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Litigi d'amore [Videoregistrazione] / regia di Mike Binder
: Panorama : Eagle pictures, 2005
Abstract: Terry Wolfmeyer, moglie affettuosa e madre attenta di quattro figlie, vive in una tranquilla cittadina di provincia. Un giorno, la sua vita viene scossa da un evento improvviso: la misteriosa scomparsa di suo marito. Così Terry si trova a dover affrontare da sola i problemi di ogni giorno, a fronteggiare le personalità complesse e difficili delle quattro figlie - Christensen, Wood, Russell e Witt - anche loro spaesate e confuse dinanzi al nuovo stile di vita che si prospetta. Terry, confusa e disperata, cerca consolazione nell'alcol e nelle attenzioni di Denny, il loro vicino di casa. Questi da giovane è stato campione di football e ora conduce una trasmissione in una radio locale, e pian piano diventa un punto di riferimento fondamentale nella vita di Terry e della sua famiglia. Ma tutto si complica quando non solo la madre, ma anche le figlie, si rivolgono a Denny per risolvere i loro dilemmi romantici... "La banalità del titolo italiano, 'Litigi d'amore', travisa le intenzioni degli autori e confonde le aspettative del pubblico. 'The Upside of Anger' può essere tradotto 'al culmine della collera', è invece tutt'altra cosa. Si tratta di un'intelligente commedia drammatica sulla middle class americana di provincia. (...) Una piacevole sorpresa, che ci riconsegna un Costner finalmente in forma. Quanto a Joan Allen recita come un'attrice di teatro, più con la voce che con il resto. Mike Binder, regista e sceneggiatore, va felicemente in controtendenza, ci prende amabilmente in giro e nel finale ci stupisce. Un piccolo, amabile racconto, che volutamente non ci fa versare una lacrima, ma emoziona." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 15 aprile 2005) "A Hollywood li chiamano vehicles, veicoli. Sono i film cuciti addosso alle star per esaltarne le qualità. Ma anche il cinema indipendente ha i suoi veicoli a giudicare da questo acido e godibile 'Litigi d'amore', titolo originale 'The Upside of Anger', forse più pertinente perché la rabbia, in ogni sua forma, è la grande protagonista. (...) Ma naturalmente non esiste solo la rabbia, ci sono anche la compassione, lo stupore, l'amore. Anche se il meglio del film è proprio nell'energia feroce della Allen, nei dialoghi sferzanti, nel contrasto fra la nostalgia di certezze borghesi e la durezza dei sentimenti." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 aprile 2005) "Il titolo è brutto e banale, il film è bello e originale. (...) Come si costruisce un affetto sulle palafitte dei forse e dei può darsi, nella tristezza periferica di Detroit: spira aria di Cassavetes, tutti falliti e-o tutti promossi. Si vedrà." (Maurizio Porro, Corriere della Sera, 16 aprile 2005) Note - LA SCENEGGIATURA, SCRITTA DA MIKE BINDER, E' STATA SCRITTA APPOSITAMENTE PER JOAN ALLEN.
Behind enemy lines [Videoregistrazione] : Dietro le linee nemiche / regia di John Moore
: 20th century Fox, 2004
Abstract: TRAMA BREVE Un comandante dell'esercito americano stanziato in Bosnia, contravvenendo agli ordini dei suoi superiori, organizza una missione per recuperare un pilota americano abbattuto durante un volo di ricognizione, che si trova solo e braccato nel territorio nemico. TRAMA LUNGA Sulla portaerei americana Vinson, in missione di pace e di controllo al largo della Bosnia, il giovane tenente Chris Burnett confida ai colleghi di essere seriamente intenzionato a lasciare il servizio: troppa routine e troppo tempo passato senza far niente. Subito il comandante, ammiraglio Reigart, lo convoca e gli chiarisce che per il momento non si parla di congedo. Per tutta risposta, e proprio nel giorno di Natale, lo invia su un F18 in missione di ricognizione fotografica. Burnett parte di malavoglia, poi scatta alcune foto su zone proibite e subito entra in funzione la contraerea. Colpito dai missili, l'aereo cade, Burnett e il copilota Steakhouse si gettano con il paracadute. Mentre Burnett sale su una collina per attivare il contatto telefonico, arrivano soldati serbi. Sasha, killer designato, spara di spalle a Steakhouse, uccidendolo. Rimasto solo e scoperto, Burnett si dà alla fuga, inseguito da Sasha, che deve eliminarlo. Quando faticosamente raggiunge il punto di incontro stabilito e crede di essere in salvo, Burnett si sente dire che non può essere prelevato in quella zona: il rischio è di compromettere il delicato processo di pace avviato dall'ONU. Dovendo raggiungere una zona presidiata dagli Usa, Burnett comincia una fuga tra territori desolati e città fantasma rase al suolo. Passa tra sparatorie, bombe, attentati, e ad un certo punto scambia la propria divisa con quella di un serbo. Annunciato alla portaerei come morto, Burnett va avanti, fin quando decide di andare a recuperare le fotografie scattate alle fosse comuni, che avevano determinato la reazione serba. Giunto sul luogo, riattiva una radio e fa capire di essere ancora vivo. Reigart a questo punto decide di andare a prenderlo, anche contravvenendo agli ordini. Dopo una colluttazione, Burnett uccide il killer Sasha, prende le fotografie, e finalmente arriva l'elicottero a salvarlo. Tornati in patria, Reigart sarà sollevato dal comando e assegnato ad un ufficio a Washington, che lui però rifiuta per andare in pensione mentre Burnett rimarrà nei marines. "Patriottismo oltranzista, critica del pacifismo, onore, eroismo, sacrificio. Il film sembra un lungo spot a favore dell'arruolamento dei giovani americani: cosa tanto più scontata poiché realizzato in anticipo sull'11 settembre (...) Per un'ora e quaranta, Moore manipola senza ritegno lo spettatore con abili riprese montate a ritmo frenetico, senza lasciargli un attimo per riflettere su chi siano i buoni e chi i cattivissimi. Di eroi con sventolio di bandiere stelle-e-strisce come questo non se ne vedevano dai tempi di John Wayne e dei 'Berretti verdi'". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 8 dicembre 2001) "Ispirato al caso di Scott O'Grady, il 'plot' sta in tre righe. (...) ma ogni riferimento alla realtà viene saltato a piè pari dallo spottone patriottardo di Moore, che usa tutti gli espedienti delle vecchie serie B e del moderno cinema d'azione per semplificare, estremizzare, cartoonizzare la guerra nella ex-Jugoslavia, così maledettamente complicata, anzi 'incomprensibile'. Ma in tanta rozza propaganda ci sono almeno due sequenze davvero da antologia. La prima è l'abbattimento del caccia (...) La seconda, da non raccontare, è la scena che culmina con la scoperta delle fosse comuni. Anche questa, e non è certo un caso, ad alto coefficiente di tecnologia". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 gennaio 2002) "Muscolare mega spot della marina americana, con una sequenza aerea iniziale mozzafiato e un finale nazionalista involontariamente comico. In mezzo, il dramma della ricerca del commilitone disperso, ripreso da 'Rambo' (...) Il finale allinea l'intervento militare americano in Jugoslavia alle azioni fumettistiche di James Bond. Almeno una sequenza vale il biglietto: la fuga del jet supersonico inseguito dai missili, di parossistica e coinvolgente precisione. Si spara. Troppo". (Silvio Danese, 'Il Giorno' 11 gennaio 2002) "(...) L'aereo va fuori rotta, fotografa fosse comuni e movimenti di truppe serbe e viene abbattuto. Burnett sopravvive, ma è braccato dai soldati e da un cecchino-predatore. Da questo momento il film, tradotto in immagini il 'soggetto' annunciato dal titolo, si lancia, senza intreccio e con dialoghi risibili, in un rush effettato verso la salvezza che miscela la meccanica idiota dei videogame con una sorta di decathlon di guerra. Wilson non si scrolla di dosso quell'aria da comprimario, gli sceneggiatori praticano ogni codicillo dell'inverosimiglianza, il regista è al suo debutto, dopo aver impressionato i produttori con uno spot per un gioco della Sega". (Enrico Magrelli, 'Film Tv', 15 gennaio 2002) "Benché realizzato prima dell'attacco alle Torri di New York dell'11 settembre 2001, il film fa parte del nuovo cinema bellico che dovrebbe nutrire o contrastare il patriottismo americano. Ma le difficoltà sono molte: il vecchio kolossal guerresco non si può più fare, risulterebbe ormai autoironico e insopportabile; il nuovo stile, applicato a conflitti militari, non arriva oltre il videogioco nella sua carenza di principi, moralità, emozioni; la via di mezzo è inevitabilmente mediocre. In 'Behind Enemy Lines' si adotta il genere Stallone nella giungla o 'Salvate il soldato Ryan' (...). Come nei film di Stallone, il protagonista è insofferente dei compromessi necessari, vorrebbe combattere in modo aperto e diretto, disprezza le politiche di pace. Il regista debuttante John Moore gira in uno stile da videogioco veloce, frammentato, affannato, supercontemporaneo: eppure il film dà l´impressione di essere lungo, e nel suo patriottismo enfatico risulta antiquato, poco interessante". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 13 gennaio 2002) "'Behind Enemy Lines' vorrebbe essere un inno agli Usa come gendarmi del mondo: ne diviene, per assurdo, la parodia. Un decisivo contributo lo dà il regista, l'irlandese John Moore, scelto dai produttori per come aveva girato uno spot per la 'Sega' (in precedenza è stato operatore per Neil Jordan e Jim Sheridan, registi dai quali non ha imparato nulla in termini di finezza psicologica e analisi politica). Moore gira tutto come fosse un videogame: macchina da presa ballerina, effettacci visivi, sonoro perennemente roboante. Alla fine il film risulta tronfio, retorico, decerebrato, politicamente disgustoso. Ma anche istruttivo: con gente simile a dargli la caccia, il mullah Omar potrebbe essere fuggito anche in monopattino, altro che motocicletta". (Alberto Crespi, 'L'Unità', 11 gennaio 2002) "Che il regista venga dalla pubblicità è evidente. L'adrenalina del montaggio, dei continui e moltissimi stacchi, della guerra vista come un prodotto, ma anche una sensazione, da pubblicizzare a vista, e non in negativo, grazie a inquadrature da steadycam, filtri, jump cut, è il 'pregio' di un film che distilla retorica yankee manipolando l'emotività. Con fervente patriottismo e vezzi da video game, il film è molto manicheo ma corre veloce come il suo eroe, col ritmo da hip-hop: in fondo potrebbe diventare un ottimo spot per l'arruolamento. C'è sempre qualcuno che 'want you'. Sarà una stagione gonfia di guerre cinematografiche. La violenza continua a pagare, specie se associata ai soliti optional: l'onore, la patria e il sacrificio. Purtroppo nel dozzinale film di Moore anche i sentimenti sono video giochi, nonostante la passione anche fisica che ci mette Wilson. Il quale non fa che errori, gioca a pallone sul ponte della portaerei, si serve di serbi rockabilly in cambio di una Coca, fa esplodere un campo minato: è un miracolo che sia vivo. Lo stesso dicasi per il pubblico, anestetizzato alla fine di fronte a tutto, con una baraonda di emozione visiva che comunica solo un disagio semplicistico e puramente irrazionale, da thriller, rispetto alla guerra, alla ragione, alla politica". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 12 gennaio 2002)
La notte dei vampiri [Videoregistrazione] : Midnight mass / regia di Tony Mandile
: Artwork and design, 2003
Abstract: Limprovviso scoppio di una strana epidemia virale provoca panico in tutto il mondo e una distruzione di massa che sconvolge ogni società. I responsabili risultano essere i vampiri che prendono quindi il sopravvento costringendo gli umani a nascondersi di notte e a circolare solo di giorno. Ma anche di giorno non sono sicuri perché ci sono squadre di cacciatori di prede per conto dei vampiri, che sperano così di entrare a far parte del consesso degli immortali. Gwen (Pamela Carp), dopo essere miracolosamente sfuggita a un agguato, cerca e trova padre Joe Cahill, un sacerdote alcolizzato (Douglas Gibson) scacciato dalla sua parrocchia prima dellepidemia con una ingiusta accusa di pedofilia. Gwen, già atea convinta e ora un po in dubbio, convince padre Joe a smettere di bere e a seguirla nella vecchia parrocchia per aiutare i sopravvissuti. Lì, con laiuto di un vecchio parrocchiano, Carl (David Dwyer), e della figlia Mickey (Marianna Matthews), affrontano i vampiri e i loro accoliti, guidati dal capo vampiro, lex sacerdote padre Palmeri (Marvin W. Schwartz). Lapproccio è diverso da quello dei consueti film di vampiri, ma la premessa è quella del famoso romanzo di Matheson, I vampiri, più volte portato sullo schermo (#Vedi#Lultimo uomo dela terra, #Vedi#1975: Occhi bianchi sul pianeta terra). Statico, verboso, pieno di banalità pseudo-filosofiche su religione, fede, ateismo e vampiri, contrasta ogni tanto la propria tediosità telefilmica con qualche scoppio di violenza e qualche spruzzata di sesso, tentando addirittura un finale di massa che cade piuttosto piatto. Curiosa e in controtendenza lidea di dare il ruolo della protagonista a unattrice bassa, cicciottella e poco attraente. Purtroppo, però, recita anche piuttosto male e allora le ragioni della scelta si fanno più oscure
I lunghi capelli della morte [Videoregistrazione] / regia di Anthony Dawson
: De Agostini, 2006
Abstract: Verso la fine del XVI secolo, accusata di aver ucciso il conte Franz, Adele Karnestein viene bruciata sul rogo. Lizabeth, sua figlia, è allevata al castello e, divenuta grande, è costretta a sposare il conte Kurt, malvagio autore dell'assassinio. Le maledizioni profferite dalla sventurata Adele s'avverano: la peste imperversa e il conte Humbolt, padre di Kurt, muore per l'improvvisa apparizione di una sconosciuta, nella quale egli ravvisa Mary, la primogenita di Adele da lui sedotta ed uccisa anni prima. Kurt s'infiamma d'improvviso amore per la sconosciuta e decide, insieme con lei, di uccidere Lizabeth. Il corpo della donna però sparisce, mentre tutti nel castello continuano a parlarne come di persona viva. Ciò spinge prima al terrore e poi alla follia Kurt, che si sente perseguitato da un fantasma. Nella cripta del castello egli scopre la verità: Lizabeth è viva mentre Mary è il fantasma di sua sorella venuta a compiere la vendetta in nome della madre ingiustamente uccisa. Attratto dal maleficio del fantasma, Kurt si trova rinchiuso e imbavagliato in un fantoccio, destinato ad essere bruciato nei giardini del castello durante una festa. Sarà la stessa Lizabeth ad appiccargli il fuoco. "[...] Siamo lontani dal talento d'un Bava [...]. Qualche idea flash: i topi rosicchiano un cadavere e danno l'idea che questo respiri [...] il manichino della morte da bruciare[...]. Certo, l'appassionato del cinema fantastico ci troverà il suo spasso [...]. Barbara Steele è assai graziosa. (N. Simsolo, "Saison '71", Parigi, 1971) Note RICCARDO PALLOTTINI E' ACCREDITATO COME RICHARD THIERRY; ERNESTO GASTALDI E' ACCREDITATO COME JULIAN BERRY.
Le strelle nel fosso [Videoregistrazione] / regia di Pupi Avati
: Aegida, 2006
Abstract: Nel '700 in una casa isolata delle valli di Comacchio, abitata da Giove e i suoi 4 figli, arriva la bella Olimpia che vi porta l'amore, e la morte. Film a basso costo e di piccolo incanto come quello del melodico, struggente motivo sul violino (inventato dal clarinettista Avati) che fa da conduttore di una favola per adulti, genere raro nel cinema italiano che rischia il poeticismo. Film di molti pregi: la luce dei paesaggi (fotografia di Franco Delli Colli, cugino di Tonino); l'arcaico e raffinato estro delle incursioni nel fantastico popolare; l'affiatata direzione degli attori e soprattutto la modulazione della voce di Avati in una favola sospesa senza morale definita, ma dotata di senso. 1° premio al Festival di Valladolid 1970.
Sherlock Holmes collection. Destinazione Algeri [Videoregistrazione] / regia di Roy William Neill
: Hobby and work publishing, 2005
Hollywood homicide [Videoregistrazione] / regia di Ron Shelton
: Medusa home entertainment, 2004
Abstract: Joe Gavilian e K.C. Calden, due detective della squadra omicidi, investigano su un gruppo rap prodotto da Sartain, proprietario di una nota etichetta musicale rap, sospettato dell'omicidio di alcuni artisti che in passato avevano cercato di sciogliere i contratti che li legavano con la casa discografica..... ""E' tornato Indiana Jones! Harrison Ford si riprende il posto che gli spetta, tra i divi che sanno recitare. 'Hollywood Homicide' è in apparenza una detective story, con tutto l'armamentario del genere, ma una ventata di follia percorre l'intera pellicola, rivitalizzando un genere fin troppo visitato. Un po' commedia, un po' crime story, tanto per disporre di un centro di gravità, il film non scopre del tutto le carte e si deve credere solo alla metà di ciò che si vede, ma la metà scelta, se è quella giusta, dispensa un divertimento non banale. (...) Amabile gigione, Ford esprime l'humour che ha soffocato per troppo tempo, risultando la carta vincente del film." (Adriano De Carlo, 'il Giornale Nuovo', 19 dicembre 2003) "L'idea di Ron Shelton, sceneggiatore e regista del film, era di realizzare un poliziesco con la consueta coppia di agenti, il maturo e il giovane, rispettivamente impersonati da un divo (Harrisond Ford) e da un emergente (Josh Hartnett): salvo a farne dei tipici personaggi da commedia che paiono finiti per sbaglio in un thriller. (...) Sceneggiato con finezza e perfettamente sostenuto da un attore molto bravo nella chiave dell'ironia e dell'understatement come Ford, il tormentone della doppia attività che sembra occupare i protagonisti più delle indagini in corso sarebbe divertente e riuscito, se non fosse che è annacquato, addirittura sommerso in un mare di clichès. Un teatrino che ben conosciamo di cattivi-cattivi, di rappresentanti della legge collusi con la criminalità, di prostitute infide; e soprattutto rimpinzato di quelle scene d'azione, di inseguimenti di auto con relative carambole che troppe volte abbiamo visto sullo schermo e mai più vorremmo vedere. " (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 22 dicembre 2003) "In una dialettica tanto appassionante, Shelton inserisce una quantità di sottotracce inutili, che restano incompiute e pregiudicano ulteriormente il senso di un oggetto cinematografico non abbastanza emozionante per un film d'azione, non abbastanza divertente per una commedia. Quando Ford sequestra la bicicletta a una ragazzina per inseguire i malvagi, cominci a pensare che sia davvero 'troppo vecchio per queste fesserie'. Negli Usa è stato un flop; a noi lo ammanniscono a Natale." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 27 dicembre 2003)
Partita a quattro [Videoregistrazione] / regia di Ernst Lubitsch
: Cecchi Gori home video, 2006
Abstract: Due amici sono amati dalla stessa ragazza, donna di mondo, ma trovano un accordo e mettono su casa insieme, dove, però, la convivenza è soltanto platonica. Tratto dalla commedia omonima (1933, in Italia Quartetto d'archi) di Noël Coward e sceneggiato da Ben Hecht, è una partita a tre in cui la penuria di denaro del trio che fa una vita da bohème corrisponde alla privazione del sesso. Lubitsch e Hecht hanno camminato sul filo del rasoio per evitare, data la materia, gli attacchi delle potenti associazioni in difesa della pubblica moralità, ma incorsero ugualmente nella censura del Codice Hays, da poco entrato in vigore. E.E. Horton, principe dei caratteristi, riesce a sopravanzare le 2 star maschili.AUTORE LETTERARIO: Noël Coward
Umberto D [Videoregistrazione] / regia di Vittorio De Sica
: Medusa home entertainment, [2002?]
Abstract: Umberto D., vecchio funzionario ministeriale costretto a vivere d'una pensione insufficiente, si dibatte tra difficoltà economiche insuperabili. Abita in una misera camera ammobiliata, dalla quale l'esosa padrona di casa minaccia di sfrattarlo. Ammalato e febbricitante entra in ospedale, dopo aver affidato il suo fedele compagno Flik, un cagnolino bastardo, a Maria, la servetta, che gli dimostra una certa comprensione. Uscito dall'ospedale dopo qualche giorno, non trova più a casa il suo diletto Flik ma dopo febbrili ricerche lo trova al canile comunale e lo riscatta. Ora si ripresenta, più urgente e minaccioso, il pericolo dello sfratto. Umberto D. va in cerca di qualche vecchio amico ma nessuno vuole o può aiutarlo, così gli viene l'idea di chiedere l'elemosina, ma la propria dignità glielo vieta. Sconsolato, decide di farla finita e si reca con il fedele Flick ad un passaggio a livello. Spaventato dal rumore del treno in arrivo, il cagnolino gli sfugge dalle mani e per Umberto D. è la salvezza. Deciso a riconquistare la fiducia e l'affetto di Flik, si mette a giocare con lui e non pensa più al suicidio. "Mai come in questo film, tutto in sordina, è venuta in primo piano la figura del soggettista-sceneggiatore. Si direbbe, un po', che De Sica abbia diretto il film per procura di Zavattini [...]. Comunque una felicissima collaborazione. (M. Gromo, La Stampa, 1952). "Se è vero che il male si può combattere anche mettendone a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che che se nel mondo si sarà indotti - erroneamente - a ritenere che quella di Umberto D. è l'Italia della metà del ventesimo secolo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua patria, che è anche la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione sociale". (G.Andreotti, Sottosegretario allo Spettacolo, in Libertà , 1952). Note - MIGLIOR FILM AL FESTIVAL DI PUNTA DEL ESTE; MIGLIOR FILM STRANIERO PER I CRITICI DI NEW YORK (EX AEQUO). - CARLO BATTISTI, PROTAGONISTA DEL FILM, ERA PROFESSORE DI GLOTTOLOGIA ALL' UNIVERSITA' DI FIRENZE ED INTERPRETO' SOLTANTO QUESTO FILM. - RESTAURATO NEL LUGLIO 2002 PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA DI ZAVATTINI (20.09.1902)
E venne un uomo [Videoregistrazione] / regia di Ermanno Olmi
: Multimedia San Paolo, 2005
Fuga disperata [Videoregistrazione] / regia di Sidney Furie
: Open game, 2006
Bittersweet life [Videoregistrazione] / regia di Kim Jee-Woon
: Medusa home entertainment, 2006
Abstract: Non c'è dubbio che il tema della vendetta sia centrale nel cinema sudcoreano. Mentre nelle sale italiane si proietta "Old Boy" di Park Chan-Wook, "A bittersweet life" di Kim Jee Woon ("Two Sisters") è stato presentato fuori concorso al 58esimo Festival di Cannes. Protagonista è Sunwoo, manager di un lussuoso albergo di Seoul, nonché braccio destro di Kang, capo della mafia locale. La sua vita, più amara che dolce, scorre fra regolamenti di conti, riscatti di crediti, lotte fra bande rivali. Fino al giorno in cui il boss gli chiede di sorvegliare la sua giovane compagna per scoprire se lo tradisce. Naturalmente Sunwoo si innamora della ragazza, e, pur sorprendendola con un l'amante, nasconde la cosa a Kang. Ma la verità viene a galla e da qui inizia la faida di cui si parlava poco sopra. Lo stile di Kim Jee Woon è davvero raffinato: estremamente patinata la fotografia, elegantissimi gli ambienti dell'albergo, coreografiche le numerose lotte. Tanto che in questo gangster movie, che diventa quasi un western nei primi piani dello scontro finale fra Sunwoo e Kang, la violenza viene sublimata nell'atto stesso di mostrarla. La brutalità delle immagini regala uno spettacolo visivo senz'altro affascinante, anche se, al contrario che in "Old Boy", tutto resta in superficie. Ma forse è solo un sogno...
: 01 Distribution, 2007
Abstract: 4 giugno 1968. Si stanno svolgendo le elezioni per le primarie democratiche in California, un test decisivo per la corsa verso la candidatura per la Presidenza degli Stati Uniti. Le ore di quella giornata scorrono verso la speranza di una possibile vittoria di Bob Kennedy sull'avversario McCarthy. Si chiuderanno nelle prime ore del 5 giugno con i colpi di pistola sparati da Sirhan Sirhan che stroncheranno non solo la vita di un uomo ma le speranze di quell'America che vuole uscire dalla follia della guerra nel Vietnam. Emilio Estevez decide di raccontarcele non seguendo, più o meno documentaristicamente, le 'ultime ore' del candidato ma proponendoci altmanianamente la vita delle persone che si trovano, per i più diversi motivi, nell'Hotel Ambassador quartier generale dei Democratici. Dal direttore fedifrago con moglie parrucchiera dell'hotel al cameriere immigrato che vorrebbe poter andare ad assistere alla partita dei suoi sogni ed è costretto a lavorare; dalla cantante ormai alcolizzata al giovane attivista che sogna solo di poter essere presentato al leader è un concatenarsi di storie che ci mostrano uno spaccato dei sogni e delle frustrazioni degli Stati Uniti di quei giorni. Estevez, che all'epoca aveva sei anni, mette insieme un cast ad altissimo livello per raccontarci di un American Dream che sembrava ancora possibile e che, da quel giorno che faceva seguito agli spari di Dallas, ha cominciato a impallidire. Estevez non è meno americano di chi osanna Bush ma fa parte di quell'America legata all' "I Care"(Mi riguarda) di cui Bob Kennedy fu l'ultimo vessillo. "Hanno creato un deserto e lo chiamano pace" diceva Bob in riferimento al Vietnam. Quelle parole, pronunciate dalla sua viva voce nel film hanno un valore che si estende all'oggi. Basta cambiare i riferimenti. Nel matrimonio di due giovani che vedono nella cerimonia l'unica possibilità di salvezza dalla chiamata al fronte per il lui della coppia e che scoprono che non si tratta solo di un escamotage ma che il loro è amore sta il nucleo del film. Potranno riferirci (ed è stato fatto anche con libri documentati) dei versanti oscuri del mito die Kennedy. Sta di fatto che, dopo di loro, nessuno si è più levato con altrettanta forza per offrire agli americani la possibilità di costruire la speranza in un mondo dove l'ossessione del 'nemico' (interno o esterno che fosse) non costituisse l'unico parametro di valutazione delle azioni individuali e politiche. Il lungo discorso di Bob Kennedy, che chiude il film mentre scorre un'alternarsi di scene ricostruite e di materiali relativi a quella notte, è lì a ricordarcelo. "Sono convinto che possiamo lavorare tutti insieme. Siamo un grande paese, un paese altruista e compassionevole". Bobby, così come il cinema vero richiede, riesce a parlarci del passato per farci riflettere sul presente.
Cambia la tua vita con un click [Videoregistrazione] = Click / regia di Frank Coraci
: Sony pictures home entertainment, 2007
Abstract: Michael Newman è un adorabile marito e padre di famiglia, ma un po' troppo impegnato nel lavoro. Una sera, mentre è alla ricerca di un telecomando universale in grado di controllare tutti i dispositivi elettronici in casa, Michael entra in possesso di un modello speciale inventato dal bizzarro dottor Morty. Attraverso il singolare strumento Michael non solo è in grado di accendere, spegnere e cambiare i canali della televisione ma anche di andare avanti, indietro e mettere in pausa la sua stessa vita. Per Michael questo significa riuscire finalmente a dedicare il tempo necessario sia al lavoro che alla famiglia. Tutto questo finché il telecomando non comincia a dare segni di cedimento rendendo la vita di Michael più ingarbugliata che mai... "Sarebbe ingiusto dire che non vi divertirete a vedere "Cambia la tua vita con un clik", o che il vulcanico protagonista Adam Sandler non sia un bravo commediante o un attore di travolgente comunicativa. Ma sarebbe un'ommissione non aggiungere che il meccanismo narrativo è piuttosto logoro e risaputo: e che male c'è, direte, non è forse vero che la gamma dei soggetti possibili è limitata e che è fatale riproporli ciclicamente? Va bene, diciamo allora che in questo caso non sono rivisistati con troppa originalità. " (Paolo D'Agostino, "la Repubblica", 29 settembre 2006) "Come diceva Hitchcock, il cinema è la vita senza le parti noiose. Purtroppo la commedia di Frank Coraci lo contraddice perché dopo un avvio buffo e una trovata anche carina (debitrice della serie 'Ritorno al futuro'), il film si dà arie di ripensamento morale e denuncia la pochezza dei sentimenti del comune manager americano, ma si riannoda spesso e anche noi vorremmo poter andare avanti veloci. Purtroppo la lezione vola bassa, è il solito presepio di famiglia con i rampolli, i genitori anziani, il cane in calore (un vero tormentone) l'esplosione del peto contro il potere e la voglia d'andare oltre i pasticci in fretta, salvo ripensarci con nostalgia dopo. Sandler sogna ma non eccede in simpatia." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera' 13 ottobre 2006) Note - CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER MIGLIOR TRUCCO (KAZUHIRO TSUJI E BILL CORSO).
Bobby Jones [Videoregistrazione] : il genio del golf / regia di Rowdy Herrington
: Columbia tristar home entertainment, 2005
Flags of our fathers [Videoregistrazione] / regia di Clint Eastwood
: Warner home video, 2007
Abstract: Storia di amicizia, coraggio, sopravvivenza e sacrificio sullo sfondo della sanguinosa battaglia di Iwo Jima, un'isola sperduta con spiagge scure e cave di zolfo, presidio giapponese durante la II Guerra Mondiale. Il film segue le vicende dei sei soldati americani - cinque Marines e un ufficiale sanitario della Marina - passati alla storia per essere stati immortalati nell'atto di piantare la bandiera Americana sul Monte Suribachi. "C'è una bella congiura di talenti all'origine di 'Flags of Our fFthers': Clint Eastwood regista, Paul Haggis (Oscar per 'Crash') sceneggiatore, co-produttore Steven Spielberg, che sulla seconda guerra mondiale aveva dato già il suo punto di vista in 'Salvate il Soldato Ryan'. (...) La prima parte del film che mette in scena lo sbarco degli americani sull'isola, è caratterizzata da una regia ampia e solenne, ma allo stesso tempo semplice e ad altezza d'uomo: nello stile di un John Ford, del quale certe inquadrature ricordano i documentari di marina girati proprio durante la guerra. Dove Clint si dissocia, implicitamente, dal grande predecessore è invece nell'atteggiamento di fronte alla leggenda. Ne 'L'uomo che uccise Liberty Valance' Ford sostiene che, ove la leggenda sia più bella della realtà, deve prevalere la leggenda. Lui, però, celebrava la nascita di una nazione, mentre Clint sconta il disincanto e l'amarezza di un'epoca che ha imparato a diffidare delle leggende. E non è difficile leggere in controluce l'allusione a Bush, quando spinge sul pedale del patriottismo per mandare gli americani a combattere guerre sbagliate. I soldati di Eastswood non si battono per una bandiera o un'idea astratta, ma per proteggere chi condivide il loro destino di sofferenza e di morte. Tutto interno alla tradizione umanista del cinema americano 'Flags of our fathers' ha il suo punto debole nella tendenza alla ripetitività e si smarrisce, a tratti, nei flashback a catena dislocati su troppi piani temporali. Però, il messaggio resta forte e chiaro." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 10 novembre 2006) "E' il lato più vistoso del film: la propaganda. Quando quella foto finisce su tutti i giornali Usa, il governo piegato dallo sforzo bellico decide di usarla per una colossale campagna a favore dei buoni di guerra. Ed ecco i soldatini rimpatriati e spediti in giro per l'America tra feste, stadi e majorettes a ramazzare quattrini. Soffocando i sensi di colpa per i compagni rimasti a morire laggiù, e la vergogna per un titolo usurpato. Perché 'gli eroi in realtà non esistono'; e perché loro piantarono solo la seconda bandiera, a sostituire la prima, più piccola. Ma la prima foto era meno potente, inoltre quei soldati sono tutti morti. Così il ruolo tocca a loro. Con conseguenze devastanti specie sul soldato pellerossa. Protagonista occulto che prima assaggia il razzismo quotidiano degli americani. Poi, a guerra finita, scende tutti i gradini dell'emarginazione per morire povero e solo. Chissà, forse stringendo su di lui il film sarebbe risultato più emozionante. Così, tra flashback e insistenze, Eastwood appare meno potente del solito. Ma lascia il segno nelle scene di guerra, da non paragonare a 'Salvate il soldato Ryan' (Spielberg co-produce) poiché seguono un principio opposto. Là protagonisti erano pur sempre i soldati. Qui sono le cose, i cannoni, i mitra, o i blindati colpiti dai mortai, a dominare la scena. Gli uomini, già figurativamente, sono dettagli, teste mozzate, corpi travolti dai cingoli o abbandonati nell'immensità dell'Oceano. Prospettiva raggelante quanto, temiamo, esatta." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 novembre 2006) "Un film solido, rifinito e a tratti anche spettacolare: eppure non all'altezza delle ultime opere di Clint Eastwood, ormai riconosciuto come uno dei capiscuola di Hollywood. 'Flags of Our Fathers' ('Le bandiere dei nostri padri') sceglie come protagonista la fotografia dei sei soldati che il 23 febbraio del '45 innalzarono la bandiera a stelle e strisce sul monte Suribachi a Iwo Jima. (...) Tralasciando l'aneddotica desunta dall'omonimo romanzo-verità, si nota subito come le fasi spettacolari, ancorché intense, paghino pegno allo Spielberg di 'Salvate il soldato Ryan', come le sequenze delle (vere) testimonianze dei reduci spezzino il ritmo del film e lo rendano spesso farraginoso e come gli attori scontino la mancanza di carisma. Eastwood è ovviamente in grado di giocare sui chiaroscuri psicologici - supportati a dovere dalla fotografia decolorata di Tom Stern -, ma il tema del cosa i padri hanno saputo trasmettere ai figli sembra appartenere solo in parte alla sua cifra poetica. Indeciso tra la mitologia collettiva e le catastrofi personali, il film trova l'empito dell'emozione solo nell'asciuttezza patriottica, negli scorci quotidiani e nei rendiconti del destino 'fuori scena'". (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 11 novembre 2006) Note - FILM D'APERTURA AL 24° TORINO FILM FESTIVAL (2006). - CANDIDATO ALL'OSCAR 2007 PER MIGLIOR MONTAGGIO SONORO (ALAN ROBERT MURRAY E BUB ASMAN) E MISSAGGIO SONORO (JOHN REITZ, DAVE CAMPBELL, GREGG RUDLOFF E WALT MARTIN).
Deja vu [Videoregistrazione] : corsa contro il tempo / regia di Tony Scott
: Buena vista home entertainment, [2007]
Abstract: Puntata interamente dedicata a Desmond: veniamo a sapere cosa gli è successo dopo lesplosione della botola, come ha ottenuto il potere di prevedere il futuro e dettagli sul suo rapporto con Penny, la fidanzata che avevamo visto nellultima puntata della seconda stagione
Cappuccetto Rosso [Videoregistrazione]
: DNC entertainment, 2002
Abstract: Un tranquillo villaggio di boscaioli, vegliato dalla Fata della nebbia, è minacciato continuamente dalla presenza di Lupo Feroce, di cui una puzzola è spia e preannuncio. Egli ha la sua residenza dentro L'albero del male, accanto alla Caverna del diavolo. Alla festa patronale di S. Alberto, una vigorosa nonnina ottantenne premia i migliori danzatori del villaggio. La nipotina, che va a baciarla sul podio, viene soprannominata Cappuccetto Rosso per l'abito che indossa e diventa la reginetta della festa. Pannocchia, pastorello un po' presuntuoso, affronta da solo i rischi del bosco, con la volontà di uccidere Lupo Feroce. In realtà si perde e gli abitanti del villaggio trovano solo la pelle di pecora, con la quale si copriva. Lupo Feroce fa trovare ai suoi inseguitori uno scheletro in modo che cadano nella illusione che egli sia morto. Qualche giorno dopo, Cappuccetto Rosso, certa che ormai ogni pericolo sia scongiurato, affronta da sola il lungo cammino per portare i dolci alla nonna. La Puzzola la fa deviare verso il bosco maledetto. Ella, guidata dalla Fatina della nebbia, penetra nella Caverna del diavolo, rompe l'incantesimo e così libera Pannocchia e le pecore che erano state ivi rinchiuse. I boscaioli salvano poi Cappuccetto Rosso da un agguato, che Lupo Feroce le aveva teso dentro la casa della nonna. Ella stessa interviene a favore del suo nemico; lo salva dalla morte. Lupo Feroce diventa così un pacifico guardiaboschi.
Scrivimi una canzone [Videoregistrazione] / regia di Marc Lawrence
: Warner home video, 2007
Abstract: Alex Fletcher è stato un'icona della musica pop negli anni '80. Caduto in disgrazia, è riuscito ad andare avanti esibendosi nelle fiere e nei parchi di divertimento. L'occasione per risalire la china si presenta quando gli viene chiesto di scrivere una canzone per Cora Corman, una cantante pop in vetta alle classifiche. Alex è ben lieto dell'opportunità ma c'è un problema: non scrive più una canzone da anni e in più non è mai stato l'autore dei testi dei suoi hit. Un aiuto inaspettato arriva da Sophie Fisher, la ragazza che si occupa delle piante di Alex che è una scrittrice dilettante. Sophie, dopo una delusione d'amore con implicazioni lavorative, aveva deciso che non avrebbe più scritto, ma infine accetta di aiutare Alex. Tra i due nasce una forte intesa che col tempo rischia di andare ben oltre il rapporto di lavoro... "Ci sono parolieri rimasti nella storia, come Ira Gershwin, ma in generale delle canzoni si ricorda solo il nome del musicista. Scherzando e sorridendo, la commedia romantica 'Scrivimi una canzone' si sforza di ristabilire l'equilibrio fra 'Music and Lyrics' (è il titolo originale). (...) Scritto dallo stesso regista Marc Lawrence, abile dosatore di 'punch lines' (battute comiche), il film ironizza con garbo sugli stereotipi musicofili, fa trapelare la fatica che ci vuole per mettere a punto un motivo di successo e fa scoppiare il contrasto fra chi si rassegna ad accettare i capricci della committenza (lui) e chi rivendica gli inalienabili diritti della creatività (lei). Grant forma con la Barrymore una coppia deliziosa e il film sparge allegria." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 23 febbraio 2007) "Amichevole parodia della pop music, un piccolo film brillantemente dialogato e supportato da una coppia di star che, nell'interpretarlo, sembra divertirsi quanto lo spettatore a vederlo. Peccato che la seconda parte non sappia sottrarsi all'inutile vezzo che appesantisce quasi tutte le commedie americane: quello d'impartire una lezioncina morale. Così, cominciano ad accumularsi i malintesi che ostacolano l'amore, da sciogliere in un epilogo edificante e piuttosto convenzionale." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 23 febbraio 2007) "Oliatissima commedia sentimentale mascherata da parodia musicale. Si comincia con Hugh Grant che fa mossette sul palco. Si finisce con Hugh Grant che si opera all'anca. In mezzo c'è l'incontro con la deliziosa Drew Barrymore, scrittrice mancata e cuore infranto. Cui naturalmente il finto-cinico ex idolo pop restituirà la fiducia in se stessa e, ci credereste?, l'amore... Tutto già visto, per carità, eppure il mix è irresistibile. Merito del timing perfetto, dei dialoghi brillanti, dell'allegro scialo di scene, costumi e caratteristi. E naturalmente di loro due, Grant e Barrymore, versione post-Mtv delle coppie litigiose e romantiche care da sempre alla comedia americana. La morale è contenuta nei dialoghi: 'La musica è il colpo di fulmine, l'attrazione sessuale. Le parole sono tutto quello che viene dopo, come sei veramente'. In fin dei conti, perché no?" (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 febbraio 2007) "La garbata commedia rosa di Marc Lawrence si regge sull'ironia di Grant, che rifà il verso a Simon Le Bon dei 'Duran Duran'. Per la prima volta balla, canta e suona il piano, senza evocare la spensierata leggerezza dei suoi film precedenti." (Cinzia Romani, 'Il giornale', 23 febbraio 2007) "Per strappare Hugh Grant dalla pigrizia, e dal disinteresse che nutre negli ultimi tempi per il cinema, ci voleva solo una storia che esaltasse la sua vocazione per la commedia rosa e la sua innata autoironia. Con 'Scrivimi una canzone' il regista e sceneggiatore Marc Lawrence gli ha cucito addosso il personaggio di Alex Fletcher, un ex popstar degli anni Ottanta in declino che sbarca il lunario suonando e cantando per un pubblico di nostalgici alle fiere e nei parchi di divertimento. (...) La commedia romantica ambientata a New York funziona più per l'omaggio al pop di Duran Duran e Spandau Ballet e per le esibizioni di Hugh Grant che per l'incontro tra i due. Alla love story, infatti, sembrano non credere neppure loro." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 24 febbraio 2007) "Satira delle icone musicali stile mistico buddista di oggi e del modernariato pop ' 80 che obbligava al ricambio dell' anca, questa allegra, spiritosa commedia manda sullo schermo un ex cantante mitico che deve scrivere un motivo evergreen per la diva cult kitch del momento. Compagna non solo di pianoforte, sarà una bagnapianta che si scopre innato talento. Intorno i manager, le fiere, fan old style, l' analista, tutto l' apparato per farci sorridere prima di entrare nell' annunciatissima zona minata romantica. Commedia sentimentale all' inglese sita in Manhattan, con un perfetto, ironico e snob Hugh Grant tramutato a vista in star del perverso decennio della decadenza; Drew Barrymore, che incarna mini frustrazioni sentimentali e la brava extra large Kristen Johnston, sorella invasata. Il traffico di affetti ed equivoci, serviti con tempismo, senza volgarità e carineria al top, è regolato da Marc Lawrence." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 23 febbraio 2007)
: Buena vista home entertainment, 2005
Abstract: Una raccolta delle piú belle storie della principessa Jasmin. "Una sirena ad Agrabah": Jasmine ha come rivale una sirena con poteri magici che vuole conquistare Aladdin. "Il tesoro piú prezioso": tra il mistero e la magia di un giardino incantato, Aladdin, Jasmine, il Genio e il Sultano scoprono il segreto dietro ad un insolito potere magico. "I Bassifondi di Agrabah": Jasmine viene magicamente trasformata in un "topo di strada" ed impara una valore molto importante, la compassione.