un saluto imbarazzato. Dal taxi, Bob vede Charlotte per strada. Si ferma, la raggiunge, si abbracciano, la bacia. Charlotte piange. Ora si possono lasciare. Bob va verso l'aeroporto. "Alla sua seconda regia Sofia Coppola, figlia di cotanto padre, conduce il gioco con mano sicura, trascorrendo dal buffo e malinconico dentro una cornice squisitamente notturna. Anime in pena rinchiuse negli agi del Park Hyatt Hotel, i due personaggi ci ricordano, facendoci sorridere, di che pasta è fatta la condizione umana". (Michele Anselmi, 'Il Giornale', 1 settembre 2003) "Delizioso e imperdibile 'L'amore tradotto', che segna la repentina maturazione della figlia d'arte Sofia Coppola. Interpretato da un grandioso Bill Murray e dall'intensa Scarlett Johansson, il film mette in scena l'impalpabile contatto fra un disilluso divo americano e una giovanissima connazionale fresca sposa nelle pause di un frastornante soggiorno a Tokio. Il tragicomico spaesamento provocato dall'intraducibile metropoli si riverbera, così, nello stand by esistenziale dei personaggi che finiscono tuttavia per ritrovarci un tesoretto di confortevoli quanto effimeri contrappunti". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 settembre 2003) "Ognuno ha il proprio film e lo tiene segreto, per pudore, per gelosia e vergogna. Vergogna di vedersi e sentirsi scoperti di aver amato un film che non si crede importante, ma solo privato. 'Lost in translation' appartiene a questa categoria di film: sono di tutti, ma appartengono a noi stessi. Il motivo di questo fatale coincidere è lasciato alle leggi del desiderio. La Coppola cerca l'archetipo dell'infanzia (e del cinema) attraverso il gioco e l'amore, anche quando è platonico in una storia che rompe la successione e la ripetizione automatica di comportamenti e di destini attraverso un evento, un incontro, un piccolo miracolo." (Dario Zonta, 'L'Unità', 5 dicembre 2003) "Una cronaca, con gli accenti, spesso, del documentario. Se l'è scritta e poi realizzata Sofia Coppola, già nota per un primo film di un certo pregio, 'Il giardino delle vergini suicide'. Qui, senza mai contraddirsi nei linguaggi, si è tenuta a due modi di rappresentazione: l'incontro quasi sentimentale dei due, isolati in ambienti di cui ignorano la lingua e i costumi, e poi questi stessi ambienti, rievocati di giorno e di notte con un occhio che, tenendosi lontano dalla curiosità turistica, vi privilegia in mezzo la scoperta, anche soltanto psicologica; accettando, in qualche pagina, anche dei risvolti ironici. Lo interpreta Bill Murray, alternando con misura i fastidi dell'estraniamento con la graduale insorgenza di quei suoi sentimenti solo un po' vicini all'amore. Affiancato, con intensità, da Scarlett Johansson, molto convincente." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 5 dicembre 2003) "'Lost in Translation' è spesso divertente: basta vedere le scene in cui Murray è alle prese con una petulante prostituta che pretende di farsi leccare - o strappare - le calze, con un regista fuso di testa, con un petulantissimo intrattenitore televisivo. Bill, poi, è impedibile quando improvvisa davanti alla macchina da presa - e si vede che lo fa davvero - nella parte del bevitore di whisky per lo spot. Però l'eccezionalità della sua interpretazione sta da un'altra parte, quella stessa in cui va ricercata anche l'eccezionalità del film. Ovvero nella vulnerabilità che traspare dietro la maschera umoristica; in un senso di malinconia raramente apparso così attraente, perfino desiderabile, su uno schermo." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 dicembre 2003) Note - PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 60MA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA NELLA SEZIONE CONTROCORRENTE (2003), DOVE SCARLETT JOHANSSON HA VINTO IL PREMIO COME MIGLIOR ATTRICE. - GIRATO TUTTO IN GIAPPONE, A TOKYO - NELLE STRADE E NELL'HOTEL PARK HYATT TOKYO - E A KYOTO. - GOLDEN GLOBE 2004: MIGLIOR FILM PER IL GENERE MUSICAL/COMMEDIA, MIGLIOR SCENEGGIATURA (SOFIA COPPOLA), MIGLIOR ATTORE (BILL MURRAY). - OSCAR 2004 PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE. - NASTRO D'ARGENTO 2004 A SOFIA COPPOLA COME MIGLIR REGISTA STRANIERO.
ZELIG circus. Svisti e mai visti [Videoregistrazione / regia di Riccardo Recchia
SALVATORE Giuliano [Videoregistrazione / regia di Francesco Rosi
Abstract: Subito dopo la liberazione della Sicilia, Salvatore Giuliano, già fuorilegge per aver ucciso un carabiniere, costituisce una banda ed entra a far parte dell'esercito separatista, sostenendo conflitti a fuoco con soldati e carabinieri. Quando questo esercito viene sciolto, Giuliano rimane isolato con la sua banda ed è costretto a riprendere la sua attività di fuorilegge. Uno dei fatti più gravi di questa attività è costituito dall'episodio di Portella della Ginestra, nel quale numerosi uomini, donne e bambini furono uccisi dalla banda. A questo punto viene decisa dalle autorità una guerra senza quartiere contro Giuliano. Uno dopo l'altro cedono i capisaldi della sua difesa e la mattina del 5 luglio 1950 il suo corpo inanimato viene ritrovato nel cortile di una casa di Castel Vetrano. Ma la storia non è conclusa. Gaspare Pisciotta viene avvelenato in carcere e altri mafiosi che hanno compiuto con lui i misfatti sono colpiti da mani misteriose. "(Il film) rappresenta in realtà un brano di storia italiana che pone al centro del suo discorso il fenomeno della mafia, fenomeno del quale il bandito è uno degli episodi più o meno oscuri, forse neppure il più importante anche se il più vistoso. A Rosi Giuliano serve esclusivamente (...) come punto di riferimento. La logicità storica e la funzionalità espressiva del linguaggio anticronologico dell'opera non si capiscono a fondo se non si tien conto che quel cadavere che nella prima scena appare dall'alto, schiacciato nell'assolato cortile di Castelvetrano (...) è uno dei tanti di una catena da spiegare." (G. Ferrara, 'Francesco Rosi', Canesi Editore, 1965) Note - I TITOLI DI TESTA SONO CHIUSI DALLA SEGUENTE DIDASCALIA: "QUESTO FILM E' STATO GIRATO IN SICILIA. A MONTELEPRE, DOVE SALVATORE GIULIANO E' NATO. NELLE CASE, NELLE STRADE, NELLE MONTAGNE DOVE REGNO' PER SETTE ANNI. A CASTELVETRANO DOVE IL BANDITO TRASCORSE GLI ULTIMI MESI DELLA SUA ESISTENZA E NEL CORTILE DOVE UNA MATTINA FU VISTO IL SUO CORPO SENZA VITA". - PREMI: ORSO D'ARGENTO PER LA MIGLIORE REGIA AL XII FESTIVAL DI BERLINO (1962); NASTRO D'ARGENTO 1963 PER LA MIGLIOR REGIA (EX AEQUO CON "LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI"), MUSICA E FOTOGRAFIA IN BIANCO E NERO; GROLLA D'ORO 1962 PER LA MIGLIOR REGIA; PREMIO STAMPA ESTERA PER IL MIGLIOR FILM ITALIANO (1962).
NOVOCAINE [Videoregistrazione / regia di David Atkins
Abstract: TRAMA BREVE La vita del dentista Frank Sangster viene d'improvviso sconvolta quando viene accusato da una paziente di essere coinvolto in un perverso tourbillon di sesso e droga culminato in un omicidio. TRAMA LUNGA Frank Sangster, titolare di un avviatissimo studio dentistico, é fidanzato con Jean la sua prima assistente. La sua vita regolata subisce una brusca sterzata, quando in visita arriva Susan, che si accomoda sulla poltrona dei pazienti e dice di aver bisogno di molti antidolorifici. In breve tempo dagli armadietti vengono a mancare farmaci per i quali è obbligatoria la ricetta medica, e Frank, oltreché essere pedinato da Duane, il fratello psicotico di Susan, si accorge di essere ricercato sia dalla DEA sia dalla polizia per traffico di droga, e per l'omicidio dello stesso Duane. Mentre è in fuga, Frank, sempre più attratto da Susan, la trova in un motel con Harlan, il fratello ribelle, che da anni Frank mantiene in silenzio. Arrestato, Frank finisce in carcere. Riesce a scappare, va a casa di Jane, trova i denti che lui stesso aveva costruito e capisce che tutto il piano era stato organizzato da Jane, che aveva incaricato Harlan di cercare una come Susan per farla andare allo studio e inguaiarlo. Ora Frank si finge morto, arriva Jane, lo osserva ma viene arrestata. Ecco Frank e Susan trasferiti in Francia per una nuova vita. "Steve Martin, il più lunare, lunatico e intellettuale dei comici americani, interpreta il personaggio di un dentista come ne 'La piccola bottega degli orrori'. (...) David Atkins, sceneggiatore di 'Arizona Dream', di Kusturica, è al suo bislacco debutto di regista". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 7 dicembre 2001). "Operazione curiosa 'Novocaine', peccato che non sia riuscita se non in minima parte o, forse, solo nelle intenzioni di autore ed interpreti. (...) il ritmo si affloscia in fretta e la vena demente e acida perde di nerbo". (Emanuela Martini, 'Film Tv', 9 dicembre 2001) "Una commedia mancata, un thriller a metà, ibrido di entrambi, con un grande attore comico grottesco. Steve Martin avrebbe dovuto incontrare Billy Wilder. Invece è diretto dallo sconosciuto David Atkins e si spertica per tentare di dare motivazione a una sceneggiatura che non lo raggiunge mai". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 7 dicembre 2001)
CHARLIE's angels piu' che mai [Videoregistrazione / regia di McG
OPERAZIONE gatto [Videoregistrazione / regia di Bob Spiers
Abstract: Remake dichiarato del classico Disney FBI operazione gatto,questo film recupera il protagonista maschile di allora, Dean Jones, in un ruolo di contorno e replica la storia aggiungendo un tocco di demenzialità unito a una più acuta osservazione della fauna umana che attraversa la vicenda. Il gatto non è più un siamese.
The CORPORATION [Videoregistrazione / regia di Mark Achbar e Jennifer Abbott
Abstract: Circa 150 anni fa le 'corporation', cioè le società per azioni, erano un'entità abbastanza insignificante. Oggi sono diventate una presenza forte e prepotente nelle nostre esistenze, come lo sono stati la Chiesa, la Monarchia e il partito comunista, in alcuni luoghi, in alcune contingenze storiche. Però la storia ha avuto ragione su quelle istituzioni dominanti, ha tolto loro il potere, le ha umiliate e le ha riassorbite nel suo ordine universale. Ora tocca alla 'corporation' affrontare la sfida. Il documentario, nato dalla cooperazione di Mark Achbar e di Jennifer Abbott, indaga sulle ripercussioni a lungo termine del fenomeno, ponendo domande sulla storia di questa istituzione, sui possibili impatti con il mondo, sulle possibilità future e fa scendere in campo, con delle interviste, anche Noam Chomsky, Michael Moore e Howard Zinn. "A consigliare 'The Corporation' di Mark Achbar, Jennifer Abbot e Joel Bakan non sono ragioni cinematografiche, ma giornalistiche. Sebbene svolto faziosamente, il tema è uno di quelli che le grandi tv non possono quasi più toccare: 'La patologica ricerca del profitto e del potere', indicata dal sottotitolo. Insomma, la hybis del manager e la bulimia del capitale anonimo." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 22 ottobre 2004) "'The Corporation' è un documentario di controinformazione che interesserà chi cerca al cinema le chiavi per capire meglio il mondo in cui viviamo. La tesi del professor Joel Balkan, autore della sceneggiatura come del libro omonimo sottotitolato 'La patologica ricerca del profitto e del potere' (Fandango), è che le corporazioni multinazionali sono diventate grazie alla legge americana la versione aggiornata delle monarchie e dittature. Allucinante è la documentazione raccolta dai registi canadesi Mark Achbar e Jennifer Abbot, che gareggiano con il Michael Moore di 'Fahrenheit 9/11' nello scoprire cosa c'è dietro molti paraventi della politica e dell'economia. Quella delle corporazioni è un'amoralità legittimata, che legittima lo sfruttamento a fini di lucro delle plebi affamate dei Paesi terzi, con i risultati di terrore e miseria che il film ampiamente documenta. Impossibile non porsi la domanda: fino a quando?" (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 23 ottobre 2004) Note - NELLA VERSIONE ORIGINALE LA VOCE DEL NARRATORE E' DI MIKELA J. MIKAEL. - IL DOCUMENTARIO HA VINTO IL PREMIO DEL PUBBLICO COME MIGLIOR DOCUMENTARIO AL SUNDANCE FILM FESTIVAL E AL TORONTO INTERNATIONAL FILM FESTIVAL.