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Trovati 1331 documenti.
I promessi sposi / regia di Sandro Bolchi
Milano : BUR, 2011
Fa parte di: I promessi sposi / il romanzo di Alessandro Manzoni ; lo sceneggiato di Sandro Bolchi
Abstract: Nozze contrastate nel Seicento in Lombardia: Renzo Tramaglino e Lucia Mondella sono impossibilitati a sposarsi per proibizione del ras locale Don Rodrigo, a sua volta infatuato della ragazza
[Bologna] : Promo Music ; [Roma] : Rai Trade, 2011
Fa parte di: Raccontare Chopin / Corrado Augias, Giuseppe Modugno
Abstract: Il libro percorre non solo l'evoluzione musicale, ma indaga lo Chopin privato attraverso intimi aspetti biografici: l'allontanamento dalla natia Polonia; il trasferimento a Parigi, città in cui diventerà un compositore noto e ammirato in tutta Europa; le amicizie illustri con Bellini, Liszt, Delacroix; i suoi amori, in particolare quello lungo e tormentato con la scrittrice George Sand che lasciò strascichi sulla sua salute minata dalla tubercolosi e dalla depressione.
Mangia prega ama / Julia Roberts
[Roma] : Sony Pictures Home Entertainment, 2011
Abstract: Cosa fare quando tutta la tua vita sembra destinata ad andare a rotoli? Partire per un viaggio alla scoperta di sè. E' questo quello che decide di fare Elizabeth Gilbert, nel corso di un anno e in vari paesi tra cui l'Italia, per andare alla sua personalissima ricerca della felicità.
La pecora nera [Videoregistrazione] / regia di Ascanio Celestini
: BIM distribuzione, 2011
Abstract: Mescolando realtà e fantasia Nicola, ricoverato da tempo in manicomio, racconta i suoi trentacinque anni di degenza nell'istituto. "Intento a coltivare precisi impegni sociali e anche politici, qui continua a dedicare con il cinema quella sua attenzione che, con il teatro e la letteratura aveva già dedicato alla malattia mentale. Non però dall'esterno con i soliti accenti iperrealistici con cui tanti film guardano alla pazzia, unicamente invece dall'interno, nell'ottica di chi la vive e ne soffre, con quel distacco sufficiente a fargliela intendere e con l'illusione, spesso, di dominarla. (...) L'interiorità, la quiete e il distacco sollecitato dalla voce narrante del protagonista che si racconta e si commenta anche da bambino, con le logiche che, ovviamente, mancano spesso proprio di logica ma che trovano sempre i motivi e gli spazi giusti nelle cornici di quell'istituto in cui sono evidenti l'ordine e il metodo, senza mai incrinature né accenti di troppo. In cifre in cui, pur nella rappresentazione tutta soggettiva di quei fatti, si percepisce sempre, quasi in filigrana, la partecipazione dell'autore attraversata da sentimenti di una solidarietà commossa e spesso malinconica. Il protagonista è con rigore asciutto lo stesso Celestini, al suo 'doppio' da segni concreti e di rado persino coloriti Giorgio Tirabassi, mentre Maya Sansa disegna con finezza quel personaggio femminile che torna concreto dal passato." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 2 settembre 2010) "C'è molto Brecht nello stile volutamente non naturalistico, e c'è molto Pasolini nell'occhio cinematografico che Celestini si inventa per questo suo primo film (non casuale, anzi decisivo l'apporto del direttore della fotografia Daniele Cipri, già partner di Franco Maresco in 'Cinico Tv'). Ma l'apparente limpidezza del film nasconde una complessità che darà vita a polemiche e fraintendimenti. È facilissimo leggerlo come un film sulla pazzia, sulla 180, sulla Basaglia, e trovarlo poco realistico, poco di 'denuncia'. La verità è che Celestini usa il manicomio per parlare d'altro. (...) 'La pecora nera' è la storia di un'Italia non cresciuta, rinchiusa nel mito dei 'favolosi anni Sessanta'. È un film su di noi, anche se crediamo di non essere matti." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 3 settembre 2010) "A certi film manca qualcosa. In altri c'è troppo di tutto. 'La pecora nera' di Ascaio Celestini, opera prima di uno dei teatranti più amati e originali di questi anni, nonché primo titolo italiano in concorso a Venezia, appartiene alla seconda categoria. (...) Maestro del racconto orale, Celestini è un cantastorie che ha reinventato un'antica tradizione lavorando sulla memoria e la fantasia in tempi di media invasivi e bugiardi. Ma ci sono più immagini paradossalmente, nel 'parlato' ammaliante dei suoi spettacoli che in questo film, dove le scene sembrano spesso in più rispetto a quanto suggerisce la voce narrante di Celestini. Non è solo un problema di racconto (volutamente) frammentato e disorganizzato, ma più semplicemente una questione di tono. (...) Un universo violento e primitivo che evoca a tratti la sapiente ingenuità di Sergio Citti. Ma freddo, artificioso. E un poco ovvio" (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 3 settembre 2010) "Un film sul manicomio troppo inusuale e 'unico' nella sua forma ossessiva e disperata, per non passare inosservato e suscitare clamori. Radicali le reazioni al Lido. 'La pecora nera' è una partitura musicale 'a cappella' per attori e voce recitante. È quasi una nenia un jingle fertile, la parodia di un tormentone da hit parade, che svela, con la sua stessa bruciante verità e doppiezza di una testimonianza autobiografica, ora leggera, ora tragica, ora lucida, ora infantile, ora dolcissima e ora insostenibile, i sogni, gli orrori, gli incubi, le allucinazioni di Nicola. (...) il suo film non è di protesta, non è, se non obliquamente, 'politico'. Ma rompe alcuni riti e abitudini di chi va al cinema (...). È come entrare in casa di Ascanio e bere un bicchiere di vino con lui, mentre affabula. Per costruire uno spazio 'etico' nel senso di creare sodalizio, rischiando tutti, il viaggio negli abissi del malato di mente. Dio ci salvi dai 'sani di mente' in libertà." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 3 settembre 2010) "L'andirivieni tra anni '60 e '80, tra marziani e santi (...), tra il supermercato e il manicomio è reso ancora più straniante dalla voce fuori campo dell'autore-attore-regista che ripropone le affabulazioni dello spettacolo teatrale farcite coi detti contadini del tempo che fu e inframezzati dal solito fastidioso 'piiiio, piopiopiopiopio' celestiniano. (...) Il risultato è sconfortante, faticoso, molto poco cinematografico: un monologo sopra le immagini prolungato per novanta minuti. Un'opera simile avrebbe trovato collocazione più appropriata in una delle tante rassegne parallele alla Mostra." (Maurizio Caverzan, 'Il Giornale', 3 settembre 2010) "L'esordio di Ascanio Celestini con 'La pecora nera' ha prodotto un film coraggioso, innovativo ed emozionante. Ci si poteva aspettare il peggio, tipo teatro filmato con annesso monumento alla vanità dell'attore-regista. Invece Celestini ha scarnificato il testo che aveva scritto per il teatro, ha dato corpo e volti ai personaggi di cui raccontava (eccellenti le scelte di Tirabassi e di Maya Sansa), e giocando sull'ambiguità del protagonista (perché vive in un manicomio? È matto davvero o solo un poveraccio senza famiglia?) ha saputo costruire una storia fatta di immagini e non solo di parole. Ma soprattutto è riuscito a restituire lo strazio e la sofferenza di chi si sente emarginato dalla società (perché non rende a scuola o crede ai marziani o subisce le umiliazioni dei familiari) e cerca disperatamente un equilibrio emotivo che un ricordo o un volto rischiano di far crollare all'improvviso." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 3 settembre 2010) "Approdando alla finzione cinematografica, Ascanio Celestini non viene meno all'affabulazione, ma mette la denuncia in fuoricampo: a scatenarsi è l'ironia surreale, perché matti oggi lo siamo un po' tutti, parola di psicofarmaci. Senza (s)cadere nella cronaca ideologica, fa del suo Nicola, 35 anni di 'manicomio elettrico' in testa, una sorta di stralunato Virgilio nella sporcizia che nascondiamo sotto quel tappeto chiamato società. E' lui a portarci nel 'condominio di santi dove il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo'. Santi tutti, e santi subito (sì, Wojtyla c'è), ma la Via Crucis non ha stazioni, piuttosto 99 cancelli e l'ultimo invalicabile: la contenzione psichica tocca anche a noi e, al netto della Basaglia e dei matti da slegare, conviene riprendere in mano e negli occhi Pasolini, che questa Pecora nera a pascolare tra i montarozzi ce l'avrebbe portata. Già teatro e libro, girato al Padiglione 18 del Santa Maria della Pietà, il manicomio di Roma, e nato dalla presa diretta con ex pazienti, è interpretato dallo stesso Celestini, il compagno di follia Giorgio Tirabassi e l'amore traslucido Maya Sansa. Splendida fotografia digitale di Daniele Ciprì, si viaggia tra '75 e 2005, prendendo di mira le istituzioni e lo stigma sociale, senza barricate: chi ama perdersi in una narrazione avvolgente, fiabesca e reiterata godrà, qualcuno mal digerirà enfasi, tiritera, 'c'era una volta e c'è ancora' di un cantastorie. Ma dovrà riconoscere, Celestini non racconta balle: fa e disfa. Soprattutto fa: cinema." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 30 settembre 2010) "La figurina incantata di Ascanio Celestini, corpo multisensoriale, spettacolo per una voce sola, off, ci accompagna ipnotizzante attraverso l'infanzia perenne di Nicola. (...) E i set si aprono e si chiudono in un gioco ad incastri di memoria, le pagine del romanzo, il palcoscenico e il film. (...) Album poetico, brechtiano, 'La pecora nera' si rivolge al disequilibrio segreto di ognuno di noi, uno psycho-thriller sull'epoca delle grandi speranze, 'i favolosi anni 60' evocati da Ascanio, umoristico e tragico come i suoi monologhi. E siamo tutti con lui nei corridoi bui del manicomio, nel suo balbettare seducente e nell'esplosione di follia che lo prende di fronte alle merci esposte, brillanti promesse non mantenute come l'amore di lei che indietreggia di fronte al 'pazzo'. Un nuovo sguardo gettato sull''invisibile', opera prima di un artista che fa cantare immagini e parole." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 1 ottobre 2010) "Ci sono due elementi molto belli ne 'La pecora nera', ex spettacolo teatrale e libro pubblicato da Einaudi del bravo monologhista Ascanio Celestini, visto anche nel programma televisivo di Serena Dandini. Primo, il film arriva a far capire come dall'infanzia la follia possa soggiogare un cervello umano. Secondo, una scena grandiosa e simbolica in cui in un supermercato il protagonista ricoverato in un 'manicomio elettrico', preso da furore consumista, si getta sui cibi mangiando voracemente di tutto, per vomitare poi ogni cosa penosamente. L'idea-base (visti da vicino, tutti sono matti) non sembra granché originale, ma il manicomio è raccontato molto bene così come il rapporto d'amicizia tra il protagonista e un altro ricoverato, Giorgio Tirabassi, e il legame di necessità più che di affetto del protagonista bambino con la nonna. (...) Forse non è un difetto che il film di impianto teatrale neppure sembri un'opera cinematografica, che offra (per scelta o per inesperienza) smarrimenti, pause, vuoti analoghi a quelli di una mente alterata dalla malattia." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 1 ottobre 2010) "Se Basaglia, padre della legge che aprì i manicomi, fosse vivo, 'La pecora nera' di Ascanio Celestini gli sarebbe piaciuta. La prima esperienza (chapeau) dietro la macchina da presa del grande affabulatore teatrale è un'escursione nel mondo degli istituti psichiatrici attraverso la storia di un bambino, Nicola, pecora nera della sua famiglia. (...) Tra gli scaffali dei supermercati, tra pazzia loro (da predisposizione o indotta?) e nostra, si ride dei matti, non proprio da matti." (Cristina Battocletti, 'Il Sole 24 Ore', 1 ottobre 2010) "Piacerà a chi di Ascanio Celestini s'era fatto un'idea tutt'altro che positiva dalle sue sortite da Serena Dandini e scoprirà che spesso i film sono più intelligenti di chi li fa." (Giorgio Carbone, 'Libero', 1 ottobre 2010) "«Se si leva il camice diventa matto pure lui». Sta in questa frase, detta da uno degli ospiti dell'indefinibile istituto per malati di mente di un'anonima periferia della capitale, la chiave di lettura del bel film di Ascanio Celestini 'La pecora nera'. Si è matti perché malati o perché rinchiusi? E i malati stanno dentro o fuori? Difficile dirlo seguendo le vicende di Nicola, che ha trascorso trentacinque anni della sua vita in un manicomio senza sapere bene se fosse un ricoverato, un inserviente o un ospite non meglio identificabile. Forse il ricoverato è l'altro Nicola (un bravissimo Giorgio Tirabassi), quasi inseparabile amico e alter ego del protagonista (interpretato da Celestini). La persistente voce narrante di quest'ultimo cerca, tra il continuo accavallarsi di passato e presente, fragili appigli di normalità. Una normalità che però si sgretola tra giochi di parole e ridondanti filastrocche, lunghi monologhi dietro i quali si celano non di rado pungenti giudizi sul mondo. (...) Il mito dei favolosi anni Sessanta - che peraltro nel bambino divenuto uomo si identifica in insignificanti oggetti dal valore simbolico del tutto personale - si sgretola di colpo, come le inconsistenti ma non meno vere certezze sulle quali Nicola ha costruito la sua normalità. La realtà, che non gli è mai apparsa poi così diversa da quella vissuta nel chiuso dell'istituto, diventa di colpo distante, e il confine più marcato. Anche se poi chi può dire se la verità sta fuori, oltre quei cento cancelli che, in una ricorrente barzelletta raccontata dal protagonista, due matti cercano di scavalcare per fuggire, rinunciando dopo aver superato il novantanovesimo perché ormai stanchi. Presentato in concorso a Venezia con un inatteso successo di critica e di pubblico, 'La pecora nera' colpisce per il linguaggio affabulatorio e la sensibilità con la quale racconta la realtà della malattia psichiatrica e, più ancora, le incongruenze dell'istituzione manicomiale. Sempre in bilico tra realismo e poesia, mescolando fantasia e realtà Celestini mostra un mondo dalle mille sfaccettature, incongruente, surreale, ma ricco di un'umanità che la malattia non annulla, almeno non del tutto. Il racconto non cede mai alla tentazione del pietismo; si parla del dolore con sensibilità. La stessa denuncia dell'istituzione manicomiale non è preponderante, ma lasciata scorrere in sottofondo, e non per questo è meno efficace. Ambientato in parte nel 1978, il film non parla della discussa legge 180, e non si attarda a descrivere il manicomio come luogo criminale perché vi si compiono violenze. Per Celestini, che sceglie di raccontare dal basso, è criminale l'idea stessa di simili istituzioni. Di questo parlava anche l'omonimo spettacolo teatrale - frutto di tre anni di interviste a persone rinchiuse in manicomio - che dal 2005 l'attore e regista sta portando in giro per l'Italia, diventato poi un libro (con allegato dvd). Trasferendo quello spettacolo sul grande schermo, Celestini ha giocato d'azzardo. Ma la scommessa l'ha vinta. Perché 'La pecora nera' cinematografica non è una semplice trasposizione del testo teatrale. È un film vero, certamente con delle pecche, ma sincero, senza ipocrisie." (di Gaetano Vallini 'L'Osservatore Romano', 3 ottobre 2010) Note - IN CONCORSO ALLA 67. MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2010). - ASCANIO CELESTINI E' STATO CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2011 COME MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE.
: BIM Distribuzione, 2011
Abstract: Boonmee si rende conto di avere un'insufficienza renale ed è consapevole che morirà nel giro di 48 ore. Da grande professionista dello yoga, l'uomo capisce che la malattia è legata al suo karma negativo dovuto all'uccisione di troppi comunisti. Dopo aver espresso il desiderio di tornare a casa dall'ospedale, per morire in pace, Boonmee trova ad accoglierlo il fantasma della moglie defunta giunta per aiutarlo a superare i suoi ultimi istanti di vita. Per l'occasione torna a casa anche suo figlio, ma sotto le sembianze di una scimmia poiché ha vissuto per 15 anni nella foresta accoppiandosi con una creatura chiamata "il fantasma della scimmia". Mentre ricorda le sue vite passate, Boonmee chiede al fantasma di sua moglie di accompagnarlo nella foresta dove, prima di spegnersi, ricorderà un evento della sua prima vita. "In casella, qualche giorno fa, abbiamo trovato un libretto curatissimo: è il materiale stampa di 'Uncle BoonMee Who Can Call His Past Lives', il nuovo film di Apichatpong Weerasethakul, regista che ha fatto scoprire al mondo la nuova generazione del cinema thailandese, affermando nel corso del tempo un personale immaginario potente e mai ripiegato su se stesso. In gara è uno dei pochi momenti di grazia del concorso 2010, poesia di fantasmi, miti, storia in cui si intrecciano la memoria del paese e quella personale, la vita e la morte. (...) La barriera tra umano e animale si rompe, come quando in una delle sequenze più belle del film, la principessa che è sfigurata si rispecchia nel lago e si vede bella, con la pelle bianca. E la magia del pesce-gatto a cui offre i suoi gioielli, e poi se stessa, lui l'ama, sensualità acquatica. Ma questa comunione è la sostanza del cinema di Weerasethakul il cui universo unisce i molti piani dei tempo e dell'essere perché questo è il potere del cinema, e il suo essere luogo di memoria e presente. Lo zio BoonMee è la storia di quel paese, 'sono malato' dice 'perché ho ucciso troppi comunisti e troppi insetti alla fattoria'. Umano e natura, la giungla è lo spazio della nascita e della morte, una corsa folle tra gli alberi con gli occhi rosso fosforescente dei gorilla/fantasmi e quella caverna che è il ventre materno dove morire e rinascere, in una delle sequenza di morte più intense mai viste. Il cinema per Weerasethakul è dunque questo luogo incantato di conoscenza, di fantasmi e di realtà, di infinite storie possibili con cui si può ancora rompere la rappresentazione univoca del mondo." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 22 maggio 2010) "Molto amato dai festivalieri, che hanno applaudito a lungo il film in concorso Zio Boonmee quello che si ricorda delle sue vite precedenti, il thailandese Apichatpong Weerasethakul è partito da un Paese messo a ferro e a fuoco dalla guerra civile tra camicie rosse e governativi. Non ce l'avrebbe fatta, se l'ambasciata italiana non gli avesse timbrato il passaporto poche ore prima di sospendere i rapporti con Bangkok. Il suo film è una fantasticheria, spesso affascinante, di spettri, scimmie-fantasma, pesci-gatto che si accoppiano nell'acqua con principesse umane; per contiene anche riferimenti alla situazione reale. L'episodio, in particolare, di un villaggio occupato dai militari tra gli anni 60 e 80." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 22 maggio 2010) "Nel film di Apichatpong Weerasethakul, 'Uncle BoomMee' che usa il mito, e la leggenda, per confrontarsi con la Storia, e l'attualità 'reale' di questi giorni, la presenza nei suoi fotogrammi costante di soldati ci porta ai morti e agli scontri a Bangkok e altrove tra il governo militare e le camicie rosse armate dall'ex-premier il multimiliardario e corrotto Taskin." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 23 maggio 2010) "Il thailandese Weerasethakul ¿ quasi impronunciabile, si fa chiamare Joe - esplora miti animisti e reincarnazioni possibili, infettando di politica antimilitarista la giungla della Thailandia nordorientale. (...) Narrazione distante dagli standard occidentali, non è film per tutti: serve coraggio e curiosità, ma ne vale la pena. Perché è cinema che sa osare: libero e liquido, senza tesi ma esaustivo, fascinoso e bucolico. Da vedere." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 14 ottobre 2010) "Una fiaba strana 'Zio Boonmee' che si ricorda le vite precedenti è un film misterioso e molto affascinante, così pregno di una cultura molto lontana dalla nostra, fino al limite della incomprensione. Ad essa bisogna cedere senza risentimento, credendo a quel che si vede come a una fiaba strana. La sospensione di incredulità qui è al suo massimo. Come quando, ad un certo punto, assistiamo all'incontro sui bordi di un lago tra una principessa sfigurata e il suo amore, nelle forme di un pesce gatto. L'effetto straniante contenuto nel film aumentato a dismisura dalla versione italiana, necessaria per una sua congrua commercializzazione. Il doppiaggio aumenta a dismisura questo sentirsi in un altro mondo. È questo il caso di un impossibile incontro tra un cinema molto alto e distante con le esigenze di commercializzazione in sala. Come se ne esce? Esiste ancora un pubblico di cinefili per il quale è possibile sostenere il rischio di una diffusione commerciale di film così fortemente autoriali, diremmo anche squisitamente festivalieri? Ecco, abbiamo iniziato con i festival e con questi chiudiamo, dicendovi una cosa. Oggi il film in sala (distribuito con grande coraggio dalla BIM) solo perché ha vinto la Palma d'oro. In questo senso i festival hanno ancora una loro funzione. Me per quanto tempo ancora?" (Dario Zonta, 'L'Unità', 15 ottobre 2010) "Film thailandese molto bello, sognante, vincitore della Palma d'oro all'ultimo festival di Cannes, 'Lo zio Boonmee' è fascinosamente diverso da tutti. (...) Il grande tema della reincarnazione, essenziale nella cultura non solo thailandese, viene affrontato con naturalezza e profondità, si mescola a leggende, in un cinema che si libera di ogni convenzione per reinventare se stesso, per esercitare sugli spettatori occidentali la suggestione ipnotica e semplice delle favole d'infanzia." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 15 ottobre 2010) "A premiare il giovane regista thailandese Apichatpong Weerasethakul è stata la visione onirica in continuo contatto con l'aldilà, che molto deve essere piaciuta a Tim Burton, presidente della giuria incline alla fantasia necrofila. Gli sdoppiamenti e le reincarnazioni che zio Bonomee, possidente agricolo in fin di vita, riesce a materializzare non regalano però lo stesso senso di grazia e di malinconica finitudine che Burton dispensa con le sue opere. Troppi gli argomenti sfiorati e lasciati cadere nel nulla dall'artista thailandese: il razzismo e i pregiudizi sui clandestini (qui laotiani), la magia anche nera della natura a confronto con l'algida costrizione cittadina. Ma certe riprese di sguardi animali che restituiscono un senso di umanità spiazzante e la scena della cascata in cui la natura lussuriosa soddisfa una donna infelice meritano la visione" (Cristina Battocletti, 'Il Sole 24 Ore', 15 ottobre 2010) "Visto il boom di filosofie orientali in Occidente un film come 'Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti', Palma d'oro a Cannes, dovrebbe avere un vasto pubblico. Invece conquisterà gli appassionati, non chi crede che l'unica lingua della settima arte sia quella dominante, fatta di spettacolo a tutti i costi. Eppure Weerasethakul chiede solo la pazienza e la concentrazione necessarie a entrare nella dimensione parallela dischiusa fin dal bellissimo prologo, la fuga notturna di un bufalo nella giungla che tesse come d'incanto una rete fra tutte le forme viventi, uomini, piante, animali. (...) Sulla scia di altri cineasti arcaici e antimoderni come Pasolini e Paradzanov; ma con allusioni a mondi e linguaggi così remoti da rendere arduo decifrare le zone più politiche o visionarie del lungo epilogo. Poco importa: le vite dello Zio Boonmee sono anche le nostre, impastate di passato e presente, realtà e immaginario. E' bello che un film ce lo ricordi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 15 ottobre 2010) "Difficilmente conquisterà il grande pubblico, ma ha meritatamente vinto la Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes 'Lo zio Boonmee che si ricorda le sue vite precedenti' del thailandese Apichapong Weerasethakul, ispirato a un libro buddista sulle molte reincarnazioni di un uomo. Nel film il protagonista, malato terminale, incontra la moglie morta e il figlio perduto. Enigmatico, visionario, onirico, il film riflette la cultura e le memorie di una terra che conserva aspetti misteriosi e riporta sugli schermi un cinema simbolico che non esiste più." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 15 ottobre 2010) "Premiato con molta buona volontà dai giurati in primavera a Cannes, 'Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti' è uno di quei film fatti apposta per fare rifulgere il coté oracolare del critico. Il cui compito dovrebbe essere quello di spiegare al pubblico non specializzato e non snobistico perché la storia metafisica del thailandese A. Weerasethakul sia così densa di suggestioni coltissime e riferimenti culturali innovativi da farla svettare nel Palmarés del festival più importante. (...) Che il cineasta esotico sia un sublime inventore o un gran furbo lo decideranno gli spettatori; ai quali tuttavia, per quanto ci riguarda, dobbiamo stavolta far mancare il solito conforto." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 15 ottobre 2010) "La nervatura filosofica, le linee di pensiero che si espongono nell'opera diretta dal thailandese Apichatpong Weerasethakul, si condensano in questa dichiarazione soggettiva di un antiprotagonista, zio Boonmee, nulla di eroico, semplice vettore di un percorso di passaggio tra vita materiale, abbandono della carne e riemersione dello spirito. (...) Nelle terre thai di Boonmee, alla vista dei fantasmi non si sobbalza, non si urla, ma si dialoga e si sorride. Un naturale rispetto per l'irrazionale, che poi in quell'area geografica è vulgata comune da secoli. Non c'è quindi da ridacchiare di fronte alle creature che silenziosamente occupano spazi di selvatico profilmico. (...) La resa visiva è di straordinario fascino, il rallentamento di ritmo e dialoghi non è nemmeno così tarkosvkiano come molti detrattori ululano. Vederlo significa aprirsi nuove prospettive espressive e linguistiche. Capolavoro." (Davide Turrini, 'Liberazione', 15 ottobre 2010) "Piacerà agli ammiratori del cinema onirico, che qui sono trasportati in fantasie che non si vedevano in cinema da lunga pezza. E stanno già allestendo un cult su questo regista dal nome impossibile da pronunciare. E da scrivere." (Giorgio Carbone, 'Libero', 18 ottobre 2010) Note - PALMA D'ORO AL 63. FESTIVAL DI CANNES (2010). - ILLUSTRAZIONI: PHIM U-MARI. - TRA I PRODUTTORI ASSOCIATI FIGURA ANCHE DANNY GLOVER.
Intervista con Oriana / [di Giosuè Boetto Cohen]
[Milano] : BUR ; [Roma] : Rai Trade, 2011
Fa parte di: Intervista con Oriana
Abstract: Il docufilm Oltre la rabbia e l'orgoglio, ricostruisce, insieme ai filmatioriginali, la vita, la carriera, le aspirazioni e le incertezze di OrianaFallaci.
La terrazza [Videoregistrazione] / regia di Ettore Scola
: 01 Distribution : Rai cinema, 2011
Fronte del porto [Videoregistrazione] / regia di Elia Kazan
: Sony pictures home entertainment, 2011
Abstract: Gli scaricatori del porto di New York sono vessati da una banda di gangsters che impedisce loro di guadagnare quanto la legge stabilisce frapponendosi fra loro e i datori di lavoro con un vero e proprio appalto. Chi si ribella a questo sistema non tarda a pagare con la vita il suo coraggio. Terry Mallory, uno della banda, un giorno si trova suo malgrado ad essere responsabile della morte di uno scaricatore, reo soltanto di aver voluto ribellarsi, e comincia a provare un certo disagio morale. Glielo aumenta un sacerdote che ha abbracciato la causa degli scaricatori e vorrebbe aiutarli con ogni mezzo. Terry si fa convincere, ma dopo che si è recato di fronte a una commissione di inchieste sociali per rivelare quei soprusi, si trova a dover vincere l'ostilità non solo dei gangsters, ma anche degli scaricatori che, vittime del concetto di omertà , giudicano male il suo gesto. Il sacerdote lo conforta: "Si imponga ai gangsters - gli dice - diventi vero capo della sua gente e allora tutti lo seguiranno e la banda non avrà più modo di esercitare il suo sfruttamento". E' quanto accade. Terry fa valere le sue ragioni con i gangsters, ci rimette quasi la vita, ma gli scaricatori, guidati dal suo coraggio, lo seguono, vincono la paura e si liberano della banda. "Il film imposta il problema sociale con rigoroso impegno, rivelando una forza drammatica, un'impetuosità narrativa e un'acutezza d'indagine psicologica davvero esemplari. E' certo una delle testimonianze più vive del cinema realista americano." (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 36, 1954) Note - LEONE D'ARGENTO ALLA MOSTRA DI VENEZIA DEL 1955 (EX-AEQUO INSIEME A "LA STRADA" DI FELLINI, "I SETTE SAMURAI" DI KUROSAWA E "SANSHO DAYU" DI KENJI MIZOGUCHI), DOVE HA RICEVUTO ANCHE IL PREMI OCIC. - VINCITORE DI 8 OSCAR NEL 1955: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA (MARLON BRANDO), ATTRICE NON PROTAGONISTA (EVA MARIE SAINT), SCENEGGIATURA ORIGINALE, FOTOGRAFIA IN BIANCO, E NERO, MONTAGGIO E SCENOGRAFIA. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER LA MIGLIOR COLONNA SONORA, MENTRE KARL MALDEN, LEE J. COBB E ROD STEIGER ERANO TUTTI CANDIDATI COME MIGLIORI ATTORI NON PROTAGONISTI. - GOLDEN GLOBE 1955 MIGLIOR FILM, MIGLIORE REGIA, MIGLIORE ATTORE E MIGLIORE FOTOGRAFIA.
Venerdi' 13. Parte V [Videoregistrazione] : il terrore continua / regia di Danny Steinmann
: Universal pictures, 2011
[2011]
Fa parte di: Criminal minds
Unita'$1: I Mille, la Sicilia, l'unita' [Videoregistrazione] / Andrea Camilleri
: Gruppo editoriale L'Espresso, 2011
Unita'$2: Adua, la sconfitta di un'utopia [Videoregistrazione] / Carlo Lucarelli
: Gruppo editoriale L'Espresso, 2011
Unita'$3: Emigranti, la ricerca della felicita' [Videoregistrazione] / Melania Mazzucco
: Gruppo editoriale L'Espresso, 2011
Unita'$4: Caporetto, il racconto di un'infamia [Videoregistrazione] / Alessandro Baricco
: Gruppo editoriale L'Espresso, 2011
Unita'$5: La vergogna delle leggi razziali [Videoregistrazione] / Dacia Maraini
: Gruppo editoriale L'Espresso, 2011
Unita$6: Gli italiani invisibili del boom [Videoregistrazione] / Sandro Veronesi
: Gruppo editoriale L'Espresso, 2011
: Gruppo editoriale L'Espresso, 2011
Unita'$8: La televisione che ci ha cambiati [Videoregistrazione] / Francesco Piccolo
: Gruppo editoriale L'Espresso, 2011
: Editoriale Il fatto, 2011
L'Espresso, 2011
150, le storie d'Italia ; 1