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Trovati 1608 documenti.
Adam [Videoregistrazione] / regia di Max Mayer
: 20th Century Fox home entertainment, 2010
Abstract: Beth è un'affascinante scrittrice dal lacerato passato sentimentale. Adam è il suo vicino di casa, un ragazzo carino, appassionato di astronomia, ma dai modi piuttosto bizzarri. In realtà, Adam è affetto da una lieve forma di sindrome di Asperger. Tuttavia, questo non impedirà la nascita di una tenera, seppur problematica, storia d'amore tra i due... "Delicato e complesso, il tema avrebbe richiesto maggiore perizia e finezza drammaturgica di quella dimostrata da Max Mayer, regista e sceneggiatore di esperienza televisiva dal tocco garbato, ma esangue; e i protagonisti appaiono adeguati, però non abbastanza interessanti." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 14 maggio 2010) "Spiacerà a chi si irrita nel vedere le malattie, anzi i drammi, anzi le tragedie servire da spunto a film che abitano nei salotti rosa delle trame alla Nicholas Sparks" (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 maggio 2010)
Resident evil [Videoregistrazione] : afterlife / regia di Paul W. S. Anderson
: Sony Pictures home entertainment, 2010
Abstract: Tratto dall'omonimo videgioco di ambientazione horror, ormai un cult del genere. Siamo in un futuro non troppo lontano: un'oscura società sta conducendo esperimenti illegali in una base segreta, "l'Alveare"; la vicenda si complica quando a causa di un incidente entra in funzione il sistema di allarme: il computer centrale, seguendo la procedura programmata, sigilla la base e stermina tutti coloro che si trovano al suo interno. Milla Jovovich interpreta Alice, un'agente speciale che, con la sua squadra, è incaricata di investigare sull'accaduto e far sì che i residui degli esperimenti contenuti nella base non provochino ulteriori danni: ma una volta penetrati all'interno dell'Alveare non mancheranno le sorprese. Con l'ampio uso di effetti speciali tradizionali e molti riferimenti ai classici dell'horror, Resident Evil si rivolge a un pubblico piuttosto vasto e non solo ai fans del videogioco originale, a differenza dei precedenti Tomb Raider e Final Fantasy.
L' amore buio [Videoregistrazione] / regia di Antonio Capuano
: Fandango home entertainment, 2010
La bella societa' [Videoregistrazione] / regia di Gian Paolo Cugno
: Medusa home video, 2010
Afterschool [Videoregistrazione] / regia di Antonio Campos
: Cecchi Gori home video, 2010
Abstract: Studente di un'esclusiva high school della East Coast americana, Robert è un adolescente che vive isolato e dissociato dal mondo inquieto e falsamente perbenista che lo circonda. Condivide la stanza con Dave, spacciatore di droghe e alcol del liceo, e con un computer con il quale trascorre la maggior parte del suo tempo a scaricare tutti i brevi filmati postati in rete. L'interesse per il mondo dei video lo porta a iscriversi al corso di audiovisivi, dove viene incaricato di realizzare un progetto sulla scuola. Mentre si trova da solo a filmare uno dei corridoi dell'edificio, riprende le due ragazze più popolari dell'istituto in preda ad un'emorragia causata da una sniffata di cocaina contaminata con veleno per topi. La scena segna in modo indelebile la mente di Robert e mina le apparenze dell'intera istituzione scolastica. Quasi sempre funzionali all'interno di un film come supporto narrativo o come mero esibizionismo tecnologico, i filmati a bassa definizione della rete hanno in realtà riconfigurato i confini dell'estetica cinematografica non meno di quanto abbiano rivoluzionato la sociologia dei nuovi media. Fino a questo momento, i discorsi più interessanti in proposito erano stati elaborati soprattutto ai confini del film di genere (in modo particolare con Redacted di De Palma). Afterschool, invece, affronta questa tematica ineludibile con uno sguardo da autore indipendente rivolto direttamente a quel mondo che è principale produttore e fruitore del piccolo formato: l'adolescenza. Non a caso, Antonio Campos comincia lavorando su quella vertigine che investe l'universo degli adolescenti nel loro rapporto con le immagini già affrontata da Gus Van Sant con Elephant, con la differenza che, anziché sugli universi di sintesi e di interazione dei videogiochi, Campos riflette su quelli liminari alla realtà che vengono patrocinati dai piccoli formati di YouTube, dagli home movies familiari, dai porno in soggettiva, dalla violenza esplosiva e fascinatoria del quotidiano. Il suo modo di girare, le lunghe panoramiche quasi automatiche, i difetti del fuoco, il sonoro ovattato, tendono a chiamare un'identificazione privilegiata col giovane Robert e con le modalità con cui fa esperienza del mondo. Robert è un personaggio che, come molti adolescenti, anela la realtà ma è incapace di confrontarsi con essa, per questo cammina sul labile confine fra reale e realismo, fra il mondo che gli sta intorno, tanto chiaro agli occhi quanto oscuro nelle dinamiche, e quello fruito attraverso la rete, dove, al contrario, la brutale evidenza del contenuto soppianta la chiarezza dell'immagine. Solo le esperienze dirette della morte e del sesso (accomunate nella visione del sangue) lo portano ad oltrepassare il filtro della videocamera e a cercare di comprendere da sé la realtà che lo circonda e l'ipocrisia del mondo degli adulti dell'Uptown newyorkese. Nel passaggio, anche la riflessione del giovane regista newyorkese si fa più complessa, stratificando, non senza qualche caduta nella sociologia più spicciola, il discorso sulla dissociazione del voyeurismo dei nuovi media con il turbamento adolescenziale e con la corruzione e l'arrivismo dell'istituzione scolastica. Problematiche di varia natura e dalla mole ingombrante, che tuttavia lasciano emergere il filo rosso di una riflessione fondamentale sullo statuto dell'immagine cinematografica: se cioè il cinema sia ancora in grado di competere coi nuovi media nel configurare e veicolare il reale, oppure se sia ormai solo il luogo delle celebrazioni melliflue, delle asperità da lisciare, delle sgranature della realtà da raffinare.
La straniera [Videoregistrazione] / regia di Marco Turco
: Cecchi Gori home video, 2010
Abstract: Da Teleouel (Marocco) la bella e volitiva Amina entra clandestina in Italia e a Torino, non trovando lavoro, si prostituisce nell'estrema periferia. Incontra il compatriota Naghib, architetto che da 30 anni vive in Italia dove si è affermato e ha ottenuto la cittadinanza. È l'unico italiano che la tratta con rispetto. Nonostante i vari distacchi e i tentennamenti di lui, tra i due nasce l'amore. Prodotto da La Beffa di Monica e Melania Iezzi (molte difficoltà finanziarie durante le riprese), scritto da Turco con Monica Zapelli e Andrea Porporati da un romanzo (2001) di Younis Tawfik, è ambientato con cura elegante nella parte africana, con efficacia quando descrive il comportamento non innocente delle forze dell'ordine con la miseria degli immigrati clandestini, e ha 2 protagonisti scelti e diretti con acume (Amina vestita benissimo da Silvia Nebiolo). Tra gli altri interpreti spicca in divisa da poliziotta la sensibile Bergamasco. Risulta però farraginoso nel montaggio, dunque nella struttura narrativa, per eccesso di flashback, ed ellittico, dunque oscuro, nel prologo marocchino del 1990 (l'azione si svolge nel 2004).AUTORE LETTERARIO: Younis Tawfik
Basilicata coast to coast [Videoregistrazione] / regia di Rocco Papaleo
: Eagle Pictures, 2010
Abstract: Un variopinto gruppo di musicisti si mette in viaggio per partecipare al Festival del teatro-canzone di Scanzano Jonico. Attraversando a piedi la Basilicata, dal Tirreno allo Ionio, e sperimentando imprevisti e incontri inaspettati, il viaggio si trasformerà per tutti loro in una vera e propria terapia... "È ora, è ora: provincia a chi lavora (nel cinema). Dopo le cartoline da Ventotene, spedite da D'Alatri col suo film 'Sul mare', ambientato tra i barcaioli dell'isola pontina, ecco quelle da Maratea, con gli scorci lucani della commedia musicale 'Basilicata coast to coast' (...), grazioso film ecologista di e con Rocco Papaleo, al suo esordio dietro la macchina da presa. Per sentirsi 'nu poco rockstar' (il dialetto la fa da padrone, rendendo simpatica persino la normalmente algida Giovanna Mezzogiorno, nel cast con Alessandro Gassman, Paolo Briguglia e Max Gazzè), quattro musicisti jazz in cerca d'identità attraversano la Basilicata dal Tirreno allo Jonio. (...) Finalmente scevro da pregiudizi ideologici, il nostro cinema pare si sia messo a cantare e ballare, magari guardando anche al successo tv di 'Tutti pazzi per amore' e all'inaspettato exploit del comico Checco Zalone, sul grande schermo con i suoi tic lazzaroni e sbancabotteghino. Di fatto, qui Giovanna Mezzogiorno, ovvero l'icona dell'impegno artistico- politico (sarà, ma lei, nipote d'un direttore del 'Corriere della sera', fa la giornalista e in una scena legge 'La Repubblica', tra sassi e nulla, mentre in un'altra rivela d'aver lavorato a 'Il Mattino'), indossa camicette country e canta (sussurrando alla Carla Bruni) 'Voglio stare bene! Voglio fare', dorso a dorso con Max Gazzè, al suo primo ruolo d'attore. Tana libera tutti? Massì: a Latronico vanno a spasso le più belle ragazze della regione che guardano Rocco Santamaria (Gassman), vippino della tv locale, e di riflesso allumano pure suo cugino Salvatore (Briguglia), mentre Tropea (Mezzogiorno) a poco a poco si scioglie, innamorandosi del musicista (Gazzè), che non parla per scelta." (Cinzia Romani, 'Il Giornale', 07 aprile 2010) "Come si può non amare Rocco Papaleo? Drammaticamente simpatico dai tempi del telefilm 'Classe di ferro' (1988), è diventato un nuovo Satta Flores grazie al corto capolavoro candidato Oscar 'Senza parole', al massimalista di sinistra de 'Il pranzo della domenica' dei Vanzina (la prova più bella) e agli ultimi Pieraccioni, dove è sempre la cosa migliore. Chi lo conosce sa che canta, suona e, soprattutto, è lucano. 'Basilicata Coast to Coast' è omaggio alla sua terra ed esordio alla regia. (...) Regista altruista (una novità), Papaleo si mette da parte a favore dell'attorucolo, Gassman (molto divertente), del contrabassista muto per scelta, Max Gazzè (al primo film); dell'eterno subordinato Paolo Briguglia e della giornalista furastica Giovanna Mezzogiorno. Inno al pane e frittata di mamma, ai paesaggi lucani e all'amicizia. Non esplosivo ma dolce. All'antipatico Checco Zalone, preferiamo la gentile compostezza del menestrello di provincia Papaleo." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 9 aprile 2010) "C'è una parola che viene subito in mente a proposito di 'Basilicata Coast to Coast', ed è 'simpatico'. Ma non vorremmo che Rocco Papaleo, regista e protagonista, la prendesse dal verso sbagliato. Come dire: sì, hai fatto un filmetto simpatico, ma ora lascia perdere le velleità da 'autore' e torna a fare il tuo mestiere. Non è così. 'Basilicata Coast to Coast' è un film simpatico, soprattutto per chi è lucano o frequenta per motivi diversi la Lucania. (...) Ma c'è altro, nel film, C'è l'amore viscerale e ironico per una terra, c'è uno sguardo picaresco e partecipe sulla natura e sul paesaggio, e soprattutto c'è un'idea di cinema volutamente tirata via, marginale ma enormemente vitale. (...) 'Basilicata Coast to Coast' è ben recitato, ben girato e pieno di magnifiche musiche scritte dalla grande pianista jazz Rita Marcotulli (nel cast c'è anche Max Gazzé, che non parla ma alla fine canta). E' un film struggente, randagio, emozionante. Non vergognatevi di prenderlo anche come una guida turistica: scoprirete che in Basilicata non ci sono solo i Sassi di Matera, cari a Pasolini e a Mel Gibson, ma altri luoghi incredibili. Come il paese abbandonato di Craco, un drammatico set dove, come dice Papaleo, la modernità è stata sconfitta." (Alberto Crespi, 'L'unità', 9 aprile 2010) "Film vitale, simpatico, con qualcosa di prolisso e didascalico, ma pieno di una genuina voglia di cinema e racconto. Rocco Papaleo debutta con onore e raduna una Mezzogiorno canterina, un Gazzè muto, un Briguglia in espressiva misura, un Gassman mai così simile a papi. Grottesco cine-teatro-canzone." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 9 aprile 2010) "Che fatica, anche per lo spettatore, 150 chilometri a piedi. L'esile trama di 'Basilicata Coast to Coast', del migliorabile deb Rocco Papaleo, poggia sul viaggio di quattro musicanti, più la graziosa reporter Tropea (Giovanna Mezzogiorno), decisi a raggiungere Scanzano Jonico per un festival jazz. Così il preside Nicola parte da Maratea con l'impetuoso Rocco (Alessandro Gassman), il timido Salvatore (Paolo Briguglia) e il muto per scelta Franco. Quest'ultimo merita un plauso: è l'unico che (oltre a non mostrare il pop) resta sempre zitto, Purtroppo gli altri parlano." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 9 aprile 2010) Note - NASTRO D'ARGENTO 2010 A ROCCO PAPALEO COME MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE (EX AEQUO CON VALERIO MIELI PER "DIECI INVERNI") E A RITA MARCOTULLI PER LA MIGLIOR COLONNA SONORA. - DAVID DI DONATELLO PER: MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE, MUSICISTA E CANZONE ORIGINALE. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, SCENEGGIATURA, PRODUTTORE, ATTRICE NON PROTAGONISTA (CLAUDIA POTENZA) E FONICO DI PRESA DIRETTA.
Cosa voglio di piu' [Videoregistrazione] / regia di Silvio Soldini
: Warner home video, 2010
: Universal Studios, 2010
Lourdes [Videoregistrazione] / regia di Jessica Hausner
: Cecchi Gori home video, 2010
Abstract: Christine, da anni bloccata su di una sedia a rotelle, ha deciso di andare a Lourdes per compiere un viaggio della speranza. E la sua fiducia nel miracolo viene ripagata poiché, incredibilmente, una mattina si sveglia ed è in grado di stare in piedi. Christine assapora appieno questa occasione di felicità e la sua guarigione suscita tanta ammirazione ma, purtroppo, anche tanta invidia. Tuttavia, la malattia è sempre in agguato... Dalle note di regia: "Peccato che le vie del Signore restino imperscrutabili. Lourdes è un luogo in cui si afferma l'esistenza del miracolo, un luogo che è sinonimo di speranza, di conforto e di guarigione per i moribondi e i disperati. Eppure, la speranza che alle soglie della morte tutto possa ancora risolversi sembra assurda quando la vita arriva alle sue battute finali. Lourdes è lo sfondo in cui si svolge questa commedia umana." "L'obiettivo della regista non si fissa solo su di lei: dedica altrettanto spazio e tempo alle giovani accompagnatrici dell'Ordine di Malta, agli altri malati, alle piccole ritualità quotidiane che scandiscono i giorni di permanenza al santuario. E lo fa con un occhio che sarebbe fuori luogo chiamare laico ma che è certamente oggettivo ed equidistante da spiritualità e scetticismo. Se scatta il sorriso è perché quello che si vede può essere letto anche in maniera ironica ma tutto potrebbe offrirsi anche a una lettura opposta. Proprio come succede alla protagonista quando viene «miracolata»: è lei la prima ad avere dei dubbi, a temere per una possibile recrudescenza della paralisi, a subire gli sguardi invidiosi degli altri malati. In questo modo il film racconta sì un miracolo ma evita in tutti i modi di spiegarlo (la protagonista non sembra neppure particolarmente credente) facendo tornare alla mente quello spirito dissacrante ma insieme ambiguo e un po' sorpreso che Buñuel aveva portato a vette eccelse e che Jessica Hausner sembra in grado di ritrovare di nuovo." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', '5 settembre 2009) "Più coinvolgente 'Lourdes' dell'austriaca Jesse Hausner che ha un pregevole inizio documentaristico dove la regista dimostra sensibilità e distacco. Ma poi il reportage, che inscena un miracolo o un finto miracolo, ubbidisce a certi risvolti narrativi poco o nulla convincenti. E si ha la sensazione di essere davanti a una bella occasione sprecata."(Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 05 settembre 2009) "'Lourdes' è stato ideato e girato dalla viennese Jessica Hausner in occasione dei centocinquant'anni delle apparizioni mariane nella cittadina francese. Un racconto condotto con eccezionale abilità tra fideismo e blasfemia, documentarismo iper-oggettivo e suspense enigmatica, in apparenza freddo, asettico resoconto del pellegrinaggio di una ragazza paraplegica francese, ma in realtà sottilissima, poliedrica trasfigurazione del Dubbio Primario palleggiato tra credenti e laici. Le guarigioni che come lampi abbaglianti squarciano il muro di quotidiana mestizia e contrizione di masse sterminate e sventurate sono miracoli, fenomeni naturali o truffe organizzate da un agghiacciante congegno ecclesiastico-turistico? Delicatissimo nel suo linguaggio come sospeso sulla minaccia (positiva o negativa, fa lo stesso) dell'evento, 'Lourdes' è finora il migliore film visto a Venezia. Chissà come rimarranno male, peraltro, gli habitués della scazzottata politico-filmica." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 05 settembre 2009) "La Hausner evita i toni corrosivi, della miscredenza come quelli enfatici del devoto. Adotta un'angolazione da documentario per presentare il contrasto tra fede (o almeno l'estrema speranza) dei malati e il mercato intorno al Santuario; non risparmia dettagli delle malattie, ma vi affianca la voglia di vivere di un'infermiera che è ancora solo una ragazzina. Mostra insomma personaggi verosimili divisi dall'avere già o dal non aver ancora paura." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 05 settembre 2009) "Girato da una bravissima regista austriaca, 'Lourdes' forse parla di fede o forse no. Non riusciamo però a ricordare un film più crudele." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 05 settembre 2009) "Il problema è che il miracolo messo in scena da Hausner suscita reazioni contrastanti: l'invidia di altri malati, il contrappasso rappresentato nella suora probabilmente in chemioterapia che cade in coma, l'amore di un aitante volontario della croce di Malta (Bruno Todeschini). Fino ad un finale raggelante che sarebbe delittuoso raccontare, ma che ripropone in un loop filosofico esistenziale infinito il cosiddetto "mistero della fede". «Arrivare a Lourdes è scioccante: centinaia e centinaia di barelle, persone speranzose di guarire», racconta Gerard Liebman che nel film interpreta padre Nigl, «una sensazione di commozione che si fa ambivalente appena ti accorgi dell'indotto, di questa sorta di Disneyland cattolica che sfrutta la speranza e la fede dei malati». Caratteristica peculiare di Lourdes, però, è il distacco nello sguardo adottato da Hausner rispetto al palpitare della fede (altrui), riportandola sullo schermo senza mai sottolineare, additare, sfottere: «Ho cercato di creare distanza da quel che racconto, immaginando di essere un viaggiatore giapponese che guarda quello che succede: i diversi aspetti della guarigione miracolosa, le preghiere a Dio, la speranza che il miracolo sfiori qualcuno, quando invece i piani di Dio sono incomprensibili e ti accorgi di essere solo nell'universo. Spero che l'ambivalenza del miracolo, il fatto che non si possa sapere per quale motivo avviene e se durerà, possa suscitare nel mondo cattolico un dibattito aperto»." (Davide Turrini, 'Liberazione', 05 settembre 2009) "Hausner filma con misura, tra l'altro è abbastanza difficile entrare nei luoghi di Lourdes con una macchina da presa, infatti ci sono voluti mesi di preparazione. Filma l'attesa, le tappe obbligate, quel momento collettivo in cui gli attori si confondono coi malati veri. Non distorce anzi è quasi realista, luce e folla da sé declinano l'incubo di uno stordimento Lourdes è un luogo crudele, il miracolo non arriva mai, la sua mitologia è piena di miracoli passeggeri, di guarigoni date e poi tolte da un dio beffardo, tutto il contrario di quanto la fede lo vorrebbe, buono e eterno. Ma pensare il film di Jessica Hausner - in gara - come una riflessione sul cattolicesimo è limitante. 'Lourdes' è piuttosto un teatro della vita, coi suoi ineffabili casi di felicità conquistate e perdute, epifanie di benessere che svaniscono senza ragioni, e la giusta ironia. Perché io e non lei. E vale per il dolore e per il miracolo. Perché esistono i ricchi e i poveri dice il prete, ma allora Dio non è buono e giusto commentano le signore. Si parla di fede, certamente, e dei suoi misteri obbligati ma dentro alla vita, al quotidiano equilibrio precario dell'esistenza, alle sua altalene di imprevisti, felici o tragici, senza spiegazione. Un mistero. O una scommessa come la felicità, che vale quanto una canzonetta." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 05 settembre 2009) "Parliamo di 'Lourdes', il film che la regista austriaca Jessica Hausner ha girato nel luogo santo dei Pirenei per raccontare la storia di un miracolo. Un film assai rispettoso dei sentimenti e delle speranze dei 700 milioni di pellegrini che, spinti dalla fede, si sono recati a Lourdes in cerca di guarigione. Ma l'opera rivendica uno sguardo laico e disincantato nel quale molti credenti faranno fatica a ritrovarsi. (...) Il che rende il suo lavoro, per così dire, double face. Non a caso a Venezia ha vinto sia i premi cattolici Signis e Navicella, assegnati da chi ha riconosciuto alla Hausner il merito di sapersi confrontare con il tema del sacro, sia il Premio Brian degli Atei e Agnostici Razionalistici che della pellicola hanno apprezzato gli aspetti più critici, condividendo quell'idea di «miracolo come paradosso» e «incrinatura della logica», piuttosto che manifestazione misteriosa di un disegno divino." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 06 febbraio, 2010) "Si può essere atei, andare a Lourdes e magari credere anche nei miracoli? Qualcosa del genere è successo a Jessica Hausner, regista austriaca che ha girato un film destinato a far discutere. Si intitola appunto 'Lourdes' (...) Reduce dall'ultima Mostra di Venezia, dove ha ricevuto La Navicella della Rivista del Cinematografo e il Premio Signis dei cattolici e il Premio Brian degli atei, l'opera seconda della Hausner verrà distribuita in 70 copie (...). Si capisce, insomma, che lo sguardo rivolto a Lourdes, alla gente che ci va in pellegrinaggio, alla possibilità che si verifichi un miracolo, è quello lucido, spassionato, algido di una non credente, che per si interroga sul mistero, sull'imponderabile, che entra nella vita e riesce, a volta, a trasformarla da cima a fondo. (...) Un film che parla di cose simili, gettato nella mischia tra i "mostri" come 'Avatar' e le preconfezioni da botteghino come 'Baciami ancora'? Eppure, vale la pena di scommetterci." (Caterina Maniaci, 'Libero', 06 febbraio 2010) "In 'Lourdes', Jessica Hausner posa uno sguardo distante ma non distratto su una realtà piena di contraddizioni, ma che conserva al fondo un nucleo misterioso. Il commercio della fede è raccontato con pungente ironia e la crudeltà che alimenta le relazioni più o meno pietose con le persone sofferenti non viene mai nascosta, ma d'altro canto non viene mai esclusa la possibilità che il miracolo si compia. Alimentato da un raffinato gioco con le aspettative dello spettatore (Hausner è austriaca come Haneke...), il film è un appassionante thriller teologico che suggerisce a credenti e non credenti una riflessione piuttosto scomoda." (Luca Mosso, 'Repubblica Tutto Milano', 11 febbraio 2010) "ll miracolo che non si compie. Ma, in compenso, si racconta. Come si aspetta, come ci si prepara, come ci si crede, come ci si abbandona, come ci si perde. Per un film che per titolo fa 'Lourdes', secco secco, come la sua struttura e il tono del racconto, rigoroso e minimale." (Silvia Di Paola, 'La Sicilia', 06 febbraio 2010) "Adesso con l'occasione della festività della B. Vergine di Lourdes, esce nelle nostre sale questo film austriaco, firmato da una regista varie volte incontrata nei festival, Jessica Hausner, che come cornice, il titolo dichiara, ha proprio Lourdes e, come fatto, un miracolo. (...) Senza però nessun pietismo ed anzi, di sfondo, lasciando spazi a dubbi e interrogativi sul mistero dei miracoli e sui motivi perché accadono a questo piuttosto che a quello. Naturalmente senza potervi rispondere. Il film queste risposte comunque non le cerca, documenta invece, dal di dentro, un pellegrinaggio a Lourdes, con la benemerita assistenza dei volontari e delle volontarie dell'Ordine di Malta, e con tutta una galleria di malati che, spesso con animo diverso, prendono parte ai vari momenti rituali di quella loro permanenza ai margini della Grotta. (...) Questa documentazione in diretta, queste volute incertezze nell'ultima parte sono realizzate da Jessica Hausner con stile limpido e asciutto, tra immagini realistiche ma dai segni mai insistiti, secondo ritmi così raccolti e fortemente meditati che potrebbero definirsi addirittura interiori (e segreti). Mentre i personaggi, quelli centrali e il coro attorno, sono seguiti da vicino in ogni loro momento, in ogni loro reazione, per far sentire sempre l'autentico, anche quando, in certi risvolti, si insegue una verità che non si trova. La protagonista è l'attrice francese Sylvie Testud. All'insegna della semplicità più assoluta." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 11 febbraio 2010) "Nei grossi festival, da decenni, sono legioni i film con, e soprattutto sui, malati incurabili. Il critico ne esce determinato a fare ogni analisi medica e ad avvicinare, ancor meno del solito, colleghi e resto del mondo. Con questi film, la generazione cresciuta nella paura del contagio della poliomielite ha potuto tornare alle angosce infantili. Immerse in una disperazione che nessuna fede conforta, generazioni più recenti di «artisti» si sono invece sentite alla moda, partecipando, per procura (e questo è un sollievo), al dramma del male del secolo, esploso trent'anni fa. (...) L'atea austriaca Hausner evita i toni da miscredente. Adotta un'angolazione da documentario sul contrasto tra la fede (o meglio, ultima speranza) dei malati e mercanti nel santuario pireneico, che evocano i mercanti nel tempio giudaico. Non risparmia dettagli delle malattie, ma senza calcare la mano, e vi affianca la voglia di vivere che la desolazione scatena, per reazione, in una giovanissima infermiera (Lea Seydoux, rampolla della dinastia produttiva francese). Anche i preti sono credibili e credenti, nel senso che credono nel miracolo se la scienza non offre di meglio. 'Lourdes' propone personaggi verosimili, divisi dal reale discrimine delle esistenze: quelle che hanno e quelle che non hanno ancora la morte incombente. L'irruzione di un noto motivo musicale, lanciato da Al Bano, corona un finale magnifico, da carpe diem." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 12 febbraio 2010) "Il santuario di Lourdes visto come un luogo terreno, dunque sottomesso a tutte le leggi che governano gli uomini, il potere, il denaro, i buoni e i cattivi sentimenti, senza per questo negare la fede e la speranza che muovono ogni anno milioni di pellegrini. La massima fabbrica di miracoli del mondo cattolico osservata con occhio distaccato, pungente, pedino divertito, ma senza cedere alla facile dissacrazione, per fare luce sulle dinamiche che la attraversano grazie a un pugno di personaggi pieni di umanità. (...) Se un buon film si riconosce dalla chiarezza dei mezzi espressivi e dalla precisione con cui li usa, 'Lourdes' è addirittura esemplare. Come altri importanti registi austriaci, Michael Haneke o Hulrich Seidl, Jessica Hausner lavora infatti su mondi chiusi e ben definiti entro cui operano personaggi tanto riconoscibili quanto ambigui. (...) a Venezia l'eleganza crudele di 'Lourdes' ha convinto sia i cattolici del premio Signis sia gli atei del premio Brian. Un paradosso che la dice lunga sull'arte della Hausner, così preziosa oggi che tanti film somigliano alle fiction e alle loro false certezze." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 febbraio 2010) "La prospettiva di Jessica Hausner nel suo 'Lourdes' è dichiarata subito, sin dalla scena iniziale, coll'inquadratura dall'alto della sala da pranzo per i pellegrini. Nessuna finestra, ma una luce artificiale fioca, su un ambiente claustrofobico: nero il pavimento, nere le pareti cui sono appesi crocifissi neri, nere le gonne e i pantaloni del personale, neri i mantelli delle hospitalières con la croce di Malta, nere le divise dei Cavalieri dell'Ordine, neri i clergyman dei preti. A quei tavoli funerei prende posto, in silenzio, una turba da corte dei miracoli di nani, paralitici, cancerosi, assistiti da volontari tanto formalmente educati quanto distratti o perplessi («che ci faccio, qui ?»), vivi solo nello scambio di sguardi tra ragazze col velo e giovanotti col basco. Poca, pochissima luce in tutto il film, la cui cifra cromatica è il plumbeo: nuvole nere nel cielo persino nelle pochissime scene all'aperto. Anche la benedizione eucaristica del pomeriggio l'appuntamento quotidiano più amato dai pellegrini, assieme alla processione notturna con le fiaccole non è girata, come è nel vero, sulla grande, luminosa Esplanade che fronteggia i tre santuari sovrapposti. No, la Hausner ha scelto di ambientarla nell'enorme chiesa sotterranea, dove non penetra alcuna luce. Poca luce pure per la lugubre festicciola finale. (...) Qui, però, occorre forse riconoscere delle attenuanti. In effetti, a una prima lettura Il film della regista austriaca (la solita ex cattolica: l'occidente ne è ormai pieno) pare accattivante per i devoti." (Vittorio Messori, 'Corriere della Sera', 12 febbraio 2010) "Il film ha in parte l'andamento di un bellissimo documentario: con attenzione e pathos vengono descritti i riti e gli impegni quotidiani dei pellegrini a Lourdes, l'immersione nell'acqua della piscina miracolosa come la collettiva sala-mensa, la visita alla grotta mistica come la stanza da letto e le cerimonie religiose di impetrazione, il rapporto con infermiere, volontari e guardie in divisa sempre presenti, la tristezza di trovarsi costantemente in compagnia di persone malate concentrate su una speranza per lo più frustrata. Questa descrizione minuziosa è ispirata a una fisicità che non ha nulla di spirituale ma si rivela molto, molto interessante, proprio grazie al suo materialismo. Una parte diversa di 'Lourdes' riflette e a volte discute sul miracolo: cos'è, perché accade, perché favorisce alcuni e non altri, perché non si verifica. Infine, tutto il film mostra il volto del dolore umano: le facce deformate dalla sofferenza, le persone alterate dal rancore (perché lei sì e io no?), la speranza e la fede come consolazioni impossibili, la preghiera come mantra penoso. Eppure il permanere di intensa umanità: le piccole vanità e rivalità, l'insorgere improvviso d'una risata, la stanchezza fisica più forte di tutto. Molto bello e onesto, senza ironia, preclusioni ideologiche né pregiudizi. La protagonista Sylvie Testud è un'attrice bravissima e non bella, anche scrittrice (il suo 'Senza santi in Paradiso' è pubblicato da Salani). Lo stile e il freddo pathos del film sono perfetti." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 12 febbraio 2010) Note - PREMIO FIPRESCI, PREMIO SIGNIS E PREMIO 'LA NAVICELLA-VENEZIA CINEMA' ALLA 66MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009).
: 20th Century Fox home entertainment, 2010
Abstract: Non ha certo tutte le sicurezze del mondo la piccola Lily che a 4 anni spara alla madre per errore ed è costretta a passare i seguenti 10 anni con un padre che non le vuole bene e non manca mai di farlo notare. Così quando la misura è colma scappa per intraprendere un viaggio alla scoperta delle proprie radici (sulle orme di uno simile fatto dalla madre) assieme alla sua badante di colore proprio nell'anno della firma della dichiarazione dei diritti civili per gli afroamericani. Ad accoglierla in un nuovo alveo familiare saranno tre sorelle di colore che producono miele, ma nonostante il benessere Lily imparerà che una cosa è firmare un pezzo di carta e una cosa è farlo diventare realtà. Curioso come la prima scena di La vita segreta delle api sia palesemente identica a quella d'apertura di Mean streets. È l'unico punto di contatto tra un film indipendente e dirompente come quello di Scorsese e quest'opera acquietante e rassicurante che si impone di insegnare allo spettatore il suo punto di vista attraverso le piccole pillole di saggezza poetica messe in bocca ai protagonisti (per lo più contadini) e i tanti ricatti emotivi. In questo senso si rivela molto onesta la scelta di un titolo (mutuato dal libro cui si ispira) da documentario scolastico. È il modus operandi tipico attraverso il quale l'America riflette e tramanda la propria storia al cinema. Non dal punto di vista del suo svolgimento (o da quello di una sua rilettura come siamo soliti fare noi) ma dal punto di vista sentimentale. L'oggetto del film non sono i fatti che portarono alla firma della dichiarazione dei diritti civili nè le battaglie degli afroamericani (al massimo c'è qualche riferimento pop per inquadrare la questione) ma cosa significò emotivamente tutto ciò. Per arrivare a questo la regista Gina Prince-Bythewood sceglie un cast di star di colore (per lo più cantanti) e fa affidamento solo su di esso. Tutto ciò che il film si propone di comunicare passa attraverso gli attori, non esistono altre possibli soluzioni per una regia totalmente anestetizzata e incantata sui loro volti. Fortuna che a dare uno scampolo di credibilità al tutto c'è Dakota Fanning, che già a 14 anni è uno dei più straordinari volti drammatici che si possano considerare oggi. Tutto nel film va incontro allo spettatore per confermare ciò che egli già pensa e rafforzarne le idee. Il casting (la matrona in carne, la giovane attivista bella e la sorella debole un po' bruttina ma dal gran sorriso), i personaggi (tutti a senso unico e privi di evoluzione), l'intreccio (che arriva fino all'implausibilità pur di non sorprendere) e i sentimenti in gioco ("Desidero solo essere amata da qualcuno!"). La rilettura hollywoodiana della storia emotiva del paese è anch'essa una forma di racconto archetipico che ha le sue maschere fisse e La vita segreta delle api non se ne fa sfuggire una per raggiungere il suo obiettivo (un sorriso per ogni lacrima) nella maniera più facile e sicura. Annacqua ogni conflitto imprevisto e ammorbidisce anche i momenti più aspri e drammatici annunciandoli per tempo prima di mostrarli, così da coccolare lo spettatore mentre lo rassicura ancora a suon di semplici sorrisi e tenere lacrime.
Giustizia privata [Videoregistrazione] = Law abiding citizen / regia di F. Gary Gray
: Mondo Home Entertainment, 2010
Abstract: Philadelphia. Clyde Shelton ha smesso di credere nella giustizia il giorno in cui uno degli assassini di sua moglie e sua figlia - che ha visto morire sotto i suoi occhi durante una rapina in cui anche lui stava per perdere la vita - è stato condannato a soli 10 anni di prigione in cambio della testimonianza contro il suo complice, condannato invece alla pena capitale. La totale sfiducia di Clyde nella giustizia si trasformerà in una personale battaglia contro tutti i protagonisti della sua triste vicenda familiare, compreso Nick Rice, il procuratore distrettuale reo di aver patteggiato con il killer... "Piacerà a chi ai thriller chiede tanta suspense, chiede di rimanere attaccato alla poltrona fino all'ultimo, e guai ad alzarsi. Contrariamente a tanti gialli americani che iniziano al galoppo ma arrivano in dirittura trottignando, 'Giustizia privata' cresce addirittura a metà strada, quando si scopre l'identità del bietolone. E garberà tanto ai cultori dei gialli della camera chiusa . Per la bella variazione sul tema (qui rinchiuso è il killer e le vittime designate passeggiano libere, apparentemente al sicuro). L'alto tasso spettacolare non era imprevedibile (regista è Gary Gray di 'Odessa' e 'Il negoziatore'). Certo, era il caso di pretendere un maggior rigore dal copione di Kurl Wimmer. La paranoia del protagonista è più dichiarata che mostrata." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 27 agosto 2010)
Manolete [Videoregistrazione] / regia di Menno Meyjes
: Eagle Pictures, 2010
Abstract: La storia d'amore tra il celebre torero Manolete e la bellissma diva del cinema spagnolo Lupe Sino. Lui era un uomo timido, di poche parole e con in mente soltanto una cosa: il successo; lei una donna sensibile e orgogliosa con alle spalle un passato movimentato. Una sola cosa li differenziava: lui corteggiava la morte; lei era un'amante della vita. I due sfidarono la società convenzionale con il loro intenso rapporto dominato dalla passione e dalla gelosia e finito tragicamente per il mortale incidente occorso a Manolete durante una corrida a Linares. "Il film di Meyjes è una partita non giocata: non indigna né emoziona, né fa le fusa al macho stile Hemingway, passa in arena senza lasciar sangue. Penélope Cruz vince anche qui: è l'unica viva, ma arriva tardi." (Maurizio Porro , 'Corriere della Sera', 14 maggio 2010) "Piacerà a chi ama le biografie degli uomini molto all'americana, quelle che non dimenticano di spargere il glamour anche nelle arene sporche di sangue e di budella. 'Manolete' è stato l'oggetto di non pochi film (una dozzina, tra fiction e documentari) ma questa versione è stata allestita con l'intento di farla vedere all'estero e soprattutto in America. Per questo è comprensibile (anche se per noi ingiustificata) la scelta dell'americano Brody, al posto di un attore spagnolo (in patria è rintracciabile almeno una dozzina di interpreti in grado di reggere la parte e soprattutto di capirla). Brody non sembra capire, si porta sempre stampata in viso quell'espressione da sfigato dei tempi del 'Pianista' ma gli manca la dimensione tragica che marcava ogni apparizione pubblica del 'monstruo'. Che per tutta la vita, raccontano, sembra cercare la morte. Anche quando era tra le lenzuola con Lupe. Brody si dà un gran da fare ma tutta l'angustia che può esprimere non è più dolorosa di quella di un divo del calcio sorpreso dai paparazzi in spiaggia con la velina di turno." (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 maggio 2010) "Chi ricorda Manuel Rodriguez Sanchez, sarà colpito dalla somiglianza nel film di Menno Meyjes 'Manolete', dove a interpretare il torero è Adrien Brody. A impersonare la sua amante (l'attrice messicana Lupe Sino) è Penelope Cruz, che invece non le somiglia, così il divario fra i loro ruoli si accentua. Inoltre la sceneggiatura non dice molto di lei: solo spettatori in età e donne sensibili coglieranno i sottintesi della loro contrastata storia d'amor. Il trionfo di 'Manolete' evoca il periodo della seconda guerra mondiale, quando la Spagna neutrale si rimetteva in piedi dopo la guerra civile. (...) Il film, pensato per circolare anche fuori dalla Spagna, accenna i dettagli storici imbarazzanti - chi conosce oggi il simbolo falangista del giogo e del fascio di cinque frecce? - e punta sulla solitudine del matador, la solitudine peggiore, quella in compagnia, fra impresari avidi e la vorace famiglia d'origine. Meyjes cerca, senza trovarle spesso, inquadrature suggestive, proprio come se stesse girando una pubblicità per la tv. Il suo costumista veste gli attori con abiti cuciti per l'occasione, la cui aria nuova nuoce alla verosimiglianza delle scene. Ormai quasi tutti i film di ricostruzione che non vengano da Hollywood hanno preso quest'aspetto fasullo. Suggestivo invece il finale desolato e cruento letteralmente, sotto gli occhi angosciati dell'erede al trono di Manolete: Luis Dominguin, futuro marito di Lucia Bosé e padre di Miguel." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 14 maggio 2010)
Affetti e dispetti [Videoregistrazione] = La nana / regia di Sebastian Silva
: Cecchi Gori home video, 2010
Abstract: Raquel fa la cameriera in casa dei Valdes da ben 23 anni e, dopo tanto tempo, non li considera più come i suoi datori di lavoro, ma come la sua famiglia. Quando comincia ad avere attacchi di emicrania sempre più forti e frequenti, la signora Valdes decide di cercare un'altra cameriera per sgravarla del lavoro, ma Raquel non accetta alcuna intrusione e fa di tutto per far fuggire a gambe levate tutte le nuove arrivate. Dopo il licenziamento dell'ennesima cameriera, la signora Valdes rinuncia al suo proposito, ma quando Raquel è costretta a prendersi un periodo di malattia, assume Lucy, una signora di campagna che contagia tutta la famiglia con la sua allegria. Una volta rimessasi in forze, Raquel ingaggia la sua battaglia personale contro Lucy, ma questa reagisce con ironia e gentilezza. Incredibilmente, per la prima volta nella sua vita, Raquel sente che qualcuno le vuole bene e la ricopre di attenzioni. Il ritorno di Lucy in campagna rivoluzionerà di nuovo la vita di tutti... "Se non ci si fa influenzare troppo da un manifesto fintamente simbolico (quella testa da scimmione accanto al volto della protagonista è un innocuo gioco da ragazzi che nel film appare in pochissime scene) e da un titolo altrettanto fuorviante (soprattutto il sottotitolo 'la nana' che non riguarda la dimensione di nessuno, ma indica in spagnolo la professione della protagonista: tata, collaboratrice domestica, cameriera), ecco, se si dimenticano queste tipiche 'turbate' da distributore, il film di Sebastiàn Silva può rivelarsi una delle piccole belle sorprese di questa striminzita stagione cinematografica estiva, (Siamo tornati ai livelli anoressici del passato per titoli e uscite. Colpa solo del mondiale?) Premiato al Sundance e al Torino Film Festival (miglior film straniero alla manifestazione statunitense, miglior attrice in entrambi), 'Affetti&Dispetti' è invece una bella riflessione sugli eccessi dell'affetto e su una sbagliata concezione del senso del dovere, i due cardini su cui la tata Rachel ha costruito il suo orgoglio professionale e la sua identità di donna. (...) Il merito maggiore del film, però, è quello di saper tenere sempre un tono simpaticamente leggero e spensierato, sia quando segue con occhio curioso le tattiche messe in campo da Rachel per battere le concorrenti, sia quando racconta un mondo di valori e di comportamenti totalmente diversi da quelli fino ad allora frequentati dalla tata. Non c'è mai la tentazione della lacrima o del melodramma, anche quando la storia potrebbe giustificarlo. E la simpatia evidente del regista per la sua protagonista non gli impedisce di mettere bene in evidenza le sue responsabilità nell'accettare (e in parte costruire) la gabbia di doveri e di costrizioni in cui ha vissuto per tanti anni." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 24 giugno 2010) "Premiato al Sundance 2009, con la terrificante protagonista Catalina Saavedra che ha bissato a Festival di Torino, il cileno 'Affetti e dispetti' è un ottimo esempio di cinema indie dal palato globale: altrove raccontata secondo canovaccio della perfìdia e di machiavellismo, questa governante si divide tra ironia e 'discorso di classe', alto e basso, ricchi e servitù. Il risultato? Una commedia drammatica e irresistibile, con spunti di denuncia civile, presentimenti horror e gran parte del merito alla Saavedra, capace di affezionare e tenere sulla corda: sfodererà sorriso o coltello? Se la sua metamorfosi è mostruosa, il film rimane delizioso." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 24 giugno 2010) "Il titolo italiano farebbe pensare a una sciocca commediola, di quelle che arrivano sugli schermi estivi, invece 'Affetti e dispetti' (in originale 'La nana', ovvero 'La tata') è la storia tutt'altro che banale di Raquel una governante al servizio da 20 anni di una famiglia alto borghese di Santiago del Cile. (...) Diretto da Sebastian Silva, il film non imbocca il tema un po' scontato delle differenze di classe per aprirsi a una prospettiva decisamente più ampia e interessante. Complice una nuova amica, la donna riuscirà a liberarsi della corazza di diffidenza che l'ha trasformata in una creatura scontrosa riscoprendo la gioia di vivere." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 25 giugno 2010) "Molto riuscito questo ritratto di cameriera prigioniera del suo ruolo sociale che il regista cileno Sebastian Silva, ben coadiuvato dallo sceneggiatore Pedro Peirano, ha imbastito sul filo dell'allarme temperando le note cupe con l'arma di una sottile ironia. Senza cadere nel patetico o scivolare nella violenza, anche grazie alla recitazione asciutta ed essenziale di Catalina Saavedra: straordinaria attrice che di Rachele riesce a fare personaggio emblematico e al contempo autentico essere umano." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 25 giugno 2010) "Silva non demanda alcun pietismo al molo della protagonista, ma lascia Saavedra col suo insuperabile tono dimesso davanti all'obiettivo di un algido digitale. Per raccontarci, in fondo, che dopo la scomparsa della lotta di classe, è scomparso pure il concetto di classe. Ma lo sfruttamento, nonostante l'ipod e il jogging, rimane." (Davide Turrini, 'Liberazione', 25 giugno 2010) "Il film è ben recitato, ma conferma che gente senza interesse ispira storie senza interesse." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 25 giugno 2010) Note - IN CONCORSO AL 27. TORINO FILM FESTIVAL (2009). - CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2010 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.
Bright Star [Videoregistrazione] / regia di Jane Campion
: 01 Distribution, 2010
Abstract: Londra 1818. Il 23enne poeta John Keats si innamora della bella Fanny Browne, studentessa di moda, che abita come lui in casa di Charles Brown. I due vivranno un'intensa storia d'amore contrastata dai dettami della società dell'epoca, che terminerà bruscamente tre anni dopo, alla morte di lui. "Il nuovo film della cinquantacinquenne regista neozelandese, è dedicato alla struggente storia d'amore di Keats con la sua vicina Fanny Brawne. Evento annunciato del festival, accoglienza tiepida da parte della stampa internazionale che si è limitata ad applausi di circostanza: Bright Star, curatissimo e palpitante, a molti è parso tutto sommato convenzionale, privo di soprassalti." (Gloria Satta, 'Il Messaggero', 16 maggio 2009) "In forma come in 'Lezioni di piano', la Campion mette in scena un film ineccepibile ma poco cinematico, pieno di quadri in controluce." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica' 18 maggio 2009) "Campion ritorna al racconto in costume, demanda estrema attenzione all'equilibrio cromatico, attinge figurativamente a suggestioni dei suoi ritratti di signora (Fanny in primo piano con cappello che fugge) e di angeli alla sua tavola (la sorellina di Fanny ha lo stesso viso pel di carota). Dà libero sfogo a gesti come l'annusare pagine di libri, regalare all'innamorato ciocche di capelli, scrivere infinite lettere d'amore. Recupera la centralità del sentimento, dell'intensità della passione con un palpitare del cuore che non può lasciare indifferenti. Tutto tra Keats e Fanny avviene con delicatezza, senza bisogno di un accoppiamento, di un approccio carnale. Parlano i versi del poeta, i volti, le semplici e piene presenze in scena. Fino a quando non è la malattia e infine la morte a decretare la fine." (Davide Turrini, 'Liberazione', 16 maggio 2009) "Chi si aspetta una storia d'amore all'insegna della fisicità rimarrà ampiamente deluso. E in questo caso il pianoforte della Campion risulta scordato, o peggio ancora, muto. I sentimenti risultano ovattati nel film, impacchettati nei costumi e dall'etichetta romantica. Se la passione non trasuda, il demerito della regista è stato quello di sottrarre alla vicenda Keats-Browne, un qualsiasi carattere biografico." (Giacomo Visco Comandini, 'Il Riformista', 16 maggio 2009) "Massima cura nei dettagli senza giocare ai quadri viventi (come nella Duchessa). 'La poesia non ha nulla di poetico', spiega Keats alla giovane allieva, e Jane Campion ha imparato la lezione." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 16 maggio 2009) "Ritratto di signorina e d'un periodo culturale avvincente raccontato dal film con classe e un dialogo intelligente e giusti silenzi. Se all'inizio la 18enne vuole anche ballare e vestirsi, l'altro le parla volentieri dell'ora della sua morte, anche per un complesso di inferiorità, pur avendo conosciuto Wordsworth, quello di 'Splendore nell'erba' (considerato reazionario), ed avendo sedotto con la sua penna Shelley, convinto che la morte di Keats fosse stata causata dalle stroncature. Jane Campion restituisce il ritmo sincopato, infantile e folle della passione d'amore, riempiendola del bisogno di poesia, sperando che tutto oggi abbia ancora senso. Lei cuce, lui scrive, fuori piove: siamo a un passo dal decadentismo borghese, ma l'autrice va diritta al cuore, non ne fa una questione di femminismo a vita alta e con la cuffietta. Per prepararsi: il bellissimo 'Bright star, vita autentica di Keats' edito da Fazi. Per sintonizzarsi basta guardare due attori giovani già prodigiosi, Abbie Cornish, new Nicole Kidman, capace di illuminazioni e di tempeste improvvise, e Ben Whishaw, prossimamente nella 'Tempesta' della Taymor al fianco dell'ambiguo sofferente Paul Schneider e Kerry Fox, ex angelo alla tavola della Campion, qui madre che morirà bruciata viva in un incidente domestico." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 11 giugno 2010) "Tutto ineccepibile, e coerente con il film che Jane presentava in concorso sulla Croisette nel maggio del 2009: 'Bright Star', dedicato alla storia d'amore fra il poeta John Keats e la giovane Fanny Brawne. Una storia sulla quale abbiamo libri e testimonianze, ma solo una 'voce': la voce di Keats, uomo che con le parole ci sapeva fare e che scrisse a Fanny lettere bellissime che lei, dopo la sua morte, conserva a lungo. (...) ll punto di vista femminile è di ciò che salva 'Bright Star' dalla convenzione del 'film in costume sull'Inghilterra dell'Ottocento', un vero e proprio sottogenere che in passato ha regalato pochi capolavori e molti film oleografici. Jane Campion ci aveva provato nel 1996 con 'Ritratto di signora', ma la nobiltà della fonte letteraria (Henry James) l'aveva forse bloccata. Portando la figura del 'grande scrittore' davanti alla macchina da presa, si è come liberata dell'ingombro della trama e ha raccontato un tema che le è caro, il turbamento emotivo che un uso sapiente della parola scritta può suscitare in un lettore o una lettrice: un tema romantico, certo, ma anche fortemente fisico, intimo, che Jane Campion aveva già analizzato in 'Lezioni di piano' usando la musica come grimaldello narrativo. 'Bright Star' non è di quel livello, ma è sicuramente un film molto sentito, il migliore della Campion da svariati anni a questa parte. Alla buona riuscita concorre l'azzeccata scelta dei protagonisti Abbie Comish e Ben Whishaw, che dopo la prima cannense del film non hanno smesso un animo di lavorare e sono destinati a un futuro da star; mentre Kerry Fox, che nel 1990 era la conturbante Janet Frame di 'Un angelo alla mia tavola', ha vent'anni dopo l'età giusta per interpretare la madre di Fanny." (Alberto Crespi, 'Lunità', 11 giugno 2010) Note - IN CONCORSO AL 62. FESTIVAL DI CANNES (2009). - CANDIDATO ALL'OSCAR 2010 PER I MIGLIORI COSTUMI.
Copia conforme [Videoregistrazione] / regia di Abbas Kiarostami
: BIM Distribuzione, 2010
Abstract: James Miller, un noto saggista, presenta a Firenze il suo ultimo libro intitolato «Copia conforme» nel quale sostiene che le copie abbiano un valore intrinseco superiore all'originale. Lei, una piccola mercante d'arte, assiste con il figlio alla presentazione e poi fa in modo di conoscere l'autore per fargli firmare alcune copie. Il giorno successivo, domenica, lo accompagnerà a Lucignano per 'mostrargli una sorpresa'. Mentre i due si trovano in un piccolo locale e lui è uscito per rispondere a una telefonata, la proprietaria allude a loro come a una coppia sposata e Lei sta al gioco. Gioco che proseguirà anche al rientro di James. Alla non più tenera età di 70 anni (portati peraltro benissimo) è nato un nuovo Kiarostami. Se ne era avuta una prima avvisaglia nell'incerto episodio di Tickets ma oggi, dopo il teorico Shirin , ne abbiamo una piacevolissima conferma. Intendiamoci: il pluripremiato e osannato dalla critica (che a Cannes è sembrata oltremisura spiazzata) non ha affatto smesso di interrogarsi sulla natura umana e non ha neppure rinunciato a una ricerca stilistica. Ha però scelto una modalità diversa di approccio. Ha deciso cioè di compiere ancora, come spesso è accaduto nel suo cinema, un viaggio che comportasse non solo uno spostamento fisico nello spazio ma un percorso, talvolta doloroso, nelle psicologie dei personaggi. È quanto accade anche questa volta ma con una leggerezza e una voglia di 'giocare' (non dimentichiamo mai che in francese e in inglese recitare diventa 'to play' e 'jouer') con un doppio livello di rappresentazione. Nel film si recita ovviamente (brava, ça va sans dire, Juliette Binoche ma altrettanto efficace il baritono prestato al cinema William Shimell) ma gli stessi personaggi, da un certo punto in avanti 'recitano' il ruolo di una coppia sposata da quindici anni. Ne nasce un' analisi di speranze, illusioni e disillusioni che attraversano tante 'cop(p)ie conformi' sullo sfondo di una Toscana che diviene a sua volta protagonista. Kiarostami ha deciso di girare un film non 'alla Kiarostami'. Viva Abbas.
: Luckyred homevideo, 2010
Abstract: Benjamín Esposito è un assistente del Pubblico Ministero in pensione. Dopo una vita passata a rincorrere assassini decide di dedicarsi completamente alla stesura di un romanzo. Per farlo ripensa al vecchio caso Morales degli anni Settanta, archiviato dalla polizia negli scaffali polverosi dello stato, ma per lui rimasto sospeso in un tessuto di pensieri senza possibilità di scioglimento. La morte della ragazza, stuprata e uccisa brutalmente da un conoscente che rimarrà impunito, lascia nello sconforto Ricardo Morales, il novello marito, apparentemente tranquillo ma in fondo assetato di vendetta. Nel percorso allindietro di Esposito, si inserisce anche lamore per Irene, segretaria del Pubblico Ministero, sentimento nato e negato, mai vissuto. Intrappolare Il segreto dei suoi occhi in un solo genere ben codificato sarebbe unoperazione semplicistica e fuorviante. Il film di Juan José Campanella è un thriller dalle implicazioni legali, ma è anche unopera sentimentale sullamore impossibile, oltre che una storia politica di denuncia morale. La complessità del racconto, tesa alla dimostrazione dellimpotenza delluomo di fronte alla morte, non soffoca però le emozioni ma le incanala in un ingranaggio di sequenze che svela, attraverso i dettagli, la profondità delle trepidazioni dellanima. Lassassinio di una giovane sposina innocente apre ferite laceranti a chi rimane in vita. E finisce per trasformarsi in unossessione non solo per il marito rimasto vedovo, ma anche per Esposito, in qualche modo anchesso vedovo di un amore sfiorato ma non posseduto. Ritmato dalla presenza di fotografie rivelatrici (Eros e Thanatos negli occhi di chi è ritratto), landamento narrativo stempera la gravità del tema della morte, inserendo momenti di leggerezza di grande raffinatezza stilistica, dettati dallironia. Gli avvenimenti si concatenano luno con laltro, scorrono lungo la via del tempo, mettendo a fuoco un particolare momento storico (la dittatura militarista argentina tra la fine degli anni Settanta e linizio degli Ottanta) ma, nelloperazione, si inserisce anche la volontà di rappresentare una storia piccola, tenuta in piedi da pochi personaggi, per riflettere sul comportamento umano universale. Questo equilibrio tra privato e pubblico è la forza del film, un contenitore di emozioni che rimane nascosto dentro le mura di stanze buie e palazzi squadrati (le scene importanti sono girate in luoghi chiusi, ad esclusione del piano sequenza allo stadio), ambientazioni simboliche - prigioni più che case ospitali che racchiudono lansia del vivere, in attesa di essere raccontata. Anche attraverso la scrittura di un libro.
Oltre le regole [Videoregistrazione] = The messenger / regia di Oren Moverman
: Luckyred homevideo, 2010
Eclipse [Videoregistrazione] : the twilight saga / regia di David Slade
: Eagle pictures, 2010
Abstract: Una serie di omicidi, sparizioni e misteriose disgrazie scuote Seattle e minaccia Forks. I Cullen comprendono in fretta che si tratta di un esercito di NeoNati della loro specie: vampiri da poco trasformati, assetati di sangue, violenti e indomabili. Mentre si domanda chi abbia voluto tutto questo e perche', Bella deve anche fronteggiare l'imminenza del diploma e soprattutto della scelta che ha fatto, una scelta irreversibile, decisa per amore di Edward ma osteggiata dal suo migliore amico, Jacob, che ha promesso di lottare fino all'ultimo per farle cambiare idea. La minaccia esterna impone un'alleanza tra vampiri e licantropi, ma della guerra interna al cuore di Bella puo' decidere solo lei. E' il turno di David Slade. Il britannico entra sulla scena della saga-fenomeno di Twilight con passo sicuro e un teaser d'effetto. Promette azione, brivido, batticuore, al passo con un terzo capitolo denso, che sul fronte cartaceo ha fatto incetta di consensi e che del crepuscolo illumina il lato umano, non quello delle creature che si risvegliano col buio ma quello dell'addio al calore del sole (Bella infatti "saluta" la madre e il padre, in alcune prove di commiato che il film gestisce con buon tatto). Eppure, nonostante le dichiarazioni della sceneggiatrice Melissa Rosenberg, che dice di essersi trovata a dover caricare la prima parte poiche' il libro concentrava l'azione solo in vista dell'epilogo, il film - quasi a ragione, poiche' il cinema non puo' e non dev'essere letteratura teletrasportata - mostra in apertura di possedere delle buone carte salvo poi spenderle sbrigativamente, a chiusura di un remunerativo compitino da assolvere con sufficienza. Non e' questione di direzione degli attori, ma i personaggi si sono fossilizzati, quasi involuti: che pena le scene nella radura, tra i fiorellini, che magra apparizione quella dei Volturi. Qualcosa continua a far ridere, come la reticenza sessuale di Edward e la squadra di lotta libera a torso nudo di Jacob e sodali; qualcosa pecca platealmente di giovanilismo (la notte nella tenda, rubata alla fantasia di una tredicenne), qualcos'altro sa invece di stantio, come le back-stories di Jasper e Rosalie in salsa western e gangster-movie, facili incursioni nel repertorio. E' il problema del pacchetto nell'insieme, che al di la' del vegetarianesimo dei protagonisti e del loro luccicare sovrannaturale, non trova un vero scarto e si lascia sorpassare allegramente dalle variazioni televisive sul tema, ma e' anche un problema interno a Eclipse , che ha il merito di lasciarsi indietro la tappa zoppa di New Moon, ma in fondo abbaia e non morde.
Nient'altro che noi! [Videoregistrazione] / regia di Angelo Antonucci
: Cecchi Gori home video, 2010