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Trovati 37825 documenti.
Coco Chanel [Videoregistrazione] / regia di Christian Duguay
: Warner home video, [2010]
La versione di Barney [Videoregistrazione] / regia di Richard J. Lewis
: Medusa film, [2011]
Abstract: Il 70enne ebreo canadese Barney Panofsky, cinico e devastato, decide di raccontare la sua personale 'versione' dei fatti riguardanti le sue memorie e soprattutto sulla morte dell'amico Bernard "Boogie" Moscovitch, di cui a suo tempo era stato accusato. "Film che non delude gli appassionati del romanzo, raro evento felice, e dove la forza delle immagini, le emozioni, riso e pianto, vanno di pari passo con il ricordo delle parole scritte. E questo grazie al faccione ingenuo e anche disincantato di Paul Giamatti, con gli occhioni a palla e il fisico tozzo, le sue scelte folli in sintonia con il politicamente scorretto, lui che nella realtà si detesta e ad ogni successo cerca di spiegare ai fan che non vale la pena di applaudirlo. Riderete, e molto, seguendo i quarant'anni di vita di Barney Panofsky (produttore televisivo di scempiaggini, maschilista e ubriacone), raccontati attraverso i suoi tre matrimoni." (Bruna Magi, 'Libero', 9 gennaio 2011) "Dopo l'abbuffata natalizia, è tempo di uscite cinematografiche mirate a un pubblico in cerca di qualcosa di più concreto del 'panettone'. Medusa e il coproduttore Fandango ci provano allora con la cucina yiddish, mandando nelle sale venerdì "La versione di Barney", versione cinematografica del supersuccesso letterario di Mordecai Richler, approdato a Venezia lo scorso settembre, un po' in sordina perché programmato all'ultimo giorno della kermesse, e senza uno stuolo di star al seguito. (...) Chi ha amato il Barney cartaceo riuscirà a trovare uno spazio nel suo cuore anche per quello di celluloide: Giamatti è stropicciato al punto giusto, evita il caricaturale ¿ rischio sempre in agguato sui territori giudaici ¿ e si dedica allo sguardo stralunato e ai mordicchiamenti di sigaro, oltre chiaramente a certe possenti imprecazioni panofskiane. Dustin Hoffman, baffetti aguzzi e occhi a fessura, si diverte a duettare con Giamatti, pensando che magari qualche anno fa sarebbe stato anche lui un Barney perfetto, mentre tra le donne meritano una menzione sia Minnie Driver, che spiritosamente si presta a prendersi gioco dei tic della mogliettina ebrea che ruba le saponette dall'albergo in viaggio di nozze, e Rosamund Pike, che leggiadramente invecchia sullo schermo assieme al protagonista. Non è un film riuscito al cento per cento, come non lo sono mai quando si tratta di adattare per lo schermo un romanzo cult, ma nell'attuale dieta cinematografica post-natalizia è come un sostanzioso borscht." (Massimo Benvegnù, 'Il Riformista', 11 gennaio 2011) "Il film è più bello perché il libro di Mordecai Richler è stato scritto per essere visto: era già una fantasia cinematografica. Ma il film è più bello anche perché toglie il grasso ad un romanzo troppo lungo, ad un libro-vetrina più recensito che letto. Di sicuro Barney è tale e quale. Ma solo nel film, grazie alla faccia straordinariamente qualunque di Paul Giamatti, se ne capisce il successo. (...) Non è più vero che film e libri sono cose diverse. E quelle battute a ripetizione alla Woody Allen sono letteratura-cinema. (...) C'è infine nel film una piccola furbizia paesana che guasta la pulizia di una trama che è persino thriller, ed è la sostituzione di Parigi con Roma per compiacere ¿ ci pare ¿ il co-produttore italiano e infilarci qualche pubblicità più o meno occulta (una riguarda un ristorante). Ma Parigi e Roma non sono intercambiabili neppure come stereotipi, sono quadri mentali che non si somigliano. A Roma si andava per cercare la classicità e la Lambretta, solo a Parigi pittori e scrittori allenavano il genio nella bohème. Nell'Italia di quegli anni i geni come Richler venivano invece soffocati dalla vita agra." (Francesco Merlo, 'La Repubblica', 11 gennaio 2011) "Chi se non Paul Giamatti? Chi più Barney Panofsky di lui? Nessuno, appunto. Per chi abbia letto il capolavoro del canadese Mordecai Richler, la scelta era una e sola: lui, a confermare che il meglio attore è un corpo pensante e, soprattutto per gli adattamenti, una eco sulla retina della nostra immaginazione. (...) Bravissimo lui, brave le spalle ¿ il padre Dustin Hoffman e le belle signore Rosamund Pike, Minnie Driver e Rachelle Lefevre ¿ e bravino il regista esordiente Richard J. Lewis, che illustra con brio le tragicomiche vicende del nostro. Insomma, pollice alto per un ottimo antipasto: leggete il romanzo, perché la coscienza (il flusso di coscienza) di Barney è rimasta lì." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 13 gennaio 2011) "Un pizzico di dramma, accenti vari in cui l'ironia giunge più d'una volta fino all'umorismo, con spazi ampi dedicati al disegno di quel carattere al centro, ma anche con una certa attenzione per le tante figure di contorno affidandosi soprattutto a modi tranquilli, quasi all'insegna di una cronaca così sommessa che non si impenna nemmeno quando le vicende alterne del protagonista finiranno inghiottite nel buio dell'Alzheimer. Si può seguire, forse senza l'adesione quasi plebiscitaria che il film sembra aver ottenuto l'estate scorsa alla Mostra di Venezia, comunque con molta simpatia: per i ritmi agiati, per i colori vivaci di questa o quella situazione e soprattutto per la presenza di interpreti di vaglia, a cominciare da Dustin Hoffman, un padre poliziotto tutto ironici sapori. Barney è Paul Giamatti. Pochi carismi ma impiegati con giudizio. Carismi e talento li ha invece in abbondanza l'inglese Rosamund Pike, terza moglie. È la luce del film." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 14 gennaio 2011) "'La versione di Barney' di Richard J. Lewis, convenzionale, non arriva a trasporre il romanzo di Mordecai Richler (Adelphi): lo spirito caustico, l'autoironia, a volte il cinismo del canadese Barney Panofski (Paul Giamatti) diventano una sorta di tristezza alcolica; le scene girate a Roma, considerata, una città di bohemien, sono goffe e non credibili; l'amore della vita, Miriam (Rosamund Pike) è banalizzato. Sembra che i realizzatori facciano fatica ad accettare l'umorismo ebraico. (...) Ma ritrovare le figure d'un romanzo amate è sempre una tentazione, anche quando il film può essere deludente." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 14 gennaio 2011) "Per capire chi comanda fra Cinema e Letteratura, cugini rivali, basta tenere d'occhio gli adattamenti dei bestseller. (...) Un film dovrebbe vivere di vita propria, fatti salvi i confronti di rigore. E per una buona metà quella di Lewis è una commedia come tante, ma con un protagonista molto più interessante del solito. (...) Il film diventa una commedia comico-sentimentale concentrata sul difficile amore per la bella, Miriam (la sempre fulgida Rosamund Pike) e la grandezza 'invisibile' di questo antieroe che avrebbe meritato un adattamento meno timido e rispettoso. A costo di essere meno piacevole (e prevedibile) e magari di scontentare qualche lettore in più." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 gennaio 2011) "Il termine commedia ora si adatta agli exploit vitalistici di Barney ora se ne distacca, suggerendo rabbia, beffa, disincanto alla rilettura di una quarantina d'anni spesi in due continenti (c'è una parte giovanile ambientata a Roma anziché, come nel libro, a Parigi. (...) 'La versione di Barney' è insomma un film dignitoso, onorato (...) da recitazioni superaderenti, professionale senza guizzi e per di più corredato da un impalpabile quanto innegabile balsamo consolatorio che finisce col rimettere i frammenti del discorso amoroso quasi tutti al loro posto. Resta da decidere se questo era il motore del libro, non a caso ritenuto da molti e acuti opinionisti (...) una sorta di guida spirituale e pratica in contromano ai tempi nostri. (...) Il film non ha la carica eversiva del libro, edulcora sentimenti e prese di posizione, rende il personaggio quasi affabile e permette che - in assenza delle sue proverbiali invettive contro le donne, gli ebrei, le diatribe etniche e la presunzione e lo snobismo delle elite occidentali sinistrasi - rischi di risultare gradito anche ai peggiori nemici di Barney." (Valerio Caprara ,'Il Mattino', 14 gennaio 2011) "Piacerà di sicuro a molti italiani. L'Italia è uno dei Paesi dove il libro di Mordecai Richler (uscito 13 anni or sono) ha avuto maggiore successo di vendite. Questo perché Barney nonostante i suoi connotati ebraici, è personaggio tanto, tanto italiano. Forse perché tanto, ma tanto politicamente scorretto. E questo è molto apprezzabile in un Paese come il nostro dove la vegetazione più ricca (ma soprattutto più incombente) è quella dei 'correct'. Certo tra i fan del romanzo non saranno pochi quelli che storceranno il naso. Per ragioni giuste ma anche sbagliate. È vero, 'La versione di Barney' meritava forse un regista più vigoroso e personale che non l'anonimo Richard J. Lewis. Ma sbaglia chi critica la sceneggiatura di Michael Konyves. In realtà Konyves ha fatto miracoli nell'enucleare le parti più cinematografiche dell'imponente tomo di Richler (500 pagine). E ha fatto benissimo a lasciar perdere la fetta politica (...). Lewis poi non sarà un genio, ma come direttore d'attori, tanto di cappello. Paul Giamatti è sempre stato bravo dovunque, ma Barney Panofsky è chiaramente il ruolo della vita. E Rosamund Pike è una Miriam superlativa (chi se l'aspettava da un'ex Bond girl?)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 gennaio 2011) "Perché se Barney ha casa piena di foto di famiglia, soldi in tasca e donne a volontà, resta drammaticamente solo, davanti al bicchiere? Perché la vita, qui pennellata con mano ferma da Richard J. Lewis (al suo secondo film),è tutt'altro che una cosa meravigliosa, nonostante la cinica eleganza mentale con cui il protagonista affronta la vecchiaia. (...) Non era facile confrontarsi col bestseller di Richler, ma l'operazione riesce per il talento degli interpreti e perché ognuno di noi ha messo, almeno una volta, il filtro alla memoria, sicché il tema universale commuove. Magari i personaggi di contorno (dal detective alle prime due mogli) appaiono superflui, data l'insistita soggettività dell''eroe' centrale - di fatto un uomo come tanti - e la colonna sonora, qua e là si fa invadente. Ma si tratta di dettagli trascurabili,di fronte a scene-madri come quella in cui Barney e suo padre, ex poliziotto rozzissimo, strologano in libertà, privilegiando i sentimenti. Un film specchio della vita: dolorosa, incomprensibile, comunque magica." (Cinzia Romani, 'Il Giornale', 14 gennaio 2011) Note - LEONCINO D'ORO AGISCUOLA ALLA 67. MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2010). - GOLDEN GLOBE 2011 A PAUL GIAMATTI COME MIGLIOR ATTORE DI FILM MUSICAL/COMMEDIA. - ADRIEN MOROT E' STATO CANDIDATO ALL'OSCAR 2011 PER IL MIGLIOR TRUCCO. - PASQUALE CATALANO È STATO CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2011 PER LA MIGLIOR COLONNA SONORA (ANCHE PER "L'AMORE BUIO" DI ANTONIO CAPUANO).
Imagine me & you [Videoregistrazione] / regia di Ol Parker
: 20th Century Fox home entertainment, 2006
Abstract: Heck e Rachel sono finalmente giunti al giorno delle nozze ma, al momento del si', la ragazza scorge tra i presenti una persona che sconvolge i suoi sentimenti. Rachel, infatti, si rende improvvisamente conto che forse l'uomo che sta per sposare non e' la sua vera anima gemella. La persona che ha fatto scoccare la scintilla e' Luce, una degli invitati al matrimonio ed amica di Heck. Le due donne iniziano a frequentarsi ed entrambe si sentono giorno dopo giorno sempre piu' attratte l'una dall'altra. Ma come fara' Rachel ad ammetterlo a se stessa e ad Heck, un marito praticamente perfetto?
: Minerva pictures, 2010
Abstract: La giovane Jesse è alla ricerca del partner ideale. Quando incontra Ethan, un talentuoso scrittore sistematicamente rifiutato dalle case editrici, la ragazza pensa di aver finalmente trovato l'uomo giusto. Ma il destino ha in serbo per lei un altro incontro: Troy, un pubblicitario di successo impeccabilmente elegante e romantico; e anche lui potrebbe essere il suo 'uomo perfetto'...
Death race 2 [Videoregistrazione] / regia di Roel Reine'
: Universal pictures, [2011?]
Amore e altri disastri / Brittany Murphy ; un film di Alek Keshishian
01 Distribution, 2009
Abstract: Londra: Emily "Jacks" Jackson lavora per Vogue, vive con il suo miglior amico, l'omosessuale Peter Simon, sceneggiatore in cerca del grande amore, e s'incontra con James, ex ragazzo con cui rifiuta una relazione stabile, ma vuole solo continuare ad andarci a letto. Jacks conosce Paulo, assistente fotografo argentino, e pensa di presentarlo a Peter, ma questi è preso alla ricerca di tal David Williams, per il quale ha avuto un colpo di fulmine.
Qualunquemente [Videoregistrazione] / regia di Giulio Manfredonia
: 01 Distribution, 2011
Abstract: Uno spettro si aggira per la Calabria: e' lo spettro della legalita'. Contro questo spiacevole inconveniente, rappresentato dal candidato sindaco di Marina di Sopra, certo De Santis, la parte “furba” del paese schiera l'uomo della provvidenza: Cetto La Qualunque, di ritorno da un periodo di latitanza con una nuova moglie, che chiama Cosa, e la di lei bambina, che non chiama proprio. Volgare, disonesto, corrotto, ma soprattutto fiero di essere tutto questo e molto di peggio, Cetto prima ricorre alle intimidazioni mafiose, poi a dosi inimmaginabili di propaganda becera, quindi assolda uno specialista. Il fine, e cioe' la vittoria alle elezioni, giustifica interamente i mezzi, che in questo caso vanno dal comizio in chiesa, all'offerta di ragazze seminude come fossero caramelle scartate, all'incarceramento del figlio Melo in sua vece. Fino alla piu' sporca delle truffe. Il personaggio creato da Antonio Albanese e Piero Guerrera balza dal piccolo al grande schermo, vale a dire dalla misura spazio-temporale dello sketch al lungometraggio di narrazione, sotto la guida e la responsabilita' di Giulio Manfredonia e della Fandango, e atterra in piedi. Non segnera' un risultato inatteso ma si posiziona bene rispetto alle aspettative: non annoia, non divaga, non infarcisce la sceneggiatura di corpi estranei, buoni per una gag in piu' ma in fondo accessori. Non fa nemmeno ridere, e questo puo' apparentemente rappresentare un problema, ma non per forza. Si mormora in giro che il film esca datato, svilito da uno sprint della realta' politica attuale, che si supera da sola, divenendo sur-realta', al pari di quella immaginata in Qualunquemente. Eppure non e' proprio o soltanto cosi'. Se mai ad essere surreale, ma in quanto concentrato di caratteristiche e costumi assolutamente veritieri, e' il personaggio di Cetto, la sua mancanza di un limite, non certo la realta' delle colate di cemento sulla spiaggia, delle fogne che scaricano in mare, dei buoni benzina in regalo o dei brogli elettorali e nemmeno della bigamia, delle allusioni ai pregiudicati e delle “assessore” scelte in base al fisico. Il film di Albanese e Manfredonia non va scambiato per un film d'intrattenimento, anche se qualche buona battuta per fortuna non manca (“Presto io saro' sindaco per cui tu per legge vicesindaco” o “Si comincia con dare la precedenza ad un incrocio e finisce che si diventa ricchione”), e nemmeno per una tragicommedia alla Fantozzi, sebbene il regista lo citi tra le ispirazioni: piuttosto, e' un film violento, che non fa sconti e regala al “cattivo” una vittoria su tutta la linea. Il qualunquismo di questo imprenditore prestato alla politica, sempre allegro e in movimento da un abuso di potere ad un altro, menefreghista in teoria e in pratica, dovrebbe essere qualcosa di cui ridere per esorcismo, per isteria dettata dalla paura, non per spasso o per il piacere di guardarci allo specchio. Se proprio occorre dargli un'etichetta, si dira' che e' un film “di denuncia”, con i pregi e i limiti dei film “impegnati”, che ha scelto la via della satira anziche' quella della tragedia.
Rabbit hole [Videoregistrazione] / regia di John Cameron Mitchell
: Eagle pictures, 2011
Abstract: Becca e Howie Corbett sono una delle tante coppie benestanti delle villette residenziali del Queens, anche se da otto mesi le loro vite sono come sospese, congelate nell'elaborazione di un lutto. Da quando il figlio di quattro anni è stato investito da una macchina, i due hanno sviluppato un meccanismo opposto di rimozione. Howie tende semplicemente a obliare l'evento, facendo rivivere ogni sera la presenza del figlio attraverso i filmati del proprio telefonino; Becca cerca invece volontario isolamento, dedicandosi alla cura del giardino, della cucina e alla sistematica eliminazione di tracce e ricordi. In questo limbo che sembra impossibile superare, Howie comincia a legare con una donna conosciuta durante una seduta di terapia di gruppo, mentre Becca decide di aprirsi con il giovane adolescente che era alla guida della macchina quel giorno fatale. Entrambi esponenti e narratori di quel milieu newyorkese off-Broadway situato a metà fra underground eversivo ed élite intellettuale, John Cameron Mitchell e David Lindsay-Abaire si incontrano in una tana del coniglio dove si consuma l'elaborazione del più insopportabile dei lutti. Ad un primo sguardo, niente potrebbe sembrare più distante dai mondi colorati e trasgressivi di Hedwig e Shortbus di questo inaccessibile antro scavato nella quotidianità familiare dal drammaturgo premio Pulitzer. Niente, se sotto questa atmosfera gelida e cerebrale non dimorassero pulsioni in contrasto con le convenzioni del tragico e il sentimentalismo universale. La tana della famiglia Corbett diviene così un doppio luogo perfettamente coerente con i trasgressivi universi carrolliani del regista newyorkese: da una parte mondo alternativo alla falsa ipocrisia e alla finzione programmatica dei meccanismi hollywoodiani; dall'altro, via di fuga per desideri ed espressioni distanti dal moralismo benpensante. Privilegiando per la prima volta l'eleganza formale alla trasgressione colorata e colorita, Mitchell affronta il tema del lutto con uno stile sapientemente in bilico fra rispettosa discrezione ed empia franchezza. La drammaturgia del testo di Lindsay-Abaire viene esplorata in tutta la sua profondità dai due attori protagonisti, il cui allure da Actor's Studio viene messo di fronte tanto a una frenetica macchina da presa da cinéma-vérité che a uno sguardo vitreo e statico, intento a cogliere ogni micro-movimento sui loro volti. Ai disegni di un fumetto (presenza immancabile in un film di Mitchell, ma questa volta del tutto interni alla storia) spetta invece il compito delicato di mostrare solo l'apertura, il varco, alla felicità desiderata. Se la realtà è un mondo ineluttabile, non è detto che la serenità non si possa comunque sognare al di là del buco, dove vivono tutti i mondi possibili migliori di questo.
Kung Fu Panda 2 [Videoregistrazione] / regia di Jennifer Yuh
: Dreamworks home entertainment, [2011]
Abstract: Il kung fu forse è arrivato alla fine dei suoi giorni, l'era industriale incalza nella figura del perfido Shen, figlio dei reggenti, cacciato dal palazzo reale per aver voluto trasformare l'uso della polvere pirica dei fuochi d'artificio in quello della polvere da sparo dei cannoni. Ma il reietto non si arrende, e nell'oscurità accumula metallo per forgiare un esercito di cannoni, un'arma contro cui nemmeno i maestri kung fu possono fare nulla e che gli consentirà di avere la rivincita che cerca. Unica voce dissonante è una vecchia indovina che gli predice la sconfitta per mano di una forza bianco e nera in grado di accomunare ying e yang come nel simbolo del tao. A poco servirà lo sterminio di una villaggio di panda perchè, come in una tragedia greca, nel tentativo di allontanarsi da sè il destino indesiderato Shen non farà che creare la sua nemesi: Po. Intanto il Guerriero Dragone si gode la sua fama ignaro dell'attacco imminente e quando sarà chiamato ad intervenire contro il malvagio che minaccia la Cina sarà assalito da ricordi in 2D dello sterminio che lo ha reso (forse) orfano. Solo la conquista della pace interiore potrà dargli la forza per combattere i cannoni. Kung fu panda è stato un punto di svolta per la Dreamworks, il primo film a consentirgli di ambire alle inarrivabili vette dei rivali della Pixar, e per dirigerne il seguito con mossa oculata lo studio ha promosso alla regia Jennifer Yuh, che del precedente film aveva curato la storia e soprattutto la direzione della memorabile sequenza iniziale in due dimensioni. In onore alla tradizione anche Kung fu panda 2 inizia con un prologo bidimensionale, il breve racconto dei fatti incresciosi che hanno portato alla cacciata di Shen dal palazzo e allo sterminio dei panda, un segmento anche stavolta di rara raffinatezza, tutto disegnato per sembrare frutto dei giochi di ombre delle marionette cinesi. Il film che segue sembra aver maturato la lezione pixariana di Toy Story 2, una versione più asciutta, veloce e centrata sull'azione del precedente, molto focalizzata sulla tensione verso il raggiungimento di un obiettivo. E funziona! Con una smorfia comica per ogni raffinatezza visiva Kung fu panda 2 dà letteralmente un colpo alla botte e uno al cerchio per tenere avvinto tutti i tipi di pubblico, riuscendo ad unire oriente ed occidente con una fusione inedita per quantità e qualità di stilizzazione dell'azione, dimensione danzereccia dell'arte marziale e comicità grossolana da Looney Tunes. Per avvicinare una storia occidentale al modo di fare cinema orientale Jennifer Yuh gioca sul terreno dell'estetica, aumenta i combattimenti e li fonde con la danza, ispirandosi a quelli dei wuxiapan più di quanto non avvenisse nel primo film (all'inizio ne vediamo anche uno che comprende strumenti musicali come in La foresta dei pugnali volanti). E se l'umorismo verbale appare più stanco e ripetitivo (soprattutto troppo legato alla trovata del primo film di omettere la spiegazioni di come un panda possa essere figlio di un'oca) è di nuovo sul fronte dell'azione che Kung fu panda 2 guadagna terreno andando ad attingere direttamente al repertorio del maestro dell'action comedy asiatica Jackie Chan. Evoluzioni veloci e coreografate come rapidi passi di un ballo e un accumulo di gag fisiche in un crescendo che porta alla sublimazione finale del film, una risoluzione di trama che sarà prima fisica e corporale che teorica.
Stone [Videoregistrazione] / regia di John Curran
: 01 Distribution, 2011
Abstract: Presentato in anteprima al Toronto International Film Festival e al Fantastic Fest in Texas, Stone è una pellicola diretta dal regista John Curran. La sceneggiatura di Angus MacLaclan è basata sull'opera teatrale che ha scritto originariamente nel 2000. Il film è interpretato da Robert De Niro, Edward Norton, Milla Jovovich e Frances Conroy, apprezzati al Festival di Toronto per le loro interpretazioni. Uno spietato detenuto comincia una serie di inquietanti giochi mentali con il suo agente di correzione nel tentativo di ottenere la condizionale. Quando l'agente inizia una relazione con la moglie del condannato, appare subito chiaro che sia il detenuto che le motivazioni dell'agente sono sospette. Il tutto condurrà ad un'esperienza pericolosa.
I pilastri della terra [Videoregistrazione] / regia di Sergio Mimica-Gezzan
: Dall'Angelo pictures, 2010
Abstract: Inghilterra del XII secolo. Alla morte del figlio di Enrico I, che si trovava a bordo della White Ship, si scatena una spaventosa battaglia per la successione e il Paese è allo sbando. In questa cornice si snodano le appassionanti avventure del muratore Tom, del priore Philip, della bella Aliena e del malvagio Waleran, che ruotano intorno alla costruzione di una maestosa cattedrale a Kingsbridge... Note - PRODUTTORI ESECUTIVI: RIDLEY SCOTT E TONY SCOTT. -MINISERIE TELEVISIVA IN 8 EPISODI ("ANARCHY", "MASTER BUILDER", "REDEMPTION", "BATTLEFIELD", "LEGACY", "WITCHCRAFT", "NEW BEGINNINGS", "WORK OF ANGELS").
Come lo sai [Videoregistrazione] / regia di James L. Brooks
: Sony pictures home entertainment, 2011
Abstract: Lisa è vincente da quando aveva otto anni, i codini biondi e una palla di cuoio da lanciare più lontano di qualsiasi maschietto. Giocatrice carismatica e blasonata di una squadra di softball, Lisa viene estromessa dalla squadra da un allenatore ottuso che considera troppi i suoi soli trentacinque anni. Scoraggiata e confusa trova base e rifugio nellappartamento esagerato di Matty, un vanesio lanciatore di baseball col vizio delle donne e dellego. Folgorato dallestroversa complessità di Lisa, Matty decide di cambiare la sua condotta e di farne il suo unico grande amore. Mentre laltleta mette a punto una strategia maldestra di corteggiamento, Lisa accetta un invito a cena al buio. Dallaltra parte del tavolo incontra George, un affidabile uomo daffari accusato ingiustamente di illecito finanziario che si innamora perdutamente di lei. Contesa da due uomini e momentaneamente incapace di intendere i suoi sentimenti e di volere un partner alla volta, Lisa dovrà fare i conti con la sua vita nellintervallo che separa un attico da una fermata dautobus. Ha voglia di tenerezza la Lisa di Reese Witherspoon che vediamo allettata e poi fuggevole lungo il filo di una lunatica e inconfessatamente amorosa amicizia col morbido George di Paul Rudd, circuito dal genitore di Nicholson e incalzato dal rivale di Wilson. Sette anni e cinque film dopo, James L. Brooks torna a innamorare i suoi protagonisti dentro una romantic comedy metropolitana e pulsante di un classico scontro tra sessi. Perché linteresse sentimentale della protagonista per il vertice febbrilmente acuto (Rudd) e per quello amabilmente ottuso (Wilson) del triangolo si manifesta, almeno nella fase iniziale, in forma di conflitto, ribadendo la premessa teorica e formale della screwball. Stirato e goffo il primo, consumato tombeur il secondo, la coppia di candidati ha occhi e cuore soltanto per Lisa, unico e irripetibile (s)oggetto del loro desiderio. Lei intanto subaffitta il suo appartamento e sposta la sua vita chiusa in valigia tra un block e laltro, tra Matty e George, che conosce dentro unincantevole cena muta e riconosce dentro un ascensore, perde dietro le porte chiuse di un autobus e ritrova a una fermata dautobus. I protagonisti, interpretati da attori intensi e bravissimi, scivolano, inciampano e si rialzano, sono acrobati sul filo teso tra rovesci e fortune, alla ricerca dellamore e della prova che sia vero amore. Come lo sai si domanda Lisa e il titolo (per una volta traduzione corretta di quello originale) se sei innamorata e se luomo che baci ad occhi chiusi è quello ideale? Non lo sai, non puoi saperlo mai, ma il sentimento, per sua natura alchemico, puoi sperimentarlo e sentirlo addosso come faranno Lisa, George e Matty, scoprendo molto presto che può esistere solo una direzione. Commedia più brillante che romantica, complice forse il virtuosismo comico di Owen Wilson, Come lo sai si scioglie in un finale lieto e rincuorante con la sorpresa di un Nicholson che raggiunge vertici assoluti di controllo comico.
Le amiche della sposa [Videoregistrazione] / regia di Paul Feig
: Universal pictures, 2011
Abstract: Annie ha superato i trent'anni, è single e al verde, e sta per entrare nel vorticoso mondo delle damigelle d'onore: la sua migliore amica Lillian, infatti, sta per sposarsi e le ha chiesto di essere la sua prima damigella. Annie si lancia quindi in tutti i rituali richiesti ed entra in contatto con Helen, Rita, Becca e Megan, le altre ragazze che compongono il gruppo delle damigelle, ma ben presto si renderà conto di quanto difficile sia portare perfettamente a compimento tutti i doveri della brava damigella e che nel gruppo c'è qualcuno ben disposto a soffiarle l'ambito ruolo... "Campione della comicità 'politicamente scorretta' nonché traghettatore di nuovi talenti al cinema (qui Kristen Wiig, anche sceneggiatrice), il produttore Judd Apatow traduce al femminile il fortunato 'Una notte da leoni'. Il repertorio edificante del chick-flick (il film 'per pollastrelle') è rivoltato come un calzino: gag scatologiche, battute sul sesso, calcolato cattivo gusto. Perfette le sei attrici, con una nota di lode per quella che fa Rita, Wendy McLendon-Covey." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 20 agosto 2011) "Difficile capire se questa incursione femminile nell'inespugnabile maschiocentricità della commedia postapatowiana li aveva divertiti o messi in allarme - come quando un amico appare con la fidanzata alla partita, al bar favorito o al tavolo di poker. Dopo tutto, al cinema, le ragazze non si comportano come i Delta Tau Chi di 'Animal House'.... Sintomaticamente, l'idea di oltrepassare la barriera dei generi, contaminando dello humor orgogliosamente basso, spesso scatologico e totalmente infantile, la nuvola di tulle e zucchero candito che avvolge i preparativi per un matrimonio è stata proprio di Judd Apatow, che dopo aver usato la filiforme, nervosissima, comica di 'Saturday Night Live' Kristen Wiig per una particina in 'Knocked Up', le ha affidato un intero film. (...). In questo film, diversamente da 'Animal House', per i Delta Tau Chi c'è l'happy ending. E il segreto del successo stratosferico del film negli Stati uniti (170 milioni di dollari al botteghino e già 100 incassati all'estero) sta proprio nella sua capacità di essere entrambe le cose - un gavettone di catrame puzzolente e una profumata meringata alla panna." (Giulia D'Angelo Vallan, 'Il Manifesto', 19 agosto 2011) "Il cinema americano ha la straordinaria abilità di incorporare l'attualità nelle sue storie, non solo attraverso film politicamente impegnati, ma anche attraverso generi più popolari. E' il caso di 'Le amiche della sposa', la commedia scritta e interpretata da Kristen Wiig, parte del team del 'Saturday Night Live', e prodotta dal quel Judd Apatow che ha rinnovato la commedia americana con film come 'Molto incinta' e '40 anni vergine'. (...) La scrittura brillante della Wiig e la sua appartenenza al gruppo comico capitanato da Judd Apatow fanno sì che il suo umorismo sia aggiornato alle ultime tendenze, compreso il filone di 'Una notte da leoni', non disdegnando volgarità e scene disgustose anche se la sua è una storia di donne educate e ben vestite (il clou è la scena in cui, dopo aver mangiato cibo brasiliano, le ragazze si producono in esternazioni fisiche di ogni tipo): come dire, le comiche tengono testa alle loro controparti maschili senza fare 'le femminucce'. Ma 'Le amiche della sposa' non dimentica di avere un cuore, e Annie resta per tutto il film un personaggio con cui è facile identificarsi e per cui è impossibile non fare il tifo. Tanto il film quanto l'attrice riescono a commuovere anche quando fanno sorridere, e temi importanti come la paura della povertà, la solidarietà femminile e la necessità di adeguare le proprie aspettative alla realtà senza per questo vendere l'anima (o il corpo) sono trattati con arguzia e rispetto." (Paola Casela, 'Europa', 20 agosto 2011) "Ben Stiller e Adam Sandler fatevi un poco più in là: sono arrivate le ragazze e, rassegnatevi, fanno ridere più di voi. Forti della lezione glamour di 'Sex and the City', quindi capaci di essere bellocce anche quando la natura non è stata generosa, spigliate nel linguaggio e disinvolte nel chiamare ogni cosa (proprio ogni cosa) col suo nome, le scatenate amiche della sposa e lo futura sposa non risparmiano nessuno e imbastiscono irresistibili preparativi di nozze, conditi con disastrosi imprevisti e persino scatologiche comicità. E anche se l'intreccio è già visto, si ride proprio tanto, in un film che conviene vedere con le amiche, giocando magari a vestirsi tutte rosa confetto per l'occasione. Fanno simpatia tutte le attrici, molte figlie della scuola del 'Saturday Night Live'." (Erica Arioso, 'Gioia', 19 agosto 2011) Note - PAUL FEIG FIGURA ANCHE COME PRODUTTORE ESECUTIVO. - CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2012 PER: MIGLIOR FILM (COMMEDIA/MUSICAL) E ATTRICE PROTAGONISTA (KRISTEN WIIG). - CANDIDATO ALL'OSCAR 2012 PER: MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA (MELISSA MCCARTHY) E MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE.
The Conspirator [Videoregistrazione] / regia di Robert Redford
: 01 Distribution, 2011
Abstract: Washington, aprile 1865. Frederick Aiken è un ufficiale dell'esercito nordista, sopravvissuto alla Guerra Civile e deciso a vivere e innamorarsi in una nazione finalmente unita. Avvocato in tempo di pace, è chiamato a difendere davanti a un tribunale militare Mary Surratt, accusata di complicità nell'assassinio di Abramo Lincoln. Proprietaria di una pensione, supposto luogo della cospirazione, e madre di John Surratt, amico e frequentatore di uno dei sette uomini coinvolti nello scellerato delitto, Mary si dichiara innocente e chiede per sé un processo imparziale. Frederick, riottoso ad accettare la nomina di avvocato difensore e fermamente convinto della colpevolezza di Mary, nondimeno avvia la sua indagine e prepara difesa e arringa. Resistendo alla requisitoria e ai metodi poco ortodossi del pubblico ministero, il giovane avvocato si appassiona alla causa e a quella sua cliente, innocente fino a prova contraria. La ricerca della verità nel rispetto della Costituzione, gli alienerà gli amici e gli indicherà i nemici dentro un paese sull'orlo del collasso e dell'isterismo. Alla maniera di Jim Garrison, procuratore ostinato nel JFK Un caso ancora aperto di Oliver Stone, Frederick Aiken affronta il cuore nero e rivelatore della politica americana. Legali' all'indomani dell'assassinio dei loro presidenti, Garrison e Aiken incarnano una ribellione che si riverbera in una presa di coscienza individuale, in lotta con le istituzioni e contro un establishment che consuma il crimine ai danni di un individuo, colpevole o innocente, nascondendosi dietro l'iter ipocrita della giustizia. L'avvocato colonnello di James McAvoy proverà allora, nell'America infiammata di Via col vento, a restituire un frammento di innocenza alla collettività, che fuori dall'aula precipita nel caos emotivo prodotto dalla morte di Lincoln, avvocato degli umili, Presidente degli (afro)americani, punto di accumulazione di interrogativi da ricomporre. Quattro anni dopo Leoni per agnelli, Robert Redford realizza un courtroom drama che trova nel confronto con la tradizione il terreno fertile per interrogare la storia e la coscienza americana. A partire da questa considerazione si chiarisce la classicità di Redford: nell'affinamento di un linguaggio che si vuole il più possibile conforme al proprio oggetto. Per questo non bisogna sottovalutare il ricorso al genere giudiziario. Dietro la parvenza rassicurante del già visto scorre una visione confacente a una precisa idea di cinema. Robert Redford, che è stato sullo schermo il giornalista irriducibile di Alan Pakula, condannato a urtare contro gli ostacoli frapposti alla rivelazione dello scandalo Watergate, si presta perfettamente a diventare il testimone della corruzione del sogno americano. Procedendo col passo greve e dolente della tragedia, The conspirator è la densa ricostruzione dell'indagine condotta da un giovane avvocato intorno all'assassinio di Abramo Lincoln, che denuncia l'impossibilità di avvicinare anche la più piana delle verità. Cortocircuitando realtà e finzione, passato e presente, cospiratori di ieri e terroristi di oggi, Redford dichiara l'illusione democratica, puritana e liberale del giusto processo', articolando il suo film attraverso due fronti: al di qua e al di là del confine più che simbolico rappresentato dalla sbarre della prigione e dalla linea retta che separava Nord e Sud, tagliando in due il Paese. Su quel confine si incontrano per un attimo un unionista e una confederata, un avvocato e una cliente, un figlio e una madre in un mutuo scambio di salvezza che non scamperà la Mary di Robin Wright ma convertirà Frederick Aiken al giornalismo, impiegandolo come city editor del Washington Post, il quotidiano per cui scriveva il Bob Woodward di Redford in Tutti gli uomini del presidente. A clamorosa e geometrica dimostrazione di un percorso professionale e politico incline a produrre istanze come la battaglia contro il pregiudizio o la riaffermazione dei principi fondamentali sanciti nella costituzione della (sua) nazione. Puntando il dito contro l'uomo di fiducia' degli States, contro le inerzie, le complicità e le rinunce di una giustizia che si vorrebbe giusta mentre impicca e inabissa i suoi nemici, il regista pone al centro dell'aula l'intervento individuale e la relazione tra il potere assoluto e il diritto alla vita del singolo. E all'iconoclastia di Obama oppone lo spettacolo' della pena capitale. Obiezione accolta.
Un' adorabile infedele [Videoregistrazione] / regia di Howard Zieff
: 20th Century Fox home entertainment, 2011
Abstract: Claude Eastman è il direttore di una prestigiosa orchestra che si è da poco sposato con la bella Daniella, una donna molto più giovane. Mentre è in tournée, chiede di tenere d'occhio la moglie al suo maggiordomo, che però fraintende ed ingaggia un detective privato per pedinarla. Mentre Claude è in viaggio, Daniella lascia la casa ad un'amica, che si incontra col suo amante Max, attraente violinista e amico di Claude. Al suo ritorno, Claude viene informato dal detective privato che nella sua casa sono avvenuti degli incontri clandestini; Claude si convince così che la moglie lo tradisca e per questo programma un complicatissimo piano per uccidere Daniella e far ricadere la colpa su Max. Naturalmente niente andrà come previsto, ma le cose si chiariranno: nessuno verrà ucciso e i due coniugi continueranno ad amarsi.
The secret wing [Videoregistrazione] / regia di Julien Vrebos
: Mondo home entertainment, 2003
La pelle che abito [Videoregistrazione] / regia di Pedro Almodovar
: Warner home video, 2012
Abstract: Il chirurgo estetico Robert Ledgard ha perso la moglie in un incidente d'auto che l'ha completamente carbonizzata. Da allora, ha messo tutto il suo impegno di scienziato per costruire una pelle sostitutiva, leggermente più resistente di quella umana e perfettamente compatibile. Perfezionata l'invenzione, Robert ha avuto bisogno di una cavia e non ha esitato a sequestrare il ragazzo che ha tentato di stuprargli la figlia, a privarlo dell'organo più esteso del suo corpo e ad obbligarlo a (soprav)vivere in un'altra pelle, che non gli appartiene. Quando il film si apre su una bella ragazza con un'attillatissima tutina color carne, che fa yoga come fosse una ballerina di Pina Bausch e crea sculture ispirate a quelle di Louise Bourgeois, ci appare immediatamente chiaro dove ci troviamo: di fronte ad un Pedro Almodovar al cento per cento, tutt'altro che transgenico, piuttosto ormai manierista. Il resto del film si occuperà di confermare senza sosta questa prima impressione. La scrittura, come in quasi tutti gli ultimi titoli del regista, è anche qui un meccanismo perfetto, rotondo, nel quale i dialoghi servono spesso ad alleggerire una trama ritagliata con chirurgica perizia, come fosse fatta di pezzi di un puzzle (Gli abbracci spezzati) o di lembi di pelle da far combaciare senza che si noti la cicatrice. Battute come Mi chiamo Vera. Vera Cruz, solleticano la risata in pubblici diversi e stratificati, strizzando l'occhio tanto ad un'epoca (gli anni Cinquanta) e ad un cinema di genere fatto di continui colpi di scena, quanto, fuori dallo schermo, alla rinuncia dell'attrice feticcio di Almodovar, Penelope, che era stata pensata per il ruolo finito poi in sorte a Elena Anaya (e la mancanza della Cruz qui non si sente, poiché la sua seconda pelle se la cava benissimo). A livello estetico, accade esattamente la stessa cosa: dentro un impianto visivo algido ed elegante, irrompe -volutamente grottesco- un uomo vestito da tigre. Almodovar, dunque, rifà se stesso: insieme kitsch e affascinante, artista matur(at)o ed énfant prodige birichino. E poi telecamere nascoste, primi piani congelanti, scambi di sesso ma non di identità, madri con segreti mai confessati, figli/fratelli ignari l'uno dell'altro. Il mito di Frankenstein -espressione da sempre della paura nei confronti dei progressi della tecnologia e della scienza, e mito gotico per eccellenza-, più che oggetto di un'indagine o di una riflessione sembra servire ad Almodovar come un semplice contenitore, un involucro funzionale e intonato nel colore, resistente e compatibile con la celebrazione di sé e del proprio gusto.
Il ragazzo con la bicicletta [Videoregistrazione] / regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne
: Luckyred homevideo, 2011
Abstract: Il 12enne Cyril è ossessionato dall'idea di ritrovare suo padre, che lo ha temporaneamente lasciato in un collegio. L'incontro con Samantha, una parrucchiera che lo accoglie in casa nei fine settimana, potrebbe far ritrovare al ragazzo un poco di quella serenità e calore utili a calmare la sua rabbia... "Padri e figli, adulti e bambini, famiglie nelle quali si insidiano violenze e ostilità sono al centro di molti film qui a Cannes. Già due volte vincitori della Palma d'oro, i fratelli Jean Pierre e Luc Dardenne tornano sulla Croisette con 'Le gamin au vélo' (...), su un bambino deciso a ritrovare suo padre che lo ha temporaneamente lasciato in un centro di accoglienza per l'infanzia. La storia, come hanno dichiarato i registi, è nata da un'idea ossessiva, quella di una donna che aiuta un ragazzino a liberarsi della violenza di cui è prigioniero. Ora questa donna è Cecile de France e i Dardenne tornano ad affrontare il rapporto tra genitori e figli come già ne 'La promessa', 'L'enfant', 'Il figlio'." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 15 maggio 2011) "Storia di Cyril che in orfanotrofio vive con due idee in testa: ribellarsi all'ingiustizia e ritrovare i genitori. Dardenne, due volte vincitori della Palma d'oro (...), tentano la fortuna per la terza volta con la complicità di una vedette del cinema parigino." ('La Stampa', 15 maggio 2011) "Maestri di un cinema minimale a alto tasso di sottigliezze emotive, a Cannes sono in gara con 'Le gamin au vélo', odissea di Cyril, 12 anni, in cerca di un padre che non lo vuole più. (...) Nel film (...) la buona fata ha i capelli biondi e il sorriso incantevole di Cécile de France. «Una presenza luminosa», la definiscono i registi. Sarà lei, parrucchiera dal grande cuore, a prendersi cura di quel piccolo ribelle disperato. Una favola a lieto fine. (...) Ancora una volta, sotto la lente dei Dardenne, la dignità offesa, i rapporti familiari difficili. (...)" (Giuseppina Manin, 'Corriere della Sera', 16 maggio 2011) "Le Gamin si misura con la realtà. In maniera quasi ossessiva verrebbe da aggiungere. La storia del dodicenne Cyril, senza madre e abbandonato dal padre, che trova in una parrucchiera (Cécile de France, straordinaria) chi è deciso a dargli l'affetto che cerca, ricorda le loro opere precedenti su giovani disadattati e solitari. Ma a dare nuova energia al film qui c'è uno sforzo di essenzialità e di intensità che va direttamente al cuore della loro scommessa di registi: raccontare la realtà attraverso la finzione. Balza all'occhio da certi particolari (i «dispetti» di Cyril, i suoi scatti d'ira), da certe scene « secondarie» (l'energia che il ragazzo mette nel pedalare per la città) così che l'essenzialità della trama diventa una nuova qualità, capace di andare davvero all'essenza delle cose e di regalarci una inaspettata e inedita complessata narrativa, quella che trasforma il dramma di un adolescente in una specie di favola moderna, con il bosco dove perdersi (se non l'orientamento, almeno la morale), l'«uomo cattivo» che insegna a rubare e naturalmente la « fata buona» che come ricompensa offre il proprio amore." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 16 maggio 2011 ) "Tutta la disperazione del mondo in un ragazzino con i capelli biondi e la maglietta rossa. Tutta la pena, l'ostinazione, l'energia dei suoi 12 anni in un film che segue senza un attimo di tregua i suoi sforzi per negare una verità inaccettabile: il padre lo rifiuta. E intanto dettaglia anche le conseguenze che questo può avere sul suo futuro di bambino abbandonato. (...) In fondo 'Le gamin au vélo' funziona (...) come un film di inseguimenti con gli affetti al posto della solita trama da thriller. Perché i bambini non lottano per chissà quali segreti o per salvare il mondo, ma per la vita stessa. Con un'innocenza, un abbandono, una sete di assoluto, che è anche una sfida alla nostra rassegnazione di adulti, inclini alla ragionevolezza e al compromesso. Fino a quando un film dei Dardenne non viene a ricordarci di cosa saremmo capaci. Se solo osassimo volerlo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 16 maggio 2011) "L'incontro tra 'Rosso Malpelo' e 'Ladri di biciclette' non poteva sfuggire allo sguardo intelligente dei fratelli Dardenne. Dalla loro penna si sono dunque profuse le consuete grazia ed arguzia, generando un film che ha entusiasmato critica e platea a Cannes, dove i virtuosi bros belga corrono per la Palma d'oro. Che, fosse centrata, sarebbe la terza dopo 'Rosetta' e 'L'enfant'. (...) Amore, dolore, amicizia e l'onnipresente bicicletta, rubata e ovviamente restituita. Perché il lieto fine ogni tanto esiste: da vedere per credere. (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 19 maggio 2011) "Il cinema dei fratelli Dardenne coinvolge sempre. E convince non solo il pubblico, ma anche le giurie dei festival tant'è vero che con ben due film, 'Rosetta' nel 1999 e 'L'Enfant' nel 2005, hanno vinto a Cannes la Palma d'oro. Film di solito amari, attraversati da un pessimismo di fondo che si affida sempre comunque a un saldo respiro cinematografico anche quando il sospeso é l'alluso, pur costeggiando sempre il realismo, tendono ad avere sopravventi precisi. L'amarezza, se si vuole, è presente anche nel film di oggi, - ma a differenza del solito vi si accompagna mia serenità che suggerisce addirittura occasioni di speranza. (...) Una cronaca che, pur con i suoi costanti accenti realistici, tende a proporsi quasi come una fiaba. Alla maniera dei Dardenne, comunque, senza il minimo sospetto di sentimenti facili o, peggio, di concessioni alla retorica. Tutto è asciutto, lineare, precisato con finezza grazie a una costruzione narrativa in cui i personaggi sono rappresentati quasi sempre dal di fuori e studiati, anziché secondo i consueti schemi psicologici, soprattutto grazie alla loro stessa presenza, chiarita solo nel momento in cui li si mostra." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo cronaca di Roma', 20 maggio 2011) "Non perdetevi 'Le gamin au vélo' dei fratelli Dardenne, che esce quasi in contemporanea con la presentazione a Cannes dove svariati critici gli hanno già assegnato in pectore la Palma d'oro. E domani si saprà se il cinema che penetra nella vita con la forza della verità avrà la meglio sul cinema dalle ambizioni visionarie, sempre a rischio di artificio. (...) Tutto si svolge nello scenario reale di una cittadina belga con un'eccellente attrice, Cécile De France, ben inserita in un cast di non attori in cui spicca il ragazzino Thomas Doret, straordinario per concentrata ostinazione e asciutta vulnerabilità. Nell'essenziale colonna sonora, un tocco trascendente lo conferisce l'attacco del Quinto concerto per piano di Beethoven." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 20 maggio 2011) "Piacerà a chi segue da tempo il cinema dei Dardenne, bravi come pochi altri a raccontare melodrammi a ciglio asciutto, favole moderne rese più aspre da un puntiglioso realismo. E alla sempre più crescente schiera degli ammiratori di Cécile de France ('Hereafter')." (Giorgio Carbone, 'Libero', 20 maggio 2011) "Asciutto, toccante dramma dei fratelli Dardenne, che si snoda con il loro solito stile privo di fronzoli nel riuscito ritratto di un bambino alla disperata ricerca d'affetto. (...) Perfetto il piccolo esordiente Thomas Doret, magnifica l'espressiva Cécile de France." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 20 maggio 2011) Note - GRAND PRIX (EX-AEQUO CON "BIR ZAMANLAR ANADOLU'DA" DI NURI BILGE CEYLAN) AL 64. FESTIVAL DI CANNES (2011). - CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2012 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.
La fine e' il mio inizio [Videoregistrazione] / regia di Jo Baier
: Fandango, [2011]
Cose dell'altro mondo [Videoregistrazione] / regia di Francesco Patierno
: Medusa film, [2012?]