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Requiem
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Videoregistrazioni: DVD

Requiem [Videoregistrazione] : una storia vera / regia di Hans-Christian Schmid

: Luckyred homevideo, 2007

Abstract: Germania meridionale, anni Settanta. Michaela, 21 anni, lascia il paese per andare a studiare all'Università a Tubinga. La madre è contraria perché la ragazza soffre di epilessia ma il padre la agevola. La famiglia e` molto religiosa e Michaela comincia a soffrire di visioni di esseri che vogliono impedirle di accostarsi ai simboli della fede e alla preghiera. La sua patologia diventa sempre più preoccupante. La soluzione che la famiglia trova è di affidarla a un esorcista nonostante il parere contrario dell'anziano parroco che la vorrebbe invece far visitare da uno psichiatra. I fatti narrati nel film sono realmente accaduti e il pregio di Hans-Christian Schmid sta nel portarli sullo schermo senza falsi pregiudizi ma con la compassione profonda nei confronti di un "caso" che poteva essere curato. Infatti non è la "Chiesa" ad essere messa in discussione ma una sua lettura del disturbo psichico. Non è secondario infatti che sia il giovane sacerdote e non l'anziano ad insistere per l'esorcismo. Sostenuto da una notevole interpretazione offerta dalla giovane protagonista Sandra Huller il film fa propria la lezione del Loach di Family Life ma senza omaggi cinefili. Cerca cioè di raccontare un disagio profondo facendo leva sulla difficoltà (per chi sta intorno al malato psichico) di individuare talvolta la giusta terapia anche a causa di pregiudizi difficili da sradicare.

The road to Guantanamo
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Videoregistrazioni: DVD

The road to Guantanamo [Videoregistrazione] / regia di Michael Winterbottom e Mat Whitecross

: Fandango home entertainment, 2007

Abstract: Nel 2001, il pakistano Asif Iqbal si reca dalla natia Tipton, in Inghilterra, in un villaggio nel Punjab per sposare una ragazza che sua madre ha scelto per lui. In occasione delle nozze, chiama accanto a sè Ruhel, Shafiq e Monir, tre suoi amici che arrivano dalla cittadina inglese per fare da testimoni. I quattro ragazzi si incontrano a Karachi e si recano in una moschea dove l'Imam sta raggruppando forze fresche di volontari per portare aiuto ai civili in Afghanistan. I ragazzi decidono di affrontare l'avventura e partono per Kandahar ma al loro arrivo vengono accolti dal primo bombardamento delle forze Usa in guerra con i Talebani. A questo punto il quartetto cerca in tutti i modi di tornare in Pakistan, ma il viaggio si rivela pieno di insidie finché i ragazzi, ormai divisi, vengono arrestati dai soldati americani. Seguono settimane di prigionia, trasferimenti da un carcere all'altro, malattie, disagi e torture fino a che Shafiq, Asif e Ruhel vengono portati nel campo americano per i terroristi musulmani di Guantanamo, a Cuba. I giovani inglesi sono accusati di essere legati ad Osama bin Laden e Mohammed Atta perché, secondo i servizi segreti americani, sarebbero apparsi in un video accanto a loro. Due anni dopo essere stati trattenuti nella base americana, Shafiq, Asif e Ruhel sono stati rilasciati senza nessuna imputazione a loro carico, mentre di Monir non si è più avuta nessuna notizia. "'Road to Guatanamo' è una 'via crucis' epica, però rappresentata senza il minimo accenno di retorica. L'intonazione realistica, a metà tra ricostruzione e reportage (con materiali d'archivio e interviste ai personaggi reali), mobilita la memoria dello spettatore animando le immagini, viste tante volte sui giornali e in tv, dei detenuti con la tuta arancione e la testa nascosta in un sacco nero, che corrono nudi tra i latrati dei dobermann. Scene così eloquenti che la cinepresa non ha bisogno di enfatizzarle, poiché un uso retorico della regia non farebbe che smussarne l'efficacia. Consapevole di ciò, Winterbottom lascia che le situazioni si commentino da sé: anche quando insinua note di umorismo amaro, come l'insostenibile pretesa, da parte degli inquisitori, che i ragazzi siano riconoscibili in un video accanto a Osama Bin Laden e Mohammed Atta. Le immagini - in altre parole - si possono far mentire; ed è proprio per questo che occorre mantenerle il più possibile aderenti alla realtà." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 15 febbraio 2006) "In tv Bush parla di lotta del Bene contro il Male. Intanto loro, sistemati in gabbie all'aperto, sopportano sole cocente, torture, umiliazioni, pressioni ('Siete di Al Qaeda, i tuoi amici hanno confessato'). Gli ufficiali che li interrogano mostrano loro video nei quali apparirebbero addirittura accanto a Osama, ignorano ostinatamente i loro alibi (sono inglesi, hanno lavori, famiglie, testimoni). Fino a quando finalmente l'incubo finisce. Nulla che già non sapessimo o potessimo immaginare, ma naturalmente vedere è un'altra cosa, l'impatto è innegabile. Restano i dubbi legati al genere: un buon documentario si interroga sempre su cosa mostra e come. Winterbottom non conosce dubbi, anzi nei titoli non mette nemmeno la voce sceneggiatura. Legittimo, forse, ma un po' curioso." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 febbraio 2006) "Dedicando le prime inquadrature ai primi piani di Bush e Blair che concionano, 'The Road to Guantanamo' scrive, in pratica, la parola fine nello stesso tempo. È il maggior difetto del film di Michael Winterbottom, un artigiano che non riesce mai a decidersi tra la buona vena documentaristica e la ben più modesta identità da autore di fiction. (...) È scontato che l'approccio - così come la legittima condanna del famigerato Campo Delta in territorio cubano - abbia ottime chances di galvanizzare l'ambiente festivaliero; ma, senza arrivare a replicare a Winterbottom che la guerra al terrorismo non è un pranzo di gala (ribaltando l'entusiasmo rivoluzionario di alcuni politici e intellettuali nostrani), ci sembra che gli attori recitino male, le riprese con la macchina a mano facciano girare la testa e il film valga poco in sé. Gli altri due titoli in concorso, ancorché non memorabili, hanno materializzato atmosfere, per così dire, esotiche con maggiori freschezza e inventiva professionali." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 15 febbraio 2006) Note - ORSO D'ARGENTO PER LA MIGLIOR REGIA AL 56MO FESTIVAL DI BERLINO (2006).

Sleuth
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Sleuth [Videoregistrazione] = Gli insospettabili / regia di Kenneth Branagh

: Sony pictures home entertainment, 2008

Abstract: Lo scrittore Andrew Wyke e l'attore Milo Tindle sono innamorati della stessa donna e ognuno dei due è pronto a commettere le peggiori nefandezze pur di avere la meglio sul rivale. "Il remake firmato da Kenneth Branagh conserva anche in italiano il titolo originale, 'Sleuth' (che è un termine popolare inglese per investigatore), e attribuisce a Michael Caine il ruolo che fu di Olivier, affidando a Jude Law il ruolo del plebeo Milo. Niente da dire: i due attori sono bravissimi e non fanno rimpiangere gli originali. Dove invece il meccanismo si inceppa è nella nuova riduzione firmata Harold Pinter, che dilata il finale rendendo troppo esplicita la sotterranea tensione omoerotica che si instaura tra i due. Oltre a sottolineare lo sprezzante maschilismo di entrambi nei confronti della donna contesa. Così, asciugato (il film dura solo 86' ) e come raffreddato (anche per via di una scenografia ultra moderna, di cui sfugge la necessità), il film finisce per perdere il fascino insinuante dell'originale e fa rimpiangere il sottile scontro di intelligenze alla base della riduzione di Mankiewicz." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 31 agosto 2007) "Branagh lavora di sottrazione, anche perché il testo del giallo da camera firmato da Anthony Shaffer risulta reinventato dalla penna acuminata di Harold Pinter. Il remake appare subito differente, del resto, per la costruzione drammaturgica che, dall'originale gioco un po' snob, si è trasformata nel corpo a corpo tra due presenze diaboliche: un formidabile Jude Law nel ruolo che era stato di Caine e quest'ultimo, istrionico e sornione al punto giusto, in quello tramandato da Sir Laurence Olivier. La vecchia magione campestre viene non a caso sostituita da un avveniristico e claustrofobico labirinto di tecnologia, vetro e cemento, dove il gioco a rimpiattino fra il maturo scrittore e lo spiantato gigolò che gli ha rubato la moglie può assumere aggiornate tonalità brutali e nichiliste." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 31 agosto 2007) "Senza svelare il finale, diremo che la sublime prova dei due attori capaci di specchiarsi l'uno nelle paure dell'altro, e la scrittura coesa e sempre ironica di Pinter fanno di 'Sleuth' una commedia nera unica nel suo genere."(Oscar Jarussi, 'La Gazzetta del Mezzogiorno', 31 agosto 2007) "In questo thriller serratissimo (novanta minuti che volano in un soffio) la parola, con i suoi dialoghi fulminanti, è protagonista. Ma è la regia non convenzionale di Branagh, insieme con la scenografia ipermoderna, a conferire spessore cinematografico all'operazione." (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 31 agosto 2007) "Qualità che al Lido scarseggiano in modo vergognoso, in un'apoteosi autocelebrativa che farebbe arrossire anche un pavone. E' il caso del sopravvalutatissimo, ma inconsapevole, Kenneth Branagh, che dopo i vari deliri mozartiani arriva alla Mostra di Venezia con quello che i più fini di palato hanno ribattezzato 'un gioiellino', ovvero 'Sleuth', cosiddetto remake del lontano 'Gli insospettabili' di Joseph Mankiewicz, adattamenti entrambi della piéce di Anthony Shaffer e una sceneggiatura, per Branagh, firmata nientedimeno che dal premio Nobel Harold Pinter. Ce n'è a sufficienza per aspettarsi un piccolo capolavoro. E invece Branagh, come ormai da tempo, non fa altro che un attento esercizio di stile, un esamino per regista di classe con al centro il lavoro di due attori come Michael Caine e Jude Law che si sfidano per amore della comune pulzella in una casa ipertecnologica piena di telecamere e circuiti di sicurezza (ancora?!). Un giochetto a tre (Branagh, Caine, Law) che in conferenza stampa si ricoprono di complimenti vicendevolmente come tre damerini. Un compitino, nemmeno nuovo né ben riuscito. E ad applaudirli non facciamo altro che la figura dei polli che hanno abboccato di fronte ai nomi altisonanti." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 31 agosto 2007) "Tutto sembra risolversi, all'inizio, in una partita di squisite eleganze. I dialoghi, spiritosissimi sono di Harold Pinter e i due bravissimi interpreti, Jude Law e il veterano Michael Caine, li recitano con tale naturalezza da meritarsi la Coppa Volpi destinata ai migliori interpreti del festival. Il ritmo è intenso, efficace, ricco di sorprese che conducono a un certo punto a uno scambio."(Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 31 agosto 2007) "La struttura narrativa, tutta a incastri e prodiga, ad ogni svolta, di capovolgimenti e di sorprese. La regia che, lavorando spesso sui primi piani, costruisce, in un ambiente unico, una dinamica quasi travolgente, con ritmi, però, non di rado solo interiori. Le scenografie che, quasi avveniristiche con immagini di puro fascino evocano, degli interni e tra la fantasia e il surreale. E finalmente una recitazione che, scandendo alla perfezione finissimi dialoghi inglese inclini ad un umorismo prossimo al sarcasmo, permette, soprattutto a Caine ma anche a Law di giganteggiare sullo schermo. Alternando gli strappi, le sfumature, gli sberleffi. Inarrivabili." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 31 agosto 2007) Dalle note di regia: "E' stato Jude Law a contattarmi chiedendomi se volevo dirigere un film a cui stava lavorando, una sceneggiatura di Harold Pinter, con protagonisti Michael Caine e se stesso. Penso di aver accettato ancor prima che avesse terminato la domanda." Note - PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 64. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA (2007). - REMAKE DEL FILM "GLI INSOSPETTABILI" (1972) DIRETTO DA JOSEPH L. MANKIEWICZ CON MICHAEL CAINE NEL RUOLO DI MILO TINDLE E LAURENCE OLIVIER IN QUELLO DI ANDREW WYKE.

Stai fresco, Scooby-Doo
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Stai fresco, Scooby-Doo [Videoregistrazione]

: Warner home video, 2007

Swimmers
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Swimmers [Videoregistrazione] / regia di Doug Sadler

: 01 Distribution, 2007

Abstract: Emma vive in un paese di mare sulla costa orientale di Chesapeake Bay. Ha 11 anni ed è figlia di poveri marinai. Un giorno la pace del villaggio viene scossa dall'arrivo di Merrill, una donna misteriosa che è tornata nei luoghi della sua infanzia dopo lunghi anni di assenza. Emma si avvicina alla donna ed intreccia con lei un rapporto che le offre un rifugio dallo stress e dalle ristrettezze economiche in cui versa la sua famiglia. In cambio Merrill si troverà arricchita di un affetto incondizionato e di un aiuto inaspettato... Note - PRESENTATO IN CONCORSO ALLA I^ EDIZIONE DI 'CINEMA. FESTA INTERNAZIONALE DI ROMA' (2006) NELLA SEZIONE 'YOUNG ADULTS'.

L' altra donna del re
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L' altra donna del re [Videoregistrazione] = The other Boleyn girl / regia di Justin Chadwick

: Universal pictures, 2008

American gangster
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American gangster [Videoregistrazione] / regia di Ridley Scott

: Universal pictures, 2008

Abstract: Harlem, 1968. Frank Lucas, gangster nero e "ricercato", ama la famiglia, prega in chiesa e fa la guardia a Bumpy Johnson, un "padrino" che accoglie le suppliche di Harlem e distribuisce tacchini il Giorno del Ringraziamento. Richie Roberts, detective ebreo e incorruttibile della contea di Essex, sta divorziando dalla moglie, ha dimenticato di dire le preghiere e dà la caccia ai malavitosi e ai distributori di tacchini. Alla morte di Johnson, Lucas, più moderno e manageriale del vecchio padrino, subentra nelle sue attività, elimina gli avversari e diventa in pochi anni un potente boss della droga. Scavalcando le famiglie mafiose e rifornendosi di eroina direttamente nel sud-est asiatico, Lucas accumula una fortuna e attira l'attenzione di Richie Roberts. I loro percorsi, opposti e paralleli, si incontreranno sotto il ring del match del secolo: Alì-Frazier. Soltanto uno resterà in piedi, vincendo ai punti. Dentro una fotografia livida e bluastra, sotto un cielo che piove pioggia e neve, si fronteggiano due eserciti: da una parte i gangsters e i poliziotti corrotti della Unità Speciale della Narcotici, dall'altra gli agenti di Roberts, "puri" come l'eroina spacciata da Lucas. Da una parte il caos, dall'altra l'ordine. Come nel Gladiatore la disposizione degli "eserciti" prima della battaglia esprime una diversa visione del mondo: la pianificazione di un dominio (controllare il mercato dell'eroina sulla 116ma strada) e la "rivolta" contro l'aggressione dei dominatori. Anche questa volta Ridley Scott ha l'urgenza di raccontare la storia di due antagonisti che, come accade spesso nel suo cinema, sono l'uno il doppio dell'altro: Frank e Richie come Commodo e Maximus, o più indietro nel tempo e nella filmografia del regista, come i cavalieri duellanti D'Hubert e Féraud. Due destini incrociati, due percorsi chiasmici: Frank scende nell'arena (o sale sul ring) per diventare protagonista e rivendicare per sé il "sogno americano" di Luther King, Richie, spettatore diligente, assiste alla sua rappresentazione su un palcoscenico diventato universale. Ridley Scott si porta dietro dall'Europa e porta avanti negli States il progetto di cinema d'intrattenimento colto, di mainstream che si nutre di arte, di letteratura hard-boiled, di fumetto, di spot pubblicitari e di riviste di architettura. Mutuati i fendenti metallici dei Duellanti e del Gladiatore coi colpi sibilanti di pistole e fucili automatici, American Gangster è il tentativo di mostrare il microcosmo di Frank Lucas come la metafora di un macrocosmo: la società statunitense nata dalla violenza della frontiera, dallo sterminio degli indiani e dal lavoro schiavistico. Violenza che resta una costante di questa società. Siamo negli anni '70 e la Storia irrompe nel film di Scott restituendo l'allucinazione del Vietnam, la temperatura del conflitto e gli interessi intorno al conflitto. Frank Lucas è un nero del Sud che costruisce una versione personale e anomala di una storia americana di successo, che sostituisce il "padre" al comando e che rappresenta l'ascesa di una generazione contro un'altra: vecchia-nuova America, vecchia-nuova "mafia" (Lucas acquisisce il modus operandi della struttura mafiosa, impiegando nel suo business i cinque fratelli e i tanti cugini). Lo stesso Frank subirà, nell'ultimo e significativo fotogramma, l'affiorare aggressivo della next generation, la generazione successiva rappresentata (ma disincarnata) dal rampante hip-pop. Il "sipario" del carcere si chiude dietro al vecchio criminale rigettato nell'arena per farsi vampirizzare dalle nuove orde di enfants terribles. Russell Crowe e Denzel Washington sono Richie e Frank: corpi pesanti e massicci in contrasto coi volti in cui l'espressione passa per accenni lievissimi, per impercettibili increspature, per linee che si muovono appena colmando l'inquadratura senza muovere un muscolo. Attori senz'altro credo che il loro inarrivabile talento.

Amore bugie & calcetto
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Amore bugie & calcetto [Videoregistrazione] : l'abc della vita moderna / regia di Luca Lucini

: Warner home video, 2008

Un amore di testimone
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Un amore di testimone [Videoregistrazione] = Made of honour / regia di Paul Weiland

: Sony pictures home entertainment, 2008

Abstract: Tom Bailey è un uomo affascinante e di successo, soprattutto con le donne. Tuttavia, un avvenimento sta per sconvolgere l'esistenza di questo scapolo impenitente: Hannah, la sua migliore amica, tornata da un soggiorno di lavoro in Scozia gli presenta il suo nuovo fidanzato, Colin, e gli comunica che presto si sposerà e si trasferirà in Europa. La notizia per Tom è un vero disastro. Non solo perderebbe il suo unico punto di riferimento nella vita, ma durante l'assenza di Hannah, lui si è reso conto di esserne innamorato e l'idea che stia per sposare un altro lo fa impazzire di gelosia. Ad aggiungere beffa al danno, Hannah vuole che lui sia la sua 'damigella d'onore'. Tom accetta il compito ma con uno scopo ben preciso: riprendersi la donna che ama. "Chiunque si accosti alla commedia romantica non può prescindere dal glorioso modello del genere della Hollywood degli anni d'oro. Anche Paul Weiland con 'Un amore di testimone' guarda allo schema classico che cerca di rivitalizzare con lo storico conflitto etnico e culturale tra inglesi e americani. (...) Riprendendo il fortunato filone di commedie matrimoniali ('Se scappi ti sposo', 'Il matrimonio del mio migliore amico', '27 volte in bianco'), il film ha ben poco delle vecchie commedie sofisticate-sessiste soprattutto perché è costruito per il lancio cinematografico di Patrick Dempsey, considerato l'uomo più sexy del piccolo schermo grazie a 'Grey's Anatomy'. L'attore in coppia con Michelle Monaghan distilla glamour, ma quanto a sfumature e a tempi comico-brillanti lascia molto a desiderare." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 14 giugno 2008) "Convenzionale, ma ben oliata commedia estiva, adatta a chi cerca spensieratezza e dialoghi vivaci." (Cinzia Romani, 'Il Giornale', 13 giugno 2008)

Licenza di matrimonio
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Licenza di matrimonio [Videoregistrazione] / regia di Ken Kwapis

: Warner home video, 2008

Abstract: Ben Murphy (John Krasinski) e Sadie Jones (Mandy Moore) sono fidanzati e vogliono sposarsi subito e vivere insieme felicemente, ma c'è un problema: la chiesa frequentata dalla famiglia di Sadie, St. Augustine, è guidata dal reverendo Frank (Robin Williams), che non intende benedire l'unione dei due giovani fino a che non avranno frequentato e superato il suo corso di preparazione al matrimonio. Il corso consiste in una serie di stravaganti lezioni, bizzarri compiti a casa e alcune intrusioni nella privacy che mettono a dura prova il rapporto tra i due ragazzi. Non c'è alcun dubbio sul fatto che Robin Williams sia un incredibile attore comico e che il reverendo Frank risulti indubbiamente esilarante ma questo film, commedia dal carattere leggero e familiare, non ha certo colpi di scena o momenti che incollino lo spettatore allo schermo. La trama è lineare, non solo comprensibile ma addirittura costantemente prevedibile, I momenti comici non mancano, ma sono vincolati da forti alti e bassi, da battute piene di spirito e da altre che ne sono alquanto prive, e da fasi di vuoto in cui più che sorridere ci si annoia un po'. Regia lineare, quindi sorretta da una buona recitazione, trainata soprattutto dalla presenza del premio oscar Williams, che trascina i giovani Krasinski e Moore, un po' scialbi ma credibili. Una cosa però è certa: anche voi, come i protagonisti, vorrete prendere a pugni il Reverendo Frank, prima della fine del film, in un momento catartico e liberatorio.

Sword of honour
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Sword of honour [Videoregistrazione] : il coraggio di un soldato, l'onore di un uomo / regia di Bill Anderson

: Millennium storm, [200-?]

Abstract: Una storia ambientata durante la seconda guerra mondiale, tratta dal best seller di Evelyn Waugh. Al centro la ricerca eroica dell'uomo: Guy Crouchback torna dal suo esilio volontario in Italia nel 1939 ed entra a far parte dell'esercito per combattere una battaglia morale, ritrovare il rispetto di sé dopo il disastroso divorzio con la bella Virginia Troy. Ma il suo incontro con l'assurda realtà della vita militare risulta essere una sfida con se stesso più che con il nemico. Virginia è anche tornata a Londra dopo essersi separata dal suo terzo marito; l'esperienza della guerra e il ritrovamento della moglie provocano una crisi personale e morale che porta Guy a riesaminare sia il suo amore per Virginia che il suo profondo senso del dovere.

Io e Marley
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Io e Marley [Videoregistrazione] / regia di David Frankel

: 20th Century Fox home entertainment, 2009

Diverso da chi?
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Diverso da chi? [Videoregistrazione] / regia di Umberto Carteni

: Universal pictures, 2009

Abstract: Piero e Remo vivono in una città del nord-est italiano e sono una coppia gay dichiarata. Per testimoniare il "diritto alla diversità", Piero decide di scendere in campo alle primarie del centrosinistra e, per una serie di circostanze, si trova ad essere candidato a sindaco della città tra i pregiudizi degli avversari e lo sgomento dei sui compagni di partito. Per portare avanti una campagna elettorale bilanciata, che altrimenti si rivelerebbe un disastro, il partito decide di affiancargli Adele, una moderata tutta d'un pezzo, simbolo vivente dei valori tradizionali, nota come 'la furia centrista'. Ovviamente, Piero e Adele non riescono ad accordarsi su nulla finché Remo, più sensibile e femminile, comincia a dare al compagno utili consigli su come ingraziarsi la sua vice. Piero inizia così a corteggiare politicamente Adele e ben presto i due riescono ad arrivare a un accordo. Ma la situazione sfugge di mano a entrambi, tanto che il 'gay duro e puro' e la 'moderata di ferro' vengono travolti da un'irresistibile attrazione reciproca che sfocerà in una segreta relazione opposta ai loro valori, alle loro identità e alla loro linea politica. Tra mille peripezie Piero dovrà cercare di sbrogliare la situazione nella quale si è cacciato e capire da che parte stare. "Un film come questo richiede attori di un certo tipo, che riescano nello scambio di battute, nei ritmi, negli ammiccamenti, nel non detto. Claudia Gerini, la centrista familista frustata funziona perfettamente come incompresa e sensuale soft lady. Anche Filippo Nigro (compagno del candidato gay) è davvero credibile nel ruolo di un gay non sopra le righe. Chi non è 'sempre' all'altezza è Luca Argentero nel suo secondo ruolo da gay dopo 'Saturno contro' di Ozpetek. Su Argentero la Cattleya ha investito molto, dandogli un ruolo davvero non facile. Eppure l'ex del Grande Fratello lavora troppo sui vestiti e sulla posa e troppo poco sui tempi e sui ritmi (e per una commedia come questa non è un limite da poco)." (Dario Zonta, 'L'Unità', 20 marzo 2009) "Commedia politica ultraleggera con brividini contemporanei (...) Per un po' si sorride tra garbate situazioni pastello (la put... è chiamato farfallone), poi si lascia fare a due bravi interpreti affiatati, infine viene il dubbio che si miri all'omologata pacificazione sessuale tra etero e omosexmanontroppo. Quando lui, lei e l'altro si affollano in sala parto, salta in gola un antico grido: il triangolo no! Così no!" (Alessio Guzzano, 'City', 20 marzo 2009) "Anche se accompagnato dai bollini Arcigay e da Franco Grillini a Porta a Porta, 'Diverso da chi?' non è un film militante gay, ma un prodotto ben costruito dalla Cattleya e distribuito dalla Universal con un occhio al cast e ai troppi sponsor. Deve molto di più, presumo, alla produttrice esecutiva Francesca Longardi che allo sceneggiatore Fabio Bonifacci (per Cattleya 'Amore, bugie & calcetto') o al regista un po' di scuderia Umberto Carteni. L'aspetto più interessante, però, non è tanto la modernità del triangolo, ma l'averlo ambientato nel mondo della politica, all'interno del Pd (qui Ud), in cerca di un candidato sindaco per Trieste e di una coesistenza tra la sua ala più conservatrice e quella più di sinistra. Luca, oltre ad essere gay, come nella canzone di Povia, è un fragile candidato sindaco del Pd che viene unito dal partito (un grande Antonio Catania) alla binettiana Claudia Gerini come vice-sindaco. Il meglio del film, che nella zona centrale si ferma un po' troppo sulla commedia, è proprio la parte di satira politica iniziale con gli scambi di insulti tra binettiani e ds. Nel vortice dell'odioamore Gerini e Argentero si scambieranno non solo i ruoli sessuali, ma anche i ruoli politici. 'Il centrosinistra si fa anche così' dice un personaggio. Niente di esaltante, anche perché gli attori non sono così controllati dalla regia e il copione non è brillante come ai tempi di Age e Scarpelli, ma è un passo in avanti in una stagione di cinema italiano mai cosi basso e qualche battuta buona c'è 'Discutere su come suicidarsi fa molto centrosinistra'." (Marco Giusti, 'Il Manifesto', 20 marzo 2009) "Posso garantire che pur con qualche momento in cui la commedia si incarta un po' su se stessa, c'è da divertirsi. E da ammirare una volta di più, e meglio che altrove, il talento della Gerini, capace di brillare di luce propria almeno in un paio di scene da antologia. Quando le scappa un bacetto al compagno di 'ticket', che pur seguito da approcci più consistenti le mette addosso la paura di chi avendo agito d'istinto non ha valutato le conseguenze. O quando è scoperta seminuda in casa della coppia omosex dal poveretto che sta diventando il terzo incomodo. vogliamo ipotizzare che dall'alto dell'olimpo filmico Capra sorride e approva?" (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 20 marzo 2009) "Claudia Gerini è brava e bella in una situazione che vagamente evoca quella in cui a Roma si scontravano il sindaco di sinistra Walter Veltroni e il vice-sindaco democristiano signora Garavaglia. 'Diverso da chi?' è del resto più accurato nel descrivere il grottesco della politica in una piccola città del Nord-Est che nel riferire sul candidato sindaco del centrosinistra, un professore gay che vive con l'amico (Filippo Nigro, impeccabile)." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 20 marzo 2009) "E' uno di quei film che ti fanno chiedere: come sarebbe se fosse americano? In effetti è un mix di temi attuali nella loro trasversalità sovranazionale e di altri temi invece ancorati alla nostra esperienza italiana." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 20 marzo 2009) Note - SUONO: MAURIZIO ARGENTIERI. - REALIZZATO IN COLLABORAZIONE CON FRIULI VENEZIA GIULIA FILM COMMISSION. - CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2009 PER: MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE, ATTRICE PROTAGONISTA (CLAUDIA GERINI), ATTORE PROTAGONISTA (LUCA ARGENTERO), ATTORE NON PROTAGONISTA (FILIPPO NIGRO). - NASTRO D'ARGENTO 2009 PER IL MIGLIOR SOGGETTO A FABIO BONIFACCI (ANCHE PER "SI PUO' FARE" DI GIULIO MANFREDONIA). IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER: NASTRO SPECIALE - COMMEDIA, MIGLIOR PRODUTTORE (RICCARDO TOZZI, GIOVANNI STABILINI E MARCO CHIMENZ ERANO CANDIDATI PER TUTTA LA PRODUZIONE DELL'ANNO CHE COMPRENDEVA ANCHE: "QUESTIONE DI CUORE", "SOLO UN PADRE" E "DUE PARTITE").

Il curioso caso di Benjamin Button
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Videoregistrazioni: DVD

Il curioso caso di Benjamin Button [Videoregistrazione] / regia di David Fincher

: Warner home video, 2009

Abstract: La vita di Benjamin Button scorre in maniera molto particolare. Nato alla fine della Prima Guerra Mondiale, Benjamin sin dalle sue prime ore di vita rivela tutte le caratteristiche di un uomo di oltre ottant'anni destinato a morire subito. Invece, la sua esistenza attraverserà tutto il 1900 con un miracoloso e graduale ringiovanimento... "Tolto il paradossale spirito iniziale, 'Il curioso caso di Benjamin Butten', candidato a 13 premi Oscar è un film all'antica. Volendo coinvolgere lo spettatore nell'analisi del protagonista, la cinepresa segue ritmi pacati. Questo non è un film da tagli rapidi e movimenti frenetici. Lo ha compreso Fincher e Pitt e gli altri attori lo hanno assecondato. Il racconto attraversa molti momenti storici, tutti risolti con sensibilità da un artista che si concede, qua e là, pause distensive: il sommergibile affondato dal rimorchiatore nella II Guerra Mondiale e l'uomo dell'ospizio colpito cento volte dal fulmine senza danni." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 13 febbraio 2009) "Amore, morte, la fatalità del tempo che passa senza poterlo fermare. Il racconto di Fitzgerald più che curioso come l'autore lo aveva definito, semmai strambo, come giudicato dalla critica, interessò per anni il cinema, sia pure senza successo date le difficoltà soprattutto tecniche che faceva sorgere, oggi invece in anni in cui su uno schermo si può fare ormai quel che si vuole, ecco David Fincher tentare la prova affidando a Brad Pitt la parte del protagonista, avendolo già avuto al fianco in 'Sever' e in 'Fight Club'. Due thriller che non gli facevano comunque dubitare della sua capacità di affrontare una storia in cui lo strambo, appunto, si accompagnava al fantastico. Eccolo così ricorrere per il testo a Eric Roth, lo sceneggiatore di 'Forrest Gump', ed eccolo raccontare la vita a ritroso di Benjamin puntando molto sul suo candore e sulle sue ingenuità proprio alla Forrest Gump, fino a quell'amore che diventerà il punto fermo della sua vicenda. Con molto realismo nel resto, con una certa attenzione per le cornici e gli eventi in mezzo, lasciando che il segno stilistico più forte sia dato dalle immagini - la fotografia è di Claudio Miranda - quasi decolorate come a voler citare i viraggi del cinema di ieri. Al centro, Brad Pitt è convincente anche quando il trucco e il corpo immiserito di un altro rischiano di cancellarne i carismi almeno fino a quando non ci apparirà come è oggi. Lo affianca Cate Blanchett con cui torna a far coppia dopo 'Babel', il momento più doloroso e drammatico del loro amore è quando l'età che con il tempo non si ferma, li dividerà di nuovo. Non era del tutto la cifra di Fitzgerald, ma è la più forte (e commovente) del film di oggi." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 13 febbraio 2009) "Soprattutto nuovo è lo spostamento dai colori picareschi e grotteschi di un racconto che voleva divertire e semmai ammiccare in modo piccante all'eterna ambizione maschile, di non smettere mai di amare donne sempre più giovani, al dramma romantico e melò di uno scherzo della natura e del destino, del corto circuito che rende impossibile un grande amore." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 13 febbraio 2009) "Cosicché l'opera - un melodramma in stile fantasy, forse troppo lungo con i suoi 163 minuti - emoziona solo a tratti, soprattutto nella parte finale, quando si evidenzia drammaticamente il percorso di ringiovanimento del protagonista. Tuttavia il film, insistendo sulla frase che ripete spesso la madre adottiva di Benjamin "non sai mai cosa c'è in serbo per te", non manca di suscitare riflessioni sulla vita e sulla morte. (...) Così, mentre il messaggio sembra essere, malgrado tutto, che non importa se si è costretti a vivere la vita a ritroso, l'importante è come la si vive e che comunque ognuno è responsabile del proprio destino, in realtà è sempre più evidente che è il tempo a governare il destino di ciascuno. Non solo. In una società in cui si è alla ricerca dell'eterna giovinezza, dell'elisir di lunga vita, questa storia paradossale e malinconica ci dice anche altro. In primo luogo, insinua che ringiovanire potrebbe essere tutt'altro che un'esperienza piacevole, soprattutto se allontana inesorabilmente dalle persone amate; potrebbe anzi diventare una terribile condanna, stemperata solo - come avviene nel film e nel racconto - dal progressivo venir meno della memoria e dei ricordi. In secondo luogo, sottolinea che la vita va accettata così com'è, con i suoi ritmi, le sue stagioni, con le sue gioie e i suoi limiti, e che è vano illudersi di poter rovesciare il corso delle cose, sovvertendo e violentando la natura." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 13 febbraio 2009) "Da una battuta di Mark Twain ('La vita sarebbe infinitamente più felice se solo potessimo nascere a 80 anni e gradualmente raggiungere i 18') a un racconto breve di Francis Scott Fitzgerald, a un kolossal di David Fincher... l'idea di un uomo che cresce ringiovanendosi ha perso di mistero." (Dario Zonta, 'L'Unità', 13 febbraio 2009) "Tutto qui, verrebbe da dire. Con un gran numero di eventi e di personaggi a movimentare questa cavalcata attraverso il Novecento, da cui però non si cava un minimo di emozione. C'è una pesante cornice narrativa con Cate Blanchett pure lei sfigurata dal make up, che dal letto di morte racconta tutto a sua figlia Julia Ormond. C'è la nascita prodigiosa di Benjamin, che il padre industriale lascia sulle scale di un istituto gestito da una donna di colore, a New Orleans. Poi l'infanzia in sedia a rotelle: l'iniziazione sessuale di quel vecchietto gagliardo (Ma chi sei - dice stremata la ragazza del bordello - Dick Tracy?) i primi amori, la passione contrastata, per quella bambina conosciuta troppo presto, o troppo tardi, e inseguita per tutta la vita, che da grande farà la ballerina (Blanchett, appunto). Inframezzata da viaggi; amori, liti, battaglie, che instillano nello spettatore un dubbio capitale. Forse l'errore è nel manico. Un film così andava fatto in 3D, appunto. Oppure in bianco e nero e con immagini poco definite che lasciano più spazio all'immaginazione." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 febbraio 2009) "David Fincher si è sempre buttato senza rete nell'inconscio, nella follia (da 'Seven' a 'Zodiac') e qui prende l'occasione giusta per fare un salto in alto nel tempo e nello spazio, con avvio clamoroso anche se i trucchi di Rick Baker sono prodigiosi, ma non si ha mai l'idea di un bimbo. Poi il film si allunga e si gode come chewing gum, talvolta torna il sapore forte dell'idea originale, la lotta proustiana contro il Tempo che Resnais girò in 'Providence', altrove il filo si allenta, prendendo scorciatoie sentimentali. E affiorano temi fitzgeraldiani, notti tenere di jazz e caviale (è magica la parte con Tilda Swinton), ma il continuo trasloco d'epoche e look appesantisce un film di 166 minuti che non trova sempre l'equivalente visivo al vorrei dell'autore. Comunque piacerà tantissimo. Anche perché, volere o no, il contrasto con il tempo ci appartiene e piacerebbe provare questo sgambetto." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 febbraio 2009) "Gran brutta moda quella dei film chilometrici. Nel 1920 il saggio Francis Scott Fitzgerald aveva scritto un racconto di cinquantanove pagine: 'Il curioso caso di Benjamin Button', che, tanto per capirci al volo, compie il percorso esattamente inverso del più celebre 'Il ritratto di Dorian Gray'. Il dispersivo regista David Fincher (l'autore di 'Seven'), con la complicità degli sceneggiatori Eric Roth e Robin Swicord, lo ha allungato a dismisura trascinandolo oltre le due ore e mezzo. Quindi tra qualche risata, molti oh di meraviglia, per la sublime fotografia, i magnifici costumi e soprattutto gli stupefacenti trucchi, c'è tempo, eccome, per diversi sbadigli. Resta comunque un eccellente film, anche se tredici nomination all'oscar sono decisamente troppe." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 13 febbraio 2009) Note - CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2009 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (BRAD PITT), SCENEGGIATURA E COLONNA SONORA. - OSCAR 2009 PER MIGLIOR SCENOGRAFIA, TRUCCO ED EFFETTI VISIVI. LE ALTRE CANDIDATURE RICEVUTE ERANO: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (BRAD PITT), ATTRICE NON PROTAGONISTA (TARAJI P. HENSON), SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, FOTOGRAFIA, COLONNA SONORA, MONTAGGIO, COSTUMI E MISSAGGIO SONORO.

Mostri contro alieni
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Mostri contro alieni [Videoregistrazione] = Monsters vs aliens / regia di Rob Letterman e Conrad Vernon

: Paramount home entertainment, 2009

Abstract: Nel giorno del suo matrimonio, Susan, fidanzata a un cinico e ambizioso metereologo televisivo, viene colpita da un meteorite, crescendo a dismisura. Placcata dall'esercito degli Stati Uniti d'America, la sposa viene condotta sotto gli occhi sbigottiti degli invitati in un carcere di massima sicurezza. Mentre Susan prova ad abituarsi alle sue nuove dimensioni e a fare amicizia con quattro creature mostruose e irresistibili, un'astronave, aliena e monoculare, atterra sul nostro pianeta, rifiuta le proposte pacifiche di Mr. President e spazza via il comitato di accoglienza. Il governo, allarmato dalla presenza aliena, chiede aiuto al generale Monger e al suo specialissimo reparto di mostri. Spetterà a loro, guidati dall'impavida Susan, eroina ordinaria in condizioni straordinarie, combattere il macrocefalo Galaxhar e il suo esercito di replicanti, salvando la Terra dall'invasione. Se all'operaio John Nada del Colorado servirono un paio di occhiali da sole per scoprire che i perfetti rappresentanti della upper class di Los Angeles erano in realtà mostruosi esseri provenienti dallo spazio (Essi vivono), agli umani spettatori occorreranno un paio di occhiali 3D per archiviare la bidimensionalità e godersi (nelle sale attrezzate) un attacco alieno e tridimensionale alla terra. Lenti per guardare davvero la realtà delle cose quelle di Carpenter, lenti per "imbrogliare" ludicamente il cervello quelle di Jeffrey Katzenberg, che ci rammenta la fascinazione intatta di questo trucco: il desiderio di entrare nello schermo. Guardando l'ultima mostruosa fatica della DreamWorks si ha la sensazione che l'animazione digitale tridimensionale prima di essere un valore aggiunto sia un (fastidioso) espediente per vendere come nuova una storia fiacca e un umorismo ripetitivo. Monotone pure le citazioni continue di altri film e i personaggi animati forniti della gestualità di attori noti e voci altrettanto famose. Il limite delle storie e dei protagonisti dell'animazione DreamWorks sembra consistere nel rimanere strettamente legati al cinema live action statunitense. In questo non c'è davvero niente di male ed è divertente la prima volta, la seconda e magari anche la terza, la quarta e la quinta diventa maniera fine a se stessa. I prodigi tecnici e quelli attoriali non sono evidentemente più sufficienti a sorprendere, c'è bisogno di storie articolate, di regole solide da infrangere, di personaggi che promettano di essere sovversivi come Shrek e non di tiepide trasgressioni che non disturbano più nessuno. Ma forse la cosa più grave è abituare gli spettatori a un'animazione troppo zelante verso il cinema dal vivo, travisando la natura dell'animazione, privandola della sua libertà di immaginare, di ricreare e rendere plausibili mondi altri e fantastici. Mostri contro alieni resta sospeso tra provocazione e rassicurazione e anche questa volta i villains invasori avranno la peggio contro i mostri scorretti col cuore d'oro, disimpegnati con una coscienza, morbidi o gelatinosi ad altezza d'infante o di gigante.

Inkheart
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Inkheart [Videoregistrazione] : la leggenda di Cuore d'inchiostro / regia di Iain Softley

: Eagle pictures, 2009

Abstract: Mortimer "Mo" Folchart e sua figlia Meggie hanno un dono molto particolare: appassionati lettori di libri, riescono magicamente a dar vita ai personaggi delle storie semplicemente leggendo ad alta voce. Tuttavia, ogni volta che un eroe della letteratura compare nella realtà una persona prende il suo posto tra le pagine del libro. Un giorno, mentre sta vagabondando in una vecchia libreria, Mo ritrova 'Inkheart', un romanzo d'avventura medievale che cercava da tempo, poiché sua moglie Rose vi è stata catapultata quando Meggie aveva solo tre anni. Per riuscire a scovare e liberare Rose, padre e figlia, insieme ad una schiera di alleati del mondo reale e di quello fantastico, dovranno vedersela con il malvagio Capricorn... "Ogni tanto il vertiginoso gioco tra mondi diversi si complica e si ingarbuglia, ma più che la logica del racconto sembra far difetto a 'Inkheart' il coraggio di portare fino alle estreme conseguenze l'intreccio tra realtà e fantasia, tra personaggi nati dai libri e quelli usciti dal mondo quotidiano. Il gioco poteva essere ben più vertiginoso e coinvolgente e invece un cast altalenante, a cominciare da un Brendan Fraser che porta eternamente scolpito in faccia un sorrisino inespressivo, e una regia solo scolastica stentano a far decollare il film. Ci provano alcuni indovinati effetti speciali - l'ombra finale è decisamente riuscita - e l'idea che i personaggi dei racconti possano diventare così veri per i loro lettori da trasformarsi in esseri di carne ed ossa. A volte succede anche al cinema, ma bisognerebbe che il regista credesse a quello che filma come i migliori scrittori fanno con quello che scrivono." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 20 febbraio 2009) "Fantasy molto infantile, senza le soluzioni lussureggianti o la portata allegorica di altri casi ('Il signore degli anelli'). Ci si accontenta." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 20 febbraio 2009) "Non è solo una location suggestiva: il romanzo della Funke è ambientato proprio sulla Riviera di Ponente; e l'autore del libro cui Brendan Fraser dà la caccia è intitolato appunto 'Inkheart', si chiama, bontà dell'autrice, Fenoglio. Difficile però credere che l'autore del 'Partigiano Johnny' avrebbe gradito l'omaggio. Tutto infatti si riduce a un duello a colpi di effetti (poco) speciali, che trascura o sfrutta superficialmente, le possibilità dischiuse dalla combinazione fra i due mondi. I soli momenti di emozione sono l'incontro fra lo scrittore stupefatto e i suoi personaggi, e in particolare il mangiafuoco Paul Bettany, che scopre sgomento di dover morire alla fine del libro, ma si ribella ("Tu non sei il mio dio!"). E la battaglia. finale, combattuta scrivendo in diretta pagine che costringano i cattivi trionfanti a rientrare nei ranghi. Il resto è prevedibile, sia come eventi che come immagini. Stupisce trovare in un film così svogliato attori importanti come Broadbent, Bettany o Helen Mirren. Mentre Jennifer Connelly, nella vita signora Bettany, si concede un'apparizione non accreditata. E Andy Serkis, qui perfido Capricorn, fa rimpiangere il suo celebre clone in 3D: il Gollum del 'Signore degli anelli'." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 febbraio 2009) "Fraser si caccia in una fantastica avventura in cui rimangono coinvolti l'eccentrica zia Helen Mirren e l'autore della storia Jim Broadbent. Destinato, nella regia semplice di Iain Softley, a un pubblico di bambini. 'Inkheart' è un inno alla rapinosa magia della lettura; per noi ha il valore aggiunto di una pittoresca cornice ligure fra mare (Alassio) e monti." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 20 febbraio 2009)

Gran Torino
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Gran Torino [Videoregistrazione] / regia di Clint Eastwood

: Warner home video, 2009

Abstract: Walt Kowalski ha perso la moglie e la presenza dei figli con le relative famiglie, al funerale non gli è di alcun conforto. Così come non gli è gradita l'insistenza con cui il giovane parroco cerca di convincerlo a confessarsi. Walt è un veterano della guerra in Corea e non sopporta di avere, nell'abitazione a fianco, una famiglia di asiatici di etnia Hmong. Le uniche sue passioni, oltre alla birra, sono il suo cane e un'auto modello Gran Torino che viene sottoposta a continua manutenzione. La sua vita cambia il giorno in cui il giovane vicino Thao, spinto dalla gang capeggiata dal cugino Spider, si introduce nel suo garage avendo come mira l'auto. Walt lo fa fuggire ma di lì a poco tempo assisterà a una violenta irruzione dei membri della gang con inatteso sconfinamento nella sua proprietà. In quell'occasione sottrarrà Thao alla violenza del branco ottenendo la riconoscenza della sua famiglia. Clint Eastwood non smette mai di stupirci. Dopo averci narrato di Iwo Jima vista dai due fronti e di un'altra intrusione dello Stato nella vita degli individui (Changeling) ci immerge ora nel privato di un uomo che ha fatto dell'astio nei confronti dei diversi da sé (siano essi asiatici, neri o più semplicemente giovani) la sua ragione di vita. Si è murato vivo nella sua casa e la prima pietra dell'edificio è stata collocata a metà del secolo scorso quando ha conosciuto la violenza e la morte in Corea. Il suo personaggio si chiama (e lo ribadisce al fine di evitare appellativi troppo confidenziali) Kowalski. Eastwood ha una cultura cinematografica così vasta da non poter aver scelto a caso questo cognome. Stanley Kowalski era il brutale protagonista di Un tram che si chiama desiderio da Tennessee Williams interpretato da un Marlon Brando al suo top. Anche Walt è brutale, in maniera così rozza che nessuno fa quasi più caso alle sue offese di stampo razzista. È come se, ormai anziano, il mondo attorno a lui gli facesse percepire la sua inutilità anche da quel punto di vista. Il suo andare sopra le righe ad ogni minima occasione lo apparenta con l'altrettanto anziana vicina di casa asiatica che sa solo inveire e lamentarsi sul portico di casa. Saranno però i giovani 'diversi' (Thao e sua sorella Sue) ad aprire una breccia nelle sue difese. Hanno l'età dei detestati nipoti ma, a differenza di loro, hanno saputo conservare dei valori che l'Occidente non si è limitato a dimenticare ma ha addirittura rovesciato. Una parte della critica americana ha deriso il 'buonismo' di questo film e chi non lo ha attaccato si è spesso trincerato dietro la fredda analisi che vorrebbe trovare in Kowalski una sintesi dei personaggi interpretati nella sua lunga carriera dall'attore. Può anche essere ma Eastwood non è un regista che assembla ruoli per cinefilia compiaciuta o per autoesaltazione. Walt è un personaggio sicuramente nella linea di quelli da lui già portati sullo schermo ma è molto più complesso di quanto non possa apparire a prima vista. Il suo rapporto con l'auto e con le armi (straordinario e determinante il segno di pollice e indice a indicare la pistola come nei giochi dei bambini) ma anche quello con l'unico essere umano che si potrebbe definire suo amico (il barbiere) sono solo alcuni degli elementi che, insieme all'insorgere della malattia, costituiscono il mosaico della personalità di un protagonista non facile da dimenticare.

Rachel sta per sposarsi
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Rachel sta per sposarsi [Videoregistrazione] = Rachel getting married / regia di Jonathan Demme

: Sony pictures home entertainment, 2009

Abstract: Kym Buchmann torna a casa per il matrimonio di sua sorella Rachel. Ragazza dalla lingua tagliente e dai modi esuberanti, Kym, con i suoi atteggiamenti aggressivi e le reazioni esagerate, fa riemergere conflitti familiari sopiti da tempo, trasformando quello che doveva essere un piacevole fine settimana di festeggiamenti tra amici e parenti, in un condensato di tensioni e crisi personali. "Le condizioni favorevoli c'erano tutte: il ritorno di un regista-produttore di vaglia che, dopo i remoti exploit di 'Il silenzio degli innocenti', 'Philadelphia' e 'Qualcosa di travolgente', ultimamente s'era confinato nel ghetto dei documentari politici o musicali; una sceneggiatura firmata dalla combattiva e progressista teatrante/insegnante Jenny Lumet, figlia del venerabile Sidney; il cast capeggiato da una stellina in ascesa come Anne Hathaway e impreziosito dalla presenza di Debra Winger, data per scomparsa ma fino a metà degli anni Novanta beniamina dei registi Usa e pluricandidata ai Golden Globe e agli Oscar. Poi, però, il film s'è rivelato una gran delusione, veristico e frammentario 'alla maniera di' Altman e Cassavetes ma, al contrario dei rispettivi capolavori, incapace di comunicare emozioni inedite, dominare il meccanismo narrativo e, di conseguenza, sfuggire alle trappole della noia d'autore". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 4 settembre 2008) "Ci risiamo. Ecco un'altra famiglia disastrata (o disfunzionale, come va di moda dire), ecco rancori e incomprensioni riaffiorare in una circostanza apparentemente lieta come una festa di nozze, ecco il fantasma di un'antica tragedia aleggiare tra brindisi, balli e lazzi. Se poi piomba nella borghesissima casa della sposa l'imbarazzante sorella, in libertà vigilata da un rehab (la clinica specializzata in disintossicazioni) con molti tatuaggi, un carico di sensi di colpa e la voglia disperata di farsi accettare, la faccenda si complica. E 'Rachel Getting Married' di Jonathan Demme da commedia con i suoi dialoghi serrati, gli isterismi dei personaggi e stereotipi da film sulla festa di matrimonio (un genere consolidato, da Altman a Susan Bier), vira sul drammatico. Con finale consolatorio, però. Abbiamo celebrato un matrimonio interrazziale, ora possiamo provare a superare i problemi". (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 4 settembre 2008) "Demme ha ottenuto un dramma aperto che combina la passione per Altman (non solo quello di 'Un matrimonio') e la fiducia nel cinema documentaristico, nel quale il regista di 'Il silenzio degli innocenti' sta spendendo questa parte di carriera". (Silvio Danese, 'Quotidiano Nazionale', 4 settembre 2008) "Sarebbe sbagliato vedere 'Rachel Getting Married' come un film ad effetto, con lo scheletro nell'armadio. E' molto più semplice e complicato di così. E' il ritratto di una famiglia borghese e aperta come tante altre che cova le sue disgrazie e le sue gioie. Un microcosmo in cui lo spettatore può trovare di tutto, un piccolo palcoscenico non manipolato dalla visione del regista, ma aperto al contributo di chi osserva. Ognuno, in 'Rachel Getting Married' può trovare le proprie più profonde emozioni. Un miracolo di cinema, debitore all'esperienza documentaristica dell'ultimo Demme, che sembra spiare la realtà (alla Altman, ma anche alla Arthur Penn) rendendola pregna di materia invisibile a occhio nudo. Tanto questo è vero, che uno dei momenti più strazianti del film è a nostro avviso una sequenza priva di apparente significato: Kym nel giorno del matrimonio intercettata dalla macchina da presa mentre è ferma nel giardino, le braccia e le gambe un po' aperte, l'aria spersa e spaventata vicino a un cane che lecca briciole di torta e a un ragazzino che corre dietro una palla. Lei, congelata e impaurita in mezzo alla vita che pulsa. Da questo piccolo gioiello di nulla, Demme poi ti conduce per mano fino all'altro estremo, di fronte a Kym e a sua madre che si prendono a cazzotti accusandosi reciprocamente della morte del piccolo Ethan. Un piccolo magnifico filmino familiare. Demme è riuscito in pieno nell'intento, regalandoci il film più bello (sino ad ora) di questo altalenante concorso. Con molta educazione, senza smargiassate, ci ha squarciato l'anima permettendoci di dare un'occhiata dentro". (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 4 settembre 2008) "Sidney Lumet diresse 'La parola ai giurati'; la figlia Jenny, di madre nera, ha scritto - esordiente di mezz'età - per Jonathan Demme 'Rachel Getting Married' ('R. si sposa'). Ne è derivato un film che potrebbe intitolarsi 'La parola agli invitati'. È infatti l'ennesimo di impostazione teatrale, iper-parlato, che l'abilità di Demme rende un film molto cinematografico, in chiave collettiva e semidrammatica, sul regolamento di conti in occasione delle nozze di una sorella (Rosemarie DeWitt) e del ritorno dell'altra (Anne Hathaway) dal centro di rieducazione dov'era rinchiusa per droga". (Maurizio Cabona, 'Il Giornale, 4 settembre 2008) "L' elemento inquietante nel film di Demme è la protagonista Kym (Anne Hathaway), che lascia l'ospedale di disintossicazione giusto in tempo per partecipare al matrimonio della sorella Rachel (Rosemarie Dewitt). (...) Scritto dalla figlia di Sidney Lumet, Jenny, il testo ha convinto Demme per 'il suo rifiuto delle regole codificate di Hollywood' e in effetti quella che sembra una specie di lieto fine o, meglio, una riconciliazione generale, viene contraddetta dall' ultima mezz'ora del film. Più curiosa è l'evidente voglia di improvvisare - con la recitazione ma anche con la musica che viene suonata in scena - che ha spinto Demme a girare con una macchina a mano molto mobile e nervosa, dove gli attori danno l'impressione di una totale libertà d' iniziativa. Che unita alla buona prova di tutto il cast (la Hathaway è splendidamente lontana dal glamour del 'Diavolo veste Prada', ma anche una rediviva Debra Winger nei panni della madre divorziata e complessata è notevole), fanno di questo film un bel modo per rimediare al mezzo passo falso di 'Manchurian Candidate', ma non sufficiente ancora per non far rimpiangere il grande regista che era stato negli anni '80 e '90". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 4 settembre 2008) "Demme, per sua stessa ammissione, si è dato intenzionalmente i modi quei 'filmini di famiglia' che si girano ormai in digitale, con apparecchietti spesso ballerini. Così tutte le pagine corali hanno sempre una immediatezza piacevole che consente subito di fare il punto, anche solo di sfuggita, su questo o quel membro della famiglia e sui tipi più colorati e vari dei loro invitati. Mentre le pagine che danno spazio a Kim, ai suoi tormenti, ai suoi rimorsi e, spesso, alle sue collere da guastafeste, si affidano quasi soltanto a climi raccolti e sommessi, in cui, pur tra il frastuono scopertamente euforico di quella riunione, si fanno strada, sottilmente, gli accenti del dramma. Li esprime con finezza la recitazione di Annie Hathaway che sa disegnarsi in viso una serie continua di ombre e di pensieri cupi. Pur con meditata misura". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 4 settembre 2008) "Jonathan Demme e Jenny Lumet, regista e giovane sceneggiatrice figlia del regista Sidney, riseppelliscono l'insuperabile disastro familiare nei sorrisi, nel silenzio e nella fuga, ma nell'intreccio di folla di invitati multietnici, e nel matrimonio stesso, tra la bianca Rachel e il nero Sidney, raccontano di una nuova società americana, democratica e aperta, quella che ha puntato tutte le sue speranze di vittoria in Obama". (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 4 settembre 2008) "Tutto ciò che di buono (e c'è del buono) c'è in 'Rachel Getting Married' è merito della regia, e soprattutto del metodo - molto alla Altman - di Demme, che ha radunato il cast in una villa e ha girato il film, parole sue, come un 'home-movie, un filmino di matrimoni, o un film Dogma'". (Alberto Crespi, 'L'Unità', 4 settembre 2008) "Rachel Getting Married' segna, per certi versi, il ritorno di Demme alla narrativa distinto, però da un uso non hollywoodiano ossia levigato della macchina da presa, sembra finita nelle mani di un cineasta della domenica che tutto ama riprendere. Esperimento senza dubbio interessante ma non so quanto redditizio". (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 4 settembre 2008) "L'ultimo capitolo della eclettica e indecifrabile traiettoria artistica di Demme - quasi nulla accomuna 'Il silenzio degli innocenti', il thriller fantapolitica 'The Manciurian Candidate' e il documentario 'The Agronomist' - è anche senza dubbio il più felice. Girato quasi in tempo reale, usando la camera a mano e le luci naturali, il film riesce ad ottenere con magica naturalezza tutto ciò che gli arcigni adepti del Dogma 95 hanno inseguito a lungo e invano. Ma la vera ragione della rinascita di Demme sono gli attori, così in parte da sembrare davvero imparentati". (Guido Vitiello, 'Il Riformista', 4 settembre 2008) Note - IN CONCORSO ALLA 65. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2008). - ANNE HATHAWAY E' CANDIDATA AL GOLDEN GLOBE 2009 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA DI FILM DRAMMATICO. - ANNE HATHAWAY E' CANDIDATA ALL'OSCAR 2009 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA.

Un matrimonio all'inglese
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Un matrimonio all'inglese [Videoregistrazione] = Easy virtue / regia di Stephan Elliott

: Eagle pictures, 2008

Abstract: Il giovane John Witthaker s’innamora perdutamente di un’elegante e indipendente americana di nome Larita e la sposa. Viene quindi il momento di presentarla alla famiglia, che vive imbalsamata e preda dei debiti in una splendida villa della campagna inglese. Nonostante Larita faccia buon viso a cattivo gioco, è presto chiaro che la suocera non può vederla e che anche le sorelle di John sono più che mai diffidenti nei suoi confronti. Lo stesso non si può dire, invece, del capofamiglia, un uomo che la guerra ha reso allergico all’ipocrisia ma non insensibile all’intelligenza e all’ironia involontaria. Stephan Elliott, regista del fortunato Priscilla, la regina del deserto e dell’incompreso The Eye, torna sullo schermo dopo dieci anni di latitanza con Easy Virtue, eccellente operazione d’adattamento della pièce omonima del commediografo Noel Coward, che in passato aveva già conquistato Alfred Hitchcock (Fragile virtù). Se la storia poggia su un conflitto di civiltà canonico, tra vecchio e nuovo mondo, le tinte con cui l’autore inscena tale confronto sono deliziosamente originali e sembrano ricalcare l’aforisma di Wilde per cui gli inglesi “oggigiorno” hanno veramente tutto in comune con gli americani, tranne, naturalmente, la lingua. Jessica Biel è l’indossatrice ideale dei panni della volitiva Larita, inetta nella nobile arte della sopportazione forzata e interprete dai tempi comici perfetti; Ben Barnes è il maritino plasmabile e naïve; Kristin Scott Thomas e Colin Firth, signori e suoceri, sono il re e la regina della risata a denti stretti. Ma il film non si riduce allo sfoggio di wit né alla rivisitazione in chiave più che mai dinamica dei topoi dell’irriverenza a corte (dalla preoccupazione patologica per l’animale domestico alla complicità fisiologica della servitù nel misfatto) ma si addentra, armato di una sottile lama di coltello, ad esplorare le conseguenze più intime di una lotta senza fine tra presente e passato all’interno della coscienza stessa di Larita e va sondando il prezzo e il gusto della libertà, anche e soprattutto in amore. Con Easy Virtue il regista australiano si cala in un’epoca passata con il passo curioso e spedito della contemporaneità, ma senza per questo farne un’operetta pop, anzi lucidando il jazz sul grammofono perché possiamo ricordarci d’un tratto di tutta l’energia e l’afflato di ribellione che già contiene. Nel bel mezzo dell’eccentricità apparente di Larita, che prende parte alla caccia alla volpe a cavallo di una moto, e dell’eccentricità reale di una caccia alla volpe punto e basta, Elliot non è certo tipo da sottrarsi alla gara di anticonformismo per nascondersi dietro una regia trasparente. Un tocco di musical, un profumo di bordello francese, una palla di biliardo ed ecco inscenata una lezione di stile, con tanto di approfondimento sull’inquadratura sardonica.

Lontano da lei
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Lontano da lei [Videoregistrazione] = Away from her / regia di Sarah Polley

: Eagle pictures, 2008