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I giotteschi
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Libri Moderni

Tartuferi, Angelo <1957->

I giotteschi / Angelo Tartuferi

Firenze ; Milano : Giunti, 2011

Abstract: La presente pubblicazione è dedicata ai giotteschi. Nel sommario: metodo critico, categorie, terminologie; i seguaci della prima ora; i giotteschi fiorentini; altre ascendenze giottesche: Rimini e Napoli. Come tutte le monografie della collana Dossier d'art, una pubblicazione agile, ricca di riproduzioni a colori, completa di un quadro cronologico e di una ricca bibliografia.

Amore a mille... miglia
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Videoregistrazioni: DVD

Amore a mille... miglia [Videoregistrazione] / regia di Nanette Burstein

: Warner home video, [2011]

Abstract: New York, giorni nostri. In un pub chiassoso che profuma di birra e che ha come massimo divertimento una partita al videogame “Centripete”, si forma la coppia di Garrett ed Erin: lui è un insoddisfatto produttore musicale, single da appena un giorno, che voleva sfogare la sua tristezza al bar con i suoi due strani migliori amici Box e Dan; lei è una stagista aspirante giornalista alla ricerca disperata di un posto fisso per poter cominciare finalmente una vita indipendente, con grande ritardo nella tabella di marcia proprio perché ha dovuto rinunciare a tutto per l'ennesimo grande amore, rivelatosi poi un enorme buco nell'acqua. Si scontrano, si piacciono e scoprono di avere ancora voglia di amoreggiare, di fare sesso da sogno e di provare tutti quei piacevoli stati d'animo in cui riescono a entrare solo quando stanno l'uno con l'altra. Ma la loro storia dovrebbe essere destinata a durare solo sei mesi, visto che Erin, concluso il suo apprendistato in un quotidiano, deve tornare a San Francisco, a casa della sorella. Al termine di questo lasso di tempo, decisamente innamorati pazzi, decidono di proseguire la loro storia d'amore oltre i limiti geografici. Ma una relazione può sopravvivere da costa a costa, in barba alle lunghe distanze, nonostante l'onnipresenza dei nuovi mezzi di comunicazione, surrogando magari il sesso vero con il sesso telefonico e le conversazioni in un ristorantino con quelle in videochat? Ma soprattutto può essere definita una relazione? Nella pellicola d'animazione della Disney Robin Hood (1973), curiosamente viene fuori, in un brevissimo dialogo fra Lady Marian in versione volpina e la sua dama di compagnia gallina, una profonda verità sui rapporti a distanza: «La lontananza rafforza l'amore… oppure lo distrugge». Amore a mille… miglia centra in pieno questo messaggio chiedendosi se la voglia di tenerezza, l'illusione di un amore come una gabbia dorata e la mancanza di fisicità possano essere delle buone basi per un love story che, come ogni altra relazione, è già messa a dura prova da tutte quelle infide insicurezze che stanno dietro l'angolo della natura umana di ogni individuo, funestando un rapporto con frustrazioni, pretese, gelosie e dubbi, sullo scorcio di una feroce e moribonda assenza di tempo e di spazio comune. Da una gradevole (seppur con qualche punto morto) e sboccacciata sceneggiatura di Geoff LaTulippe, che ha scritto la pellicola basandosi sulla vera relazione a distanza dell'amico produttore David Neustadter con la sua fidanzata, si imbastisce una simpatica e divertente commedia sentimentale che ha al timone la regista Nanette Burstein, nome finora legato solo al genere documentaristico (lo si nota nell'uso della digitale per “documentare” i primi sei mesi di vita della relazione) e che esordisce qui con il suo primo lungometraggio a soggetto, in forte debito con l'umorismo in stile “Saturday Night Live”. Mentre Drew Barrymore e Justin Long, sentimentalmente legati anche nella realtà, sono i volti di questo amore fra Ovest ed Est, ma anche la rappresentazione delle contraddizioni di un mondo contemporaneo, del suo intimo divario. In America, il film ha fatto parlare di sé per il nudo frontale del protagonista, considerato veramente troppo spinto per una commediola d'amore. Tutta la faccenda si è poi sgonfiata in fase di montaggio, quando le inquadrature incriminate sono state tagliate. Un merito a Christina Applegate nel ruolo di Corinne, antipatica-simpatica sorella di Erin, maniaca della pulizia e madre di una figlia che creerà la frase-tormentone del film: «Maya statua!», vero motore comico del film. Si ride (e tanto) solo nel vederla in campo con tutti i suoi tic e la sua gestualità impacciata. Il film include il cameo della band britannica The Boxer Rebellion.

Nightmare 4
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Videoregistrazioni: DVD

Nightmare 4 [Videoregistrazione] : il non risveglio / regia di Renny Harlin

: Warner home video, 2011

I mercenari
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Videoregistrazioni: DVD

I mercenari [Videoregistrazione] = The Expendables / regia di Sylvester Stallone

: 01 Distribution, 2011

Il regno di Ga'Hoole. La leggenda dei guardiani
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Videoregistrazioni: DVD

Il regno di Ga'Hoole. La leggenda dei guardiani [Videoregistrazione] / regia di Zack Snyder

: Warner home video, 2011

Fratelli in erba
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Videoregistrazioni: DVD

Fratelli in erba [Videoregistrazione] = Leaves of grass / regia di Tim Blake Nelson

: Eagle pictures, [201-?]

Abstract: Bill Kincaid è un tranquillo professore di Filosofia Classica presso la Brown University, molto popolare tra le sue studentesse e con una carriera in costante ascesa. Un giorno, Bill riceve la notizia che suo fratello gemello Brady è stato assassinato durante un affare di droga finito in tragedia. Il professore decide quindi di tornare, dopo tanti anni di assenza, nella sua città natale in Oklahoma per partecipare al funerale ma, giunto sul posto, si troverà coinvolto suo malgrado nei loschi affari del fratello... "Il titolo originale 'Leaves of Grass' svela di questo film molto più del titolo - nemmeno brutto - di 'Fratelli in erba'. Mentre questo secondo infatti ci fa cadere nella trappola del filmetto demenziale americano su un gruppo di amici strafattoni (l'ultimo fantastico della serie è stato 'The Hangover'. In italiano, 'Una notte da leoni'); il primo fa colto riferimento al poeta Walt Whitman, dandoci un'indicazione sulle pretese del regista-scrittore nonché cointerprete, Tim Blake Nelson. E Whitman non è che un minore dei tanti citati - negli intenti - da questo realizzatore, la cui sfilza completa di riferimenti culturali comprende anche Shakespeare, Catullo, Plauto, Sofocle, Epicuro, Aristotele...(...) Tutto quello che agli americani potrebbe far ridere (gli accenti dell'Oklahoma, la parodia della comunità ebraica di Tulsa), a noi italiani non potrebbe interessare di meno e dubitiamo che il doppiaggio aiuti. Con 'Fratelli in erba' non si ride, non si piange, ci si innervosisce solamente. Non cadete nella trappola e cambiate tranquillamente sala." (Lilla Jordan, 'Liberazione', 17 settembre 2010) "Una commedia che prende il titolo originale, 'Leaves of Grass' ('Foglie d'erba'), dalla famosa raccolta poetica di Walt Whitman, e inizia con una disquisizione su Socrate può risultare spiazzante. E che dire quando nella rustica cornice rurale dell'Oklahoma ci scappano a sorpresa 4 o 5 morti legati allo spaccio di droga? Non si può negare che Tim Blake Nelson, attore, regista/sceneggiatore appartenente alla comunità ebraica di Tulsa, abbia avuto un certo coraggio a realizzare una storia di tal bizzarria; e Edward Norton ne ha mostrato forse ancor di più a mettersi in gioco, accettando di sdoppiarsi nei ruoli dei gemelli protagonisti. (...) Intelligente, originale questa sorta di apologo sull'impossibilità di trovare uno stabile punto d'equilibrio possiede un malinconico spessore intriso di ebraica ironia. Nell'ottimo cast lo stesso Nelson si ritaglia un ruolo secondario e Norton è perfetto: l'unico appunto è che la materia richiederebbe un più incisivo stile di regia." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 17 settembre 2010) "Dopo aver diretto Shakespeare nella high school americana con 'O' (sta per Otello), Tim Blake Nelson rilegge ancora i classici: Joel e Ethan Coen. Galeotto il film in cui recitò per loro 'Fratello, dove sei'? La sua quarta regia 'Fratelli d'erba' sembra un omaggio. (...) Asso nella manica: Edward Norton (che fine aveva fatto?) recita il ruolo di entrambi i gemelli: Bill e Brady, apollineo e dionisiaco. Funziona? Si. Lui è da standing ovation (in originale è un vero sballo sentire come passa da una parlata all'altra) mentre il film diventa, specie nel finale, troppo semplicistico e perentorio. Erba più verde." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 17 settembre 2010) "A chi da tempo non vedeva una black comedy così ben congegnata e interpretata. Da non perdere il redivivo Richard Dreyfuss e un Edward Norton alla sua prima prova (salvo errore) come commediante." (Giorgio Carbone, 'Libero', 17 settembre 2010)

Potiche, la bella statuina
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Videoregistrazioni: DVD

Potiche, la bella statuina [Videoregistrazione] / regia di Francois Ozon

: 01 Distribution, 2011

Megamind
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Videoregistrazioni: DVD

Megamind [Videoregistrazione] / regia di Tom McGrath

: Dreamworks home entertainment, 2011

Abstract: Entrambi sparati via da un pianeta prossimo all'autodistruzione quando ancora erano bambini ed atterrati sulla Terra in contesti diversi, Metro Man e Megamind sono l'uno lo specchio dell'altro. Il primo bello, atletico e pieno di tutte le virtù è l'idolo delle folle già da piccolo, il secondo, cresciuto in un penitenziario, di attitudine curiosa ma molto più imbranato, non può che dedicarsi al male per poter riuscire in qualcosa, per essere qualcuno. Nascono così il supereroe e il supercattivo di Metro City. Uno mette in pericolo la città, l'altro salva le persone. Almeno fino a che inaspettatamente Megamind non riesce nell'impresa che per antonomasia è negata ai cattivi da fumetto: uccidere Metro Man. A quel punto il supercattivo, libero di spadroneggiare come ha sempre sognato di fare, si rende conto di quanto gli manchi il suo opposto per essere completo e cerca di trovare qualcuno che lo rimpiazzi. La Dreamworks ha sempre giocato sugli stereotipi, le maschere e i ruoli dei personaggi all'interno dei generi. Fin da Shrek, uno dei suoi più grandi successi e per questo lo stampino di molti altri film a venire, lo studio di animazione ha cercato di realizzare delle parodie citazioniste in forma di cartone animato, non riuscendo sempre a centrare l'obiettivo di un film divertente e gradevole. Per questo la riuscita in pieno di Megamind suona come una vera vittoria, perchè senza cambiare strada e senza imitare nessun altro, questa volta la formula ha pagato. Ne sia dimostrazione la divertente citazione di Marlon Brando papà di Superman (come accade nel film di Richard Donner), un espediente che invece che deludere come al solito si rivela uno dei momenti migliori del film. La storia di Megamind e Metro Man, le personificazioni di bene e male presi nella routine della lotta da fumetto, è rotta dall'evento, possibile solo in una parodia, della morte del bene. Questa rottura consente l'inizio della tipica parabola Dreamworks, quella della figura apparentemente cattiva che in un contesto diverso dal normale si rivela anche più buona di quella solitamente etichettata come "bene". Ma al di là di una morale che non presenta nessuna novità rispetto al passato, è il modo con il quale finalmente anche i cartoni Dreamworks riescono a parlare di sentimenti autentici e universali a rendere Megamind un film fuori dall'ordinario. Merito di un racconto più attento del solito alle nuances narrative, in cui la frenesia per l'azione (che comunque è presente) lascia il posto in più di un caso a ottimi dialoghi e merito probabilmente di alcuni nomi che nei titoli di coda vengono accreditati come "creative consultant" o produttori esecutivi come Ben Stiller, Guillermo Del Toro e Justin Theroux. L'idea molto moderna e poco classica del male come indispensabile controparte del bene e come sua filiazione diretta sembra essere la stessa alla base di opere fortemente imparentate con il fumetto come Il cavaliere oscuro. Non contrasto ma compenetrazione delle due forze che prendono i propri ruoli unicamente in base al contesto in cui agiscono, senza presupporre una naturale propensione per una delle due parti. Inoltre, come già accadeva nel molto simile Gli Incredibili, l'unica figura realmente negativa e condannabile di tutto il film non è il malvagio animato dalla sete di conquista, quanto il pigro che cerca la scorciatoia, colui che vuole arrivare a livello degli eroi senza averne le vere caratteristiche morali ed etiche. In aggiunta a queste componenti Megamind si distingue anche per un passo in avanti tecnologico che diventa espressivo. Contrariamente a quanto accade solitamente, gran parte della messa in scena dei momenti sentimentalmente topici del film punta infatti sulla recitazione. Strano a dirsi per un cartone animato, eppure l'evidente miglioramento dell'espressività dei personaggi disegnati in computer grafica si traduce nella capacità di trasmettere sensazioni in maniera più sottile e raffinata. È qualcosa che avevamo visto accadere già nel cartone animato della concorrenza Toy Story 3 e che ritroviamo anche qui in più di un'occasione. A fronte delle solite smorfie e mossette, finalizzate alle gag fisiche e verbali, in Megamind sono presenti anche alcuni momenti seri, tanto brevi e circostanziati, quanto intensi proprio grazie all'espressività visuale. Accade così che il racconto in forma animata di supereroi e supercattivi da un altro mondo, riesca a parlare di umanità e sentimenti meglio di tanto altro cinema apparentemente più legato alla realtà.

Nightmare 6
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Videoregistrazioni: DVD

Nightmare 6 [Videoregistrazione] : la fine / regia di Rachel Talalay

: Warner home video, 2011

Nightmare 5
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Videoregistrazioni: DVD

Nightmare 5 [Videoregistrazione] : il mito / regia di Stephen Hopkins

: Warner home video, 2011

Nightmare
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Videoregistrazioni: DVD

Nightmare [Videoregistrazione] = A Nightmare on Elm Street / regia di Samuel Bayer

: Warner home video, 2010

Abstract: Freddy Krueger è stato uno dei mostri di punta dell’horror cinematografico degli anni Ottanta e Novanta. Dall’esordio in Nightmare - Dal profondo della notte di Wes Craven alla postilla semi ironica di Freddy vs. Jason, passando attraverso una serie di film spesso non banali, ha rappresentato un’icona dei tempi e un’aggiunta di considerevole impatto al panorama dei mostri di celluloide. Film molto influente, quello di Craven, oltre a generare una serie, ha stimolato epigoni e imitatori di vario genere. Ora arriva un remake, diretto da Samuel Bayer, con la non nascosta intenzione di generare una nuova serie. La storia ricalca, con diverse variazioni, quella originale. Dean, uno studente, sta avendo strani incubi. Ne ha parlato con uno specialista che ritiene tutto nasca da quello che gli è successo da piccolo. La sua fidanzata Kris lo tranquillizza: in fondo sono solo incubi. Dean però crede che siano reali e, sotto gli occhi increduli di Nancy, sembra tagliarsi la gola da solo. Ma a tagliargliela è l’uomo nero dei suoi incubi, Freddy Krueger. Nancy, amica di Dean, crede di sapere di cosa si tratti, ma i suoi amici non vogliono sentirne parlare. C’è qualcosa di misterioso nel loro passato, qualcosa che non ricordano e che i loro genitori, interrogati, negano. Un altro del gruppo, Jesse, è testimone della truculenta morte di Kris durante un incubo ed è accusato dell’omicidio. Rinchiuso in cella, viene a sua volta macellato da Krueger mentre dorme. Nancy e il suo amico Quentin, gli ultimi rimasti, sanno che devono fare qualcosa se vogliono evitare di essere i prossimi della lista. Sarebbe onesto giudicare il film per i suoi meriti o demeriti e non in rapporto a un classico del quale ha “osato” essere il remake. Ma non è facile evitare i confronti. Perciò, meglio dire subito che il film di Bayer è chiaramente inferiore a quello di Craven, ma, preso in se stesso per quello che vale, fornisce un adeguato intrattenimento e qualche piccola qualità spettacolare ce l’ha. Bayer ha un consistente background nei videoclip musicali: questo è il suo esordio nella regia di un lungometraggio. Si occupa con attenzione della parte visuale, ottenendo risultati accettabili (niente di trascendentale, comunque), ma trascura di curare la direzione degli attori, che sembrano abbandonati a loro stessi e ai loro tic da accademia drammatica. Diversamente dal film di Craven, i giovani protagonisti non sono convincenti, non sono credibili come studenti in difficoltà di fronte a un dramma troppo grande e complesso: la recitazione resta sempre esteriore e approssimativa. L’unico che - pur tra le carenze di approfondimento caratteriale della sceneggiatura - riesce a dare corpo al suo personaggio è Kyle Gallner, già visto in un piccolo ruolo in Jennifer’s Body. L’altro punto debole del film, ma era messo in conto in partenza, è Freddy Krueger. Troppo notevole era stata la caratterizzazione operata da Robert Englund per sperare di eguagliarla. Jackie Earle Haley non ci va neanche vicino, però, dando di Krueger un ritratto generico e banale. Cappellaccio, maglione e artigli sono gli stessi, il resto no. Resta la forza del concetto di base, che funziona ancora, soprattutto per le nuove generazioni che non hanno visto l’originale. Restano anche un’accettabile gestione della storia e una discreta costruzione della suspense che porta a un finale nel quale finalmente si scatena un po’ di quella fantasia morbosa caratteristica della serie. Più che a Bayer, piuttosto impersonale, il film sembra quindi appartenere al produttore Michael Bay, di certo non una garanzia di sottigliezza.

Il teppista
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Libri Moderni

Specchia, Giorgio

Il teppista : trent'anni maledetti a Milano : romanzo / Giorgio Specchia

[Milano] : Indiscreto, 2011

Abstract: Il romanzo di una Milano e un'Italia lontane dai luoghi comuni, anche da quelli sulla criminalità, raccontate attraverso l'incredibile vita di Nino Ciccarelli. Personaggio reale e dalle mille incarnazioni, alcune delle quali gli hanno regalato dodici anni di carcere. Una Milano e un'Italia poco conosciute, dove ambienti all'apparenza lontanissimi sono in realtà collegati. Finanza, politica, spettacolo, calcio, criminalità più o meno organizzata, cultura: un mondo parallelo che per una serie di circostanze ha permesso a un ragazzo di Quarto Oggiaro di dare del tu a personaggi noti in tutto il pianeta. Il protagonista è un famoso ultrà dell'Inter, ma il calcio e ciò che gli gira intorno sono solo una piccola parte di una storia che racconta tre decenni senza senso. Chi è nato nella seconda metà dei Sessanta o nella prima dei Settanta potrà magari identificarsi in qualche personaggio, qualcuno dirà che questo è un libro generazionale. Ma di una generazione che non dà lezioni di vita. E nemmeno vuole ascoltarne.

Il commissario Montalbano. Il campo del vasaio
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Videoregistrazioni: DVD

Il commissario Montalbano. Il campo del vasaio [Videoregistrazione] / regia di Alberto Sironi

: Rai-Trade : Rai fiction, 2011

Il commissario Montalbano. L'eta' del dubbio
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Videoregistrazioni: DVD

Il commissario Montalbano. L'eta' del dubbio [Videoregistrazione] / regia di Alberto Sironi

: Rai-Trade : Rai fiction, 2011

Le quattro volte
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Videoregistrazioni: DVD

Le quattro volte [Videoregistrazione] / regia di Michelangelo Frammartino

: Cecchi Gori home video, 2011

Abstract: Un vecchio pastore ammalato conduce con fatica le sue capre al pascolo sui monti della Calabria. La cura che ogni sera beve è data da della terra argillosa che una donna gli consegna nella sacrestia della chiesa dopo averla benedetta e incartata in una striscia di giornale. Una capretta nasce e con fatica muove i suoi primi passi nella vita. Una sacra rappresentazione della Passione di Cristo percorre la via centrale del paese; Un albero della cuccagna viene issato. Il tempo scorre. Michelangelo Frammartino, a sette anni di distanza da Il dono , torna a leggere e a proporci il volto antico della Calabria. Lo fa con il pudore di uno sguardo che osserva una realtà in parte senza tempo con il desiderio non di proporla retoricamente come modello ma con la voglia di preservare una memoria che rischia di scomparire. L'anziano pastore che si cura con una pozione di terra benedetta la tosse che gli devasta i polmoni non è presentato come un pazzo ignorante. Lo seguiamo invece con affetto condividendone le fatiche quotidiane. È un cinema sicuramente debitore nei confronti di Piavoli quello di Frammartino soprattutto quando si immerge nella Natura ancora incontaminata dei monti calabri. Sembra quindi quasi di compiere un sacrilegio quando, dinanzi a tanta pulizia e profondità estetica e a una così alta sensibilità di osservazione nasce un quesito. Ci si chiede cioè se in questo mondo arcaico la modernità si sia fermata ai mezzi di trasporto e se, olmianamente, il tempo si sia fermato non consentendo l'arrivo non diciamo di Internet ma del più accessibile dei media: la televisione.

Precious
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Videoregistrazioni: DVD

Precious [Videoregistrazione] / regia di Lee Daniels

: Fandango home entertainment, 2011

Abstract: Precious Jones è una studentessa con una vita tutt'altro che semplice. Incinta per la seconda volta, non sa leggere né scrivere e i suoi compagni di scuola la prendono in giro per il suo peso. In casa le cose non vanno meglio: la terribile madre la tiene in pugno emotivamente e fisicamente. L'istinto di Precious le dice che l'unico modo per cambiare questa situazione sarà quella di far ricorso a tutte le sue risorse e uscire dal mondo d'ignoranza che la circonda. "Il merito del regista Lee Daniels è quello di aver maneggiato con la leggerezza della risata e un tocco di surrealismo, il lato oscuro dell'America incanalato qui in una commedia grottesca, che funziona meglio di un documentario. Anche se diversi siamo soprattutto preziosi. Uno slogan che, in tempi di crisi sociale, politica ed economica, converrebbe tenere a mente." (Giacomo Visco Comandini, 'Il Riformista', 16 maggio 2009) "Di grande potenza, di stazza estetica e etica insostenibile, il nordamericano 'Preciuos' di Lee Daniels, eroina tragica una gigantesca Mo'nique, diciassettenne nera-assoluta di dimensioni chimiche-adipose aliene (merito anche della dieta McD, l'unica accessibile ai poveri), sballottata dalla scuola pubblica alla scuola sperimentale ovvero differenziata, quando si scopre che è di nuovo incinta... Il film è tratto da un racconto agghiacciante di Sapphire sulle violenze sessuali domestiche subite dalle ragazzine, anche neonate, nelle comunità più a rischio. Ma il merito del lavoro è colpire tutti i punti nevralgici di una civiltà putrescente e, come succede ascoltando le canzoni di Mirabella Dauer, si comprende come quella produzione di mostri a mezzo mostri non abbia a che fare solo con la comunità povera african american, o ispanica, ma con il meccanismo di potere perverso di ogni macchinario famiglia." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 16 maggio 2009) "Un po' Mtv e un po' denuncia, un po' favola e un po' rivincita, con premio al Sundance." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 22 maggio 2009) "Il nome completo sembra un refuso. Il resto è molto peggio. Claireece P. Jones infatti - P. sta per 'Precious' ed è una crudele ironia -. (...) Questo gusto per la contaminazione (...) è la chiave di un film che malgrado gli orrori resta libero e mai ricattatorio. Ed è anche un equivalente visivo della scrittura grezza e sincopata, da diario di un'illetterata, del romanzo di Sapphire da cui è tratto il film ('Push', 1996, edito in Italia da Fandango col titolo di 'Precious'). Curiosamente proprio questa libertà di tono, sconcertante per palati europei, rischia di essere il tallone d'Achille di un film che invece è due volte coraggioso. Per lo stile composito con cui dà forma a una miseria umana insostenibile. E per la franchezza con cui squaderna le tare meno edificanti di parte della comunità afroamericana. Non a caso negli Usa i portavoce del più ottuso apartheid al contrario hanno liquidato il film con argomenti andreottiani: anche nei ghetti i panni sporchi si lavano in famiglia, di certe cose non si parla. 'Precious' ne parla eccome, con stile efficace proprio perché sempre eccessivo, fuori luogo, fuori misura. Come la sua tenera e inquietante eroina (la debuttante Gabourey Sidibe, un portento). Un personaggio così estremo e ben tratteggiato da non lasciarsi mai ridurre a 'caso', né arruolare sotto nessuna bandiera." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 26 novembre 2010) "Neri d'America. Al colmo dell'abiezione. (...) Realismo duro, ovviamente, nonostante qua e là, stonando un po', si accolgano certe colorate fantasticherie cui la protagonista si abbandona nei suoi momenti di più desolato sfacelo. I caratteri hanno segni precisi, le situazioni che li accolgono sono svolte con asprezze quasi violente, in una cornice - naturalmente Harlem - all'insegna sempre del più totale degrado, accettando, in quel buio così spesso, pochissime luci - l'interessamento generoso dell'insegnante, il finale liberatorio che è frutto proprio di quell'interessamento - e dando soprattutto spazio all'orrore: fisico e morale. Il film, comunque, ai festival dove è stato presentato, ha avuto vari premi e persino degli Oscar nonostante accoglienze in pubblico piuttosto contraddittorie, non ultime quelle di certi ambienti afroamericani che, per tutte quelle aberrazioni scopertamente esibite, l'hanno accusato addirittura di razzismo. Certo non è un' apologia... Gli interpreti qui da noi non sono noti. Nei panni di 'Precious' c'è una quasi esordiente, Gabourey Sidibe, che nonostante la mole (sembra pesi 160 chili) ha una sua gestualità disinvolta. La madre, Mo'Nique, è conosciuta come attrice comica, ma qui certo non fa ridere." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 26 novembre 2010) "Come in un lacrimoso romanzo popolare dell'Ottocento, 'Precious' (il titolo è il nome della protagonista) di Lee Daniels allinea sventure e tragedie. (...) Molto premiato e candidato a premi, 'Precious' può sembrare esagerato, estremo e persino ridicolo alla sensibilità di spettatori della borghesia bianca, ma ha la gran qualità di testimoniare un amore straordinario per la vita, di indicare un percorso possibile dal buio delle avversità esistenziali alla luce dell'autonomia; dell'autocoscienza del superamento dell'infelicità." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 26 novembre 2010) "Purtroppo, a costo di passare per cuori di pietra, ci si può accorgere senza eccessiva sottigliezza critica come la trasposizione firmata dal produttore e regista afroamericano Lee Daniels non renda onore alla nobile testimonianza socio-romanzesca. Fatta salva l'indiscussa bravura della mastodontica esordiente Gabourey Sidibe proveniente dal teatro, infatti, il tono e lo stile della parabola risultano pesanti e manieristici, mai incisivi e profondi neppure quando la descrizione della brutalità, dell'ignoranza e della violenza dilaga a tutto schermo (se si eccettua, forse, la scena madre finale che contrappone la mamma-strega in turbante e colletto di pelliccia alla povera protagonista). Anche perché lo svolgimento dei fatti non lesina perfide beffe. (...) Per quanto le lacrime a fiumi, la disperazione inconsolabile, le atmosfere sature d'odio e la malvagità senza se e senza ma occupino un posto importante nella storia dell'opera lirica, della letteratura e del melodramma cinematografico, c'è un limite oltre il quale i conti artistici non tornano." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 26 novembre 2010) "C'è un romanzo in soggettiva, anche linguistica, di disadattamento e ingiuria adolescenziale (Fandango), al motore di questo melodramma di violenza familiare, sociale, infra-razziale della comunità afroamericana di Harlem (siamo nel 1987 di Reagan). (...) Il film sposta il peso (anche nel senso fisico) del tragico letterario nel corpo 'cristico' della protagonista, l'esordiente Sidibe, una forza instintiva del palcoscenico su cui poggia la fortuna di un film. Oscar a Mo'Nique, la madre." (Silvio Danese, 'Nazione, Carlino, Giorno', 26 novembre 2010 ) "I critici snob non l'hanno ancora capito. Uno sbadiglio in più o in meno non cambia la vita a chi va al cinema tutti i giorni. Il popolino bue, invece, che in sala ci va di tanto in tanto, non ha voglia di sorbirsi film, anche di qualità dove ci si annoia a morte o non si capisce niente. O, peggio ancora, dove lo squallore della storia non ti dà respiro. Come succede nel pompatissimo 'Precious', che arriva finalmente (ovvero, dopo gli altri), ricoperto di premi. Diretto da tale Lee Daniels, autore nero controcorrente anche nella proclamata gayezza, si srotola nel quartiere miserando di Harlem, ai margini della New York da bere. (...) Insomma un terribile, esagerato dramma sull'emarginazione, condito con un intollerabile turpiloquio e scene, ruffianissime, da pugno dello stomaco. Brave comunque le due protagoniste, la goffa Gabby Sibide (nomination) e la depravata Mo'nique (Oscar). Davvero mostruose." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 26/ì novembre 2010) "'Precious' sogna, e Precious trascolora in musical, ma sul cuscino rimane un sonno cattivo: catatonica lei, indeciso il film. Che non è a tesi, non bastona la società ma nemmeno si accontenta della tranche de vie, perché se la papperebbe 'Precious'. Il regista Lee Daniels pianta le tende in una terra di mezzo: nel cast, Lenny Kravitz e Mariah Carey, tra le immagini un po' di Mtv e un tot di rivincita afro-american, senza esagerare. Ma il metronomo della poetica che c'azzecca con il quintale sulla bilancia?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 25 novembre 2010) Note - IN CONCORSO AL 62. FESTIVAL DI CANNES (2009) NELLA SEZIONE 'UN CERTAIN REGARD'. - GOLDEN GLOBE 2010 A MO'NIQUE COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA DI FILM DRAMMATICO. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR FILM E ATTRICE PROTAGONISTA (GABOUREY 'GABBY' SIDIBE) NELLA STESSA CATEGORIA. - OSCAR 2010 PER: ATTRICE NON PROTAGONISTA (MO'NIQUE), SCENEGGIATURA NON ORIGINALE. IL FILM AVEVA OTTENUTO ALTRE QUATTRO NOMINATION: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTRICE PROTAGONISTA (GABOUREY SIDIBE), MONTAGGIO.

The tourist
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Videoregistrazioni: DVD

The tourist [Videoregistrazione] / regia di Florian Henckel von Donnersmarck

: 01 Distribution, 2011

Abstract: Frank, un turista americano in visita in Italia per dimenticare una dolorosa storia d'amore, a Venezia conoscerà una donna molto affascinante, Elise, che gli farà pregustare nuovamente gioie e aneliti del cuore. Ma quando sembra che le cose stiano girando bene per lui, ecco che si troverà coinvolto in un vortice di intrighi e pericolose bugie... "Remake di un filmetto francese visto da pochi, 'Anthony Zimmer', affidato per la regia a Florian Henkel von Donnersmarck; pluripremiato autore di 'LE vitE degli altri', e interpretato da una coppia che è il non plus ultra del gotha divistico, 'The Tourist' avrebbe dovuto fare un botto. Invece, apriti cielo! In Usa il thriller è stato bastonato dalla maggior parte dei critici e, quel che è peggio, il botteghino del primo weekend si è attestato sulla cifra, troppo modesta date le premesse, di 16 milioni di dollari. Cosa ha provocato tanta delusione? Cominciamo dai protagonisti: Johnny Depp, incontrastato idolo del pubblico femminile di ogni età e attore straordinario; e Angelina Jolie, sex symbol planetario e indubbia presenza scenica. Li metti insieme e lo schermo diventa incandescente, verrebbe da pensare, ma non succede: la scintilla non divampa, sembra che le due luci stellari si neutralizzino a vicenda. Quanto alla storia, scritta peraltro da qualificati sceneggiatori, sulla carta si presenta lambiccata e intrigante. (...) Un copione costruito su colpi di scena a vario titolo inverosimili (nulla è come sembra!) avrebbe tratto vantaggio dall'essere giocato in chiave di più leggiadra sottigliezza. Detto questo, si tratta pur sempre di un prodotto professionale e nel cast nostrano, spicca Christian De Sica impeccabile a incidere una nota di ambiguità che avrebbe giovato al film anche altrove."(Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 17 dicembre 2010) "Dopo il successo di pubblico e soprattutto di critica ottenuto nel 2006 con 'Le vite degli altri' (Oscar come miglior film straniero), il regista tedesco Florian Henckel von Donnersmark approda al cinema mainstream con una spy story che poggia sul fascino di indiscusse star hollywoodiane come Johnny Depp e Angelina Jolie. (...) Lontano anni luce dall'intensità e dalla vena drammatica dell'opera che lo ha reso celebre, von Donnersmark non si danna più di tanto l'anima per mettere pepe su una trama fin troppo lineare e banalotta, contando più che altro sulla bravura di Depp e sul fascino di Angelina, che certamente emergono ma che sicuramente non bastano per evitare la pellicola di routine, ancorché dai probabili ottimi incassi (...). Non c'è mai vera tensione, momenti di pura adrenalina, perché è chiaro fin dal principio allo spettatore che si vogliono ripercorrere le tracce old stile degli oramai datati, ma sempre piacevoli se inquadrati nel tempo che li ha partoriti, '007' con Sean Connery o Roger Moore. È un tipo di cinema che oggi, se non supportato da un intreccio veramente originale, non ha più granché da dire visto l'iperrealismo dilagante nei film di genere. Qui ha senso perché ci sono Depp e la Jolie, senso commerciale ben inteso, ma artisticamente parlando 'The Tourist' è un film appena sufficiente, che certamente non annoia e strappa anche qualche risata e qualche sospiro romantico-sentimentale, ma che si dilegua dalla memoria dello spettatore in un attimo o poco più." (Federico Magi, 'Il Riformista', 17 dicembre 2010) "Benvenuti in uno dei peggiori film della stagione, 'The Tourist', che ha il solo pregio di farci vedere una suite dell'hotel Danieli a Venezia e farci sperare che un giorno, quando vinceremo al superenalotto, anche noi potremo vivere un sogno così. Oh, la cosa è anche un remake, come se non bastasse. (...) Per la cronaca la Jolie ha avuto il ruolo della protagonista dopo che Charlize Theron aveva rotto con la produzione mentre Johnny Depp è subentrato a Sam Avatar Worthington a sua volta preferito a Tom Cruise. Insomma, avrete già capito che, al di là del budget e della spocchia, si tratta di una di quelle produzioni che nascono male e finiscono peggio. Interessante, forse, solo per vedere come Hollywood fa l'elemosina dei ruoli agli attori italiani: Alessio Boni è un capo Interpol che conta come il due di coppe a casa sua in Italia dove l'ordine di aprire o meno il fuoco lo dà Scotland Yard. De Sica junior fa il carabiniere corrotto dai russi e Neri Marcorè il concierge infedele che non parla inglese, o fa finta. Neanche wikileaks era arrivato a tanto." ('L'Opinione', 17 dicembre 2010) "Che delusione per i fans dell'action-movie, ma anche per gli ammiratori di Florian Henckel von Donnersmarck, il regista del capolavoro 'Le vite degli altri'. Riprendendo una vecchia storia spionistica francese, l'autore tedesco non ha saputo reggere l'impatto del blockbuster come, al contrario, sono riusciti tanti registi anglosassoni (da Tim Burton a Christopher Nolan): non si tratta, in effetti, di criminalizzare un divertimento fantasmagorico ambientato tra valli veneziane, bensì di denunciare le specifiche debolezze di 'The Tourist' rispetto al suo stesso e rispettabile genere. Angelina Jolie, bellissima ma come imbalsamata e Johnny Depp, più spaesato che misterioso, si ritrovano a girovagare nei meandri di una serie di peripezie concatenate con la grazia di un tunnel dell'orrore al luna park. (...) Il thrilling mozzafiato ha bisogno d'incidere meglio i caratteri e d'incastrare una logica, ancorché esasperata o surreale, nella catena di agguati, inseguimenti e sparatorie." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 17 dicembre 2010) "Come giallo è penoso, come film (involontariamente) comico un capolavoro. Difficile dire se è più ridicola la sussiegosa Agelina Jolie che gira impettita per tutto il film come se fosse a una sfilata di moda o l'improbabile prof di matematica Johnny Depp, scambiato per una spia. Nell'intrigo, ambientato a Venezia, s'infilano anche il commissario Christian De Sica, il brigadiere Nino Frassica, il portiere d'albergo Neri Marcoré e il playboy Raoul Bova, in scena per trenta secondi. Peccato manchino Boldi e Salemme per il cinepanettone perfetto." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 17 dicembre 2010) "Turistico come la peggior cine-esplorazione nell'universo dei Delusi, tra due top star assolute e un regista dall'esordio dorato, e forse casuale. Ecco 'The Tourist' di Floriar Henckel von Donnersmarck, alias l'autore dello strapremiato (e magnifico) 'Le vite degli altri'. Ecco i corpi e i volti più desiderati del pianeta, alias Johnny e Angelina. Ecco la nostra Venezia e soprattutto i nostrani Boni, Bova, Frassica guidati da un De Sica curiosamente a sfidare se stesso col cinepanettone di identica uscita. (...) Perché un divino talentuoso come Depp si sia prestato a una simil comparsata, o come sia capitato ad Angelina di confondere la recitazione per una sfilata fashion." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 17 dicembre 2010) Note - REMAKE DEL FILM "ANTHONY ZIMMER" (2005) DIRETTO DA JERÔME SALLE. PRIMA DELLA CONFERMA DIETRO LA MACCHINA DA PRESA DI FLORIAN HENCKEL VON DONNERSMARCK ERANO STATI CONTATTATI ANCHE LASSE HALLSTRÖM, BHARAT NALLURI E ALFONSO CUARÓN. - CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2011 PER: MIGLIOR FILM MUSICAL/COMMEDIA, MIGLIOR ATTORE (JOHNNY DEPP, CANDIDATO NELLA STESSA CATEGORIA ANCHE PER "ALICE IN WONDERLAND") E ATTRICE (ANGELINA JOLIE) ENTRAMBI COME PROTAGONISTI NELLA CATEGORIA FILM MUSICAL/COMMEDIA.

Dear John
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Videoregistrazioni: DVD

Dear John [Videoregistrazione] / regia di Lasse Hallstrom

: Sony pictures home entertainment, 2010

Abstract: John Tyree è un soldato delle forze speciali in licenza tre settimane sulle spiagge dell'Atlantico. Savannah Curtis è una studentessa idealista in vacanza davanti allo stesso oceano. Stregati dalla luna, John e Savannah vivono tre settimane intense, si giurano amore eterno e si danno appuntamento l'anno successivo. Molti esami, missioni militari e lettere d'amore dopo, gli innamorati si ritroveranno per separarsi per sempre a causa dei drammatici fatti dell'undici settembre. John, fedele alla patria e alla bandiera, rinnova il suo impegno con l'esercito, soffocando devozione e intenzione nella sua amata. Rientrato dall'Afghanistan diversi anni dopo scoprirà però che il fuoco del loro sentimento non si è mai spento. Trasposizione dell'ennesimo romanzo lacrimoso di Nicholas Sparks, Dear John è un dramma incline al mèlo che prova a contrastare luna e saga di Stephenie Meyer, rappresentando la normalità di insicurezze post-adolescenziali a fronte di un contesto eccezionale e minaccioso. Se in The Twilight Saga la singolarità è data dalla natura di redivivo del protagonista, nel film di Lasse Hallström sono gli attacchi dell'undici settembre e la conseguente ‘rappresaglia' contro il terrorismo l'anomalia che interviene a separare gli amanti. Channing Tatum, virile e ‘ben piantato', è di fatto il rivale di Robert Pattinson, freak pallido rimpiazzato con un licantropo. Amanda Seyfried, sognatrice e virtuosa, è invece antagonista della più competente e meno conveniente Belle di Kristen Stewart. Ma se l'amore dannato di Edward e Belle li spingerà verso l'altare, più complesso sarà da realizzare il sentimento epistolare di un soldato e della sua giovane “sposa di guerra”, che sfideranno attentati, guerre e destino con la più rettilinea delle storie d'amore. Rettilinea almeno nelle intenzioni e contrastata quanto è inevitabile che sia in situazioni di emergenza. Il principio del film è quello della distanza fisica tra gli amanti, il proponimento è quel “rivediamoci qui tra un anno” che fa maturare la più asessuata delle attrazioni, la figura chiave la liberazione all'ultimo minuto dei sentimenti che ‘sopprime' ‘l'altro uomo' in carica con le ore chiaramente contate. La vellutata morbidezza dei protagonisti, della fotografia e delle parole di Sparks è lo strumento addizionale per dire del loro amore, il cui impossibile appagamento per ragioni belliche non diventa certo manifesto di grande umanità contro la guerra. Il dramma addomesticato (quanto un cucciolo di razza Akita) di Hallström è lontano dalla creativa sensibilità melodrammatica di Addio alle armi o dalla ricostruzione visiva di sentimenti senza freni. Con Dear John siamo piuttosto dalle parti degli “strappalacrime” e della chimica delle emozioni. Onde e gabbiani, luci e riflessi, muscoli tonici e curve carezzevoli, concorrono a produrre un collage di clichè che condanna gli attori, perfino l'ottimo e “inatteso” Richard Jenkins, dentro una gabbia di amori splendidi e sogni stucchevoli.

Milo su Marte
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Videoregistrazioni: DVD

Milo su Marte [Videoregistrazione] / regia di Simon Wells

: Walt Disney studios home entertainment, [2011]

Abstract: Milo è un bambino disobbediente e un po' egoista, incapace di comprendere a fondo come i molti rimproveri e obblighi imposti dalla madre siano manifestazioni d'amore. Gli alieni invece capiscono bene come ci voglia una madre rigida e amorevole per crescere i bambini e così rapiscono la suddetta mamma per fare da nutrice ai loro cuccioli. L'incredibile viaggio su Marte per recuperare la madre farà comprendere a Milo la vera natura dei suoi sentimenti. Milo su Marte, come già Monster House, è un film che si ispira a un filone ben chiaro (quello del cinema d'avventura di e per ragazzi degli anni ‘80 in stile Steven Spielberg) ma senza verve o originalità, solo con un ritmo indiavolato che indubbiamente tiene desta l'attenzione. Il viaggio di Milo dovrebbe illustrare praticamente quel processo tutto teorico di presa di coscienza da parte di un bambino dell'affetto e del valore materno, ma si risolve unicamente in un richiamo all'ordine normalizzante. Milo impara che la madre aveva ragione e gli alieni scopriranno di non essere poi così diversi dai terrestri. Altre possibilità non esistono. Si dovrebbe trattare di fantascienza (anche considerando come il regista Simon Wells sia il pronipote di H. G. Wells) ma in realtà è solo un racconto ambientato nello spazio che saccheggia da molte fonti diverse. Non c'è nessuna lotta per la vittoria dello spirito sulla materia, nè tantomeno una visione originale di futuro, a fare di Milo su Marte una vera opera fantascientifica e inoltre tutto il lavoro (imponente e decisamente impressionante) fatto sul design e le scenografie mostra in maniera eccessivamente smaccata le sue ispirazioni. Da Alien, a Tron, al noto spot 1984 di Apple, a Wall-E (non solo il viaggio imprevisto di un terrestre nello spazio ma anche il modo in cui i sentimenti sono scoperti attraverso la visione di un video di memorie), fino al debito più ingente e ravvisabile in quasi tutti i comparti: Guerre Stellari. E' però nell'animazione e nel modo in cui si cerca di dar vita a questa storia che il film commette l'azzardo più forte. La pervicacia con cui Robert Zemeckis sta portando avanti la sua idea di un'animazione fusa con il cinema dal vero ha dell'incredibile. Polar express, Beowulf e A Christmas carol come regista, più il già citato Monster house e ora questo Milo su Marte come produttore, nonostante gli incassi continuino a non essere eccellenti. Ma se i suoi esperimenti da regista riescono sempre a regalare qualcosa, cercando davvero di superare i limiti fisici del cinema e quelli manuali dell'animazione, lo stesso non si può dire per i film che produce. L'animazione di Milo su Marte, frutto di lunghe e meticolose sessioni di motion capture (in cui attori in carne e ossa registrano i movimenti, corporali ma soprattutto facciali, che saranno poi attribuiti ai personaggi disegnati al computer) non risulta convincente come quella dei film precedenti e, come spesso accade quando il motion capture non funziona bene, lo spettatore tende a notare con un certo fastidio più le differenze e le cose che non vanno rispetto alle molte somiglianze con il modello umano. Va infine notato però come il film, verso il termine, abbia un momento di sorprendente sentimentalismo in cui tutto sembra riuscire, un minuto che si staglia come una scena partorita a parte. Si tratta della sequenza con il respiratore nell'atmosfera marziana, un momento audace per come viene toccato e raccontato qualcosa che solitamente è tabù in un film per l'infanzia. Peccato che il resto del film non sia sul medesimo tono.

Io sono con te
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Videoregistrazioni: DVD

Io sono con te [Videoregistrazione] : la storia della ragazza che ha cambiato il mondo / regia di Guido Chiesa

: Multimedia San Paolo, 2011

Abstract: Maria è una giovane figlia di pastori promessa in sposa a Giuseppe di Nazareth, un vedovo con due figli, pronto ad accettare il mistero della sua gravidanza. Lasciata la sua casa, si trova a che fare con il fratello più anziano di Giuseppe, Mardocheo, che detta legge e cresce i figli intimando loro disciplina e sottomissione. Dando alla luce Gesù, Maria si prenderà la responsabilità di sovvertire molte regole della cultura patriarcale, dalla scelta del nome alla somministrazione del colostro al rifiuto della circoncisione. Gesù cresce dunque nella piena fiducia della madre e nella convinzione che non tutte le leggi indicate dai sacerdoti siano davvero espressione della volontà divina, specie quelle che richiedono sacrifici e violenze. Io sono con te è il film con cui Guido Chiesa ha voluto illuminare la “terza dimensione” di Cristo: non il Figlio, non il Padre, ma la madre, vale a dire la parte che Maria ha giocato nell’educazione del bambino, rispondendo alle sue difficili domande o perdonando ciò che alle altre madri pareva illogico perdonare. La volontà è quella di ribaltare l’immagine di lei a cui siamo usi, quella cioè di una donna sostanzialmente passiva, che si affida alla volontà di un superiore, in quella di una donna molto giovane ma dalle idee chiare e dal coraggio indubbio, che si fida solo della propria coscienza e del proprio sentire, anche quando appare socialmente scandaloso. La protagonista fa dunque quello che, su un altro livello, fa il film stesso: riconduce le leggi divine a prodotti degli uomini, dettati dalla loro cultura e mirati a preservarla. Chiesa accantona la spiegazione sovrannaturale, non rifiutandola apertamente ma certamente non accreditandola e deridendone le interpretazioni letterali e ingenue (nella scena in cui i magi testano Gesù bambino quasi fosse Neo in “Matrix”), perché ciò che gli interessa è probabilmente affermare che un’educazione speciale può crescere un essere speciale e il rifiuto di dettami ottusi e maschilisti può cambiare la storia anche oggi, come lo ha fatto duemila anni fa. La messa in scena è minimale, con un vertice di crudezza in corrispondenza del clou, ovvero della natività, spogliata di qualsiasi enfasi, nella scenografia come nella fotografia e nel montaggio (rapido, secco), ma non per questo manca mai di cura, di attenzione ai colori, di naturalezza nei dialoghi, di verità nei volti. Girato in Tunisia, basato sul Vangelo di Luca e sui testi apocrifi –i soli a nominare i figli di Giuseppe- il film ha un inizio interessante e molto coinvolgente, ma ben presto si trasforma in un semplicistico trattato di puericultura all’avanguardia, che raccomanda il contatto istantaneo tra madre e neonato e un’educazione quanto più permissiva, basata sulla fiducia reciproca, sull’abbandone di ansie e paure e sul supporto incondizionato delle istanze animaliste. Ci sono film intensi, dove pare di sfiorare il sacro anche quando trattano di argomenti lontanissimi, spesso di segno opposto, e ci sono film, come Io sono con te, dove questo sentimento è bandito giustamente e volontariamente dal copione ma fa sentire la sua mancanza all’esperienza della visione.