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Dear John [Videoregistrazione] / regia di Lasse Hallstrom
: Sony pictures home entertainment, 2010
Abstract: John Tyree è un soldato delle forze speciali in licenza tre settimane sulle spiagge dell'Atlantico. Savannah Curtis è una studentessa idealista in vacanza davanti allo stesso oceano. Stregati dalla luna, John e Savannah vivono tre settimane intense, si giurano amore eterno e si danno appuntamento l'anno successivo. Molti esami, missioni militari e lettere d'amore dopo, gli innamorati si ritroveranno per separarsi per sempre a causa dei drammatici fatti dell'undici settembre. John, fedele alla patria e alla bandiera, rinnova il suo impegno con l'esercito, soffocando devozione e intenzione nella sua amata. Rientrato dall'Afghanistan diversi anni dopo scoprirà però che il fuoco del loro sentimento non si è mai spento. Trasposizione dell'ennesimo romanzo lacrimoso di Nicholas Sparks, Dear John è un dramma incline al mèlo che prova a contrastare luna e saga di Stephenie Meyer, rappresentando la normalità di insicurezze post-adolescenziali a fronte di un contesto eccezionale e minaccioso. Se in The Twilight Saga la singolarità è data dalla natura di redivivo del protagonista, nel film di Lasse Hallström sono gli attacchi dell'undici settembre e la conseguente rappresaglia' contro il terrorismo l'anomalia che interviene a separare gli amanti. Channing Tatum, virile e ben piantato', è di fatto il rivale di Robert Pattinson, freak pallido rimpiazzato con un licantropo. Amanda Seyfried, sognatrice e virtuosa, è invece antagonista della più competente e meno conveniente Belle di Kristen Stewart. Ma se l'amore dannato di Edward e Belle li spingerà verso l'altare, più complesso sarà da realizzare il sentimento epistolare di un soldato e della sua giovane sposa di guerra, che sfideranno attentati, guerre e destino con la più rettilinea delle storie d'amore. Rettilinea almeno nelle intenzioni e contrastata quanto è inevitabile che sia in situazioni di emergenza. Il principio del film è quello della distanza fisica tra gli amanti, il proponimento è quel rivediamoci qui tra un anno che fa maturare la più asessuata delle attrazioni, la figura chiave la liberazione all'ultimo minuto dei sentimenti che sopprime' l'altro uomo' in carica con le ore chiaramente contate. La vellutata morbidezza dei protagonisti, della fotografia e delle parole di Sparks è lo strumento addizionale per dire del loro amore, il cui impossibile appagamento per ragioni belliche non diventa certo manifesto di grande umanità contro la guerra. Il dramma addomesticato (quanto un cucciolo di razza Akita) di Hallström è lontano dalla creativa sensibilità melodrammatica di Addio alle armi o dalla ricostruzione visiva di sentimenti senza freni. Con Dear John siamo piuttosto dalle parti degli strappalacrime e della chimica delle emozioni. Onde e gabbiani, luci e riflessi, muscoli tonici e curve carezzevoli, concorrono a produrre un collage di clichè che condanna gli attori, perfino l'ottimo e inatteso Richard Jenkins, dentro una gabbia di amori splendidi e sogni stucchevoli.
Milo su Marte [Videoregistrazione] / regia di Simon Wells
: Walt Disney studios home entertainment, [2011]
Abstract: Milo è un bambino disobbediente e un po' egoista, incapace di comprendere a fondo come i molti rimproveri e obblighi imposti dalla madre siano manifestazioni d'amore. Gli alieni invece capiscono bene come ci voglia una madre rigida e amorevole per crescere i bambini e così rapiscono la suddetta mamma per fare da nutrice ai loro cuccioli. L'incredibile viaggio su Marte per recuperare la madre farà comprendere a Milo la vera natura dei suoi sentimenti. Milo su Marte, come già Monster House, è un film che si ispira a un filone ben chiaro (quello del cinema d'avventura di e per ragazzi degli anni 80 in stile Steven Spielberg) ma senza verve o originalità, solo con un ritmo indiavolato che indubbiamente tiene desta l'attenzione. Il viaggio di Milo dovrebbe illustrare praticamente quel processo tutto teorico di presa di coscienza da parte di un bambino dell'affetto e del valore materno, ma si risolve unicamente in un richiamo all'ordine normalizzante. Milo impara che la madre aveva ragione e gli alieni scopriranno di non essere poi così diversi dai terrestri. Altre possibilità non esistono. Si dovrebbe trattare di fantascienza (anche considerando come il regista Simon Wells sia il pronipote di H. G. Wells) ma in realtà è solo un racconto ambientato nello spazio che saccheggia da molte fonti diverse. Non c'è nessuna lotta per la vittoria dello spirito sulla materia, nè tantomeno una visione originale di futuro, a fare di Milo su Marte una vera opera fantascientifica e inoltre tutto il lavoro (imponente e decisamente impressionante) fatto sul design e le scenografie mostra in maniera eccessivamente smaccata le sue ispirazioni. Da Alien, a Tron, al noto spot 1984 di Apple, a Wall-E (non solo il viaggio imprevisto di un terrestre nello spazio ma anche il modo in cui i sentimenti sono scoperti attraverso la visione di un video di memorie), fino al debito più ingente e ravvisabile in quasi tutti i comparti: Guerre Stellari. E' però nell'animazione e nel modo in cui si cerca di dar vita a questa storia che il film commette l'azzardo più forte. La pervicacia con cui Robert Zemeckis sta portando avanti la sua idea di un'animazione fusa con il cinema dal vero ha dell'incredibile. Polar express, Beowulf e A Christmas carol come regista, più il già citato Monster house e ora questo Milo su Marte come produttore, nonostante gli incassi continuino a non essere eccellenti. Ma se i suoi esperimenti da regista riescono sempre a regalare qualcosa, cercando davvero di superare i limiti fisici del cinema e quelli manuali dell'animazione, lo stesso non si può dire per i film che produce. L'animazione di Milo su Marte, frutto di lunghe e meticolose sessioni di motion capture (in cui attori in carne e ossa registrano i movimenti, corporali ma soprattutto facciali, che saranno poi attribuiti ai personaggi disegnati al computer) non risulta convincente come quella dei film precedenti e, come spesso accade quando il motion capture non funziona bene, lo spettatore tende a notare con un certo fastidio più le differenze e le cose che non vanno rispetto alle molte somiglianze con il modello umano. Va infine notato però come il film, verso il termine, abbia un momento di sorprendente sentimentalismo in cui tutto sembra riuscire, un minuto che si staglia come una scena partorita a parte. Si tratta della sequenza con il respiratore nell'atmosfera marziana, un momento audace per come viene toccato e raccontato qualcosa che solitamente è tabù in un film per l'infanzia. Peccato che il resto del film non sia sul medesimo tono.
: Multimedia San Paolo, 2011
Abstract: Maria è una giovane figlia di pastori promessa in sposa a Giuseppe di Nazareth, un vedovo con due figli, pronto ad accettare il mistero della sua gravidanza. Lasciata la sua casa, si trova a che fare con il fratello più anziano di Giuseppe, Mardocheo, che detta legge e cresce i figli intimando loro disciplina e sottomissione. Dando alla luce Gesù, Maria si prenderà la responsabilità di sovvertire molte regole della cultura patriarcale, dalla scelta del nome alla somministrazione del colostro al rifiuto della circoncisione. Gesù cresce dunque nella piena fiducia della madre e nella convinzione che non tutte le leggi indicate dai sacerdoti siano davvero espressione della volontà divina, specie quelle che richiedono sacrifici e violenze. Io sono con te è il film con cui Guido Chiesa ha voluto illuminare la terza dimensione di Cristo: non il Figlio, non il Padre, ma la madre, vale a dire la parte che Maria ha giocato nelleducazione del bambino, rispondendo alle sue difficili domande o perdonando ciò che alle altre madri pareva illogico perdonare. La volontà è quella di ribaltare limmagine di lei a cui siamo usi, quella cioè di una donna sostanzialmente passiva, che si affida alla volontà di un superiore, in quella di una donna molto giovane ma dalle idee chiare e dal coraggio indubbio, che si fida solo della propria coscienza e del proprio sentire, anche quando appare socialmente scandaloso. La protagonista fa dunque quello che, su un altro livello, fa il film stesso: riconduce le leggi divine a prodotti degli uomini, dettati dalla loro cultura e mirati a preservarla. Chiesa accantona la spiegazione sovrannaturale, non rifiutandola apertamente ma certamente non accreditandola e deridendone le interpretazioni letterali e ingenue (nella scena in cui i magi testano Gesù bambino quasi fosse Neo in Matrix), perché ciò che gli interessa è probabilmente affermare che uneducazione speciale può crescere un essere speciale e il rifiuto di dettami ottusi e maschilisti può cambiare la storia anche oggi, come lo ha fatto duemila anni fa. La messa in scena è minimale, con un vertice di crudezza in corrispondenza del clou, ovvero della natività, spogliata di qualsiasi enfasi, nella scenografia come nella fotografia e nel montaggio (rapido, secco), ma non per questo manca mai di cura, di attenzione ai colori, di naturalezza nei dialoghi, di verità nei volti. Girato in Tunisia, basato sul Vangelo di Luca e sui testi apocrifi i soli a nominare i figli di Giuseppe- il film ha un inizio interessante e molto coinvolgente, ma ben presto si trasforma in un semplicistico trattato di puericultura allavanguardia, che raccomanda il contatto istantaneo tra madre e neonato e uneducazione quanto più permissiva, basata sulla fiducia reciproca, sullabbandone di ansie e paure e sul supporto incondizionato delle istanze animaliste. Ci sono film intensi, dove pare di sfiorare il sacro anche quando trattano di argomenti lontanissimi, spesso di segno opposto, e ci sono film, come Io sono con te, dove questo sentimento è bandito giustamente e volontariamente dal copione ma fa sentire la sua mancanza allesperienza della visione.
Il giallo del bidone giallo [Videoregistrazione] / regia di Emilio Estevez
: 20th Century Fox home entertainment, [2004?]
Abstract: Due fratelli vorrebbero aprire un negozio di articoli per il surf nel loro paesino californiano. Ma il litorale è dichiarato inquinato per colpa di un industriale che scarica rifiuti tossici. Si trova un cadavere. Reazioni a catena. Sebbene le premesse siano adatte a un film di denuncia ecologica, è un'innocua commedia farsesca che punta a un pubblico giovanile di bocca buona. 2° film come regista di E. Estevez, figlio di Martin Sheen e fratello di Charlie.
Il rifugio [Videoregistrazione] = Le refuge / regia di Francois Ozon
: Flamingo video, [2011?]
Abstract: Mousse vive con il suo compagno Louis in un piccolo appartamento a Parigi. Nonostante siano molto innamorati, i due conducono un'esistenza sregolata segnata dall'abuso di alcool e droghe. Una mattina, mentre Mousse è ancora incosciente, Louis muore a causa di un'overdose. Al suo risveglio, lei si trova sola e, quando qualche tempo dopo capisce di essere incinta, decide di tenere il bambino, ultimo legame con l'amore della sua vita. Mousse però ha bisogno di cambiare vita e per questo si trasferisce in una casa in riva al mare dove potrà rimanere sola con il nascituro. Il suo isolamento viene rotto dall'arrivo di Paul, il fratello di Louis. Sarà lui a farle capire che non è ancora pronta a diventare mamma e di avere bisogno di qualcuno al suo fianco. "I fan di François Ozon saranno contenti: dopo la parentesi surreale e un po' enigmatica di 'Ricky', il regista francese torna ai temi e ai toni più consolidati del suo cinema con una storia di elaborazione del lutto realistica, ma dall'esito imprevisto. (...) Pur con qualche vuoto di continuità, 'Il rifugio' è un film dall'intimismo sincero e dall'evoluzione psicologica credibile. Il tema dell'assenza, centrale in Ozon ('Sotto la sabbia'), trova qui un'evoluzione naturale; mentre si afferma, una volta di più, la forza della volontà femminile in un personaggio non simpatico a priori (Isabelle Carré, all'epoca delle riprese realmente incinta) ma che, poco a poco, si conquista la nostra solidarietà." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 28 agosto 2010) "I dialoghi tra i due costruiscono poco a poco una sorta di elegia della morte e della vita, della paternità e in qualche modo lui finisce col rappresentare una figura di padre scomparso. A questo punto viene da chiedersi: può bastare l'idea della maternità come risposta a ciascuna delle domande e dei dubbi sul nostro essere al mondo? La risposta francamente è no. E che tutto qui è poco credibile, a cominciare proprio dalla condizione umana della ragazza, a tratti fragile, a tratti ricattatoria e dal suo rapporto con la gravidanza, quasi un fantasma delle sue ossessioni, di lui, del suo dolore e del desiderio bruciante di farlo rivivere. (...) Manca in questo gioco di specchi una verità, tutto suona poco credibile, a cominciare dalla messinscena di un corpo - la protagonista era realmente incinta sul set - che nelle sue mutazioni, 'reali' e narrative poteva conquistare un spazio di maggiore inventiva e libertà, vista poi la delicatezza con cui Ozon si confronta col suo stato 'reale'. Alla fisicità il regista sembra però preferire una specie di aura, che circonda la donna per tutto il film, di ispirazione vagamente cattolica, quasi una Madonna che si trasforma a poco a poco nel rifugio stesso su cui proiettare i propri desideri (forse anche di redenzione). Che dire? Forse Ozon, che dimostra anche nei suoi film meno riusciti un controllo magistrale della visualità, dovrebbe prendersi un tempo più dilatato per i suoi film che si inanellano velocemente uno dopo l'altro. Anche perché la tecnica non sempre (quasi mai) riesce a supportare un'emozione." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 27 agosto 2010) "Dal bambino con le ali a quello, invisibile ma vero, nascosto nel ventre della mamma. Dalla maternità come metafora alla gravidanza come presenza. E come svolta: basterà portare un figlio in grembo per essere madri? O averlo generato per essere padri? Passando dal surreale 'Ricky' al didascalico 'Il rifugio', Ozon perde in leggerezza ma non in esattezza. (...) Il film cattura per la sensibilità, lo humour, la sottile pietà con cui illumina i protagonisti attraverso le figure di contorno: l'invasata sulla spiaggia (la Marie Rivière del 'Raggio verde'!), l'amante di un giorno, che adora le donne incinte 'ma solo di qualcun altro', eccetera. Ma il gioco è un po' troppo scoperto per conquistare fino in fondo." (Fabio Ferzetti, 'Messaggero', 27 agosto 2010) "Di nuovo l'elaborazione di un lutto, sempre una donna al centro. (...) All'insegna dei silenzi. E della delicatezza. Con molta quiete nella rappresentazione di quel curioso rapporto che, quasi insensibilmente, genera dei sentimenti profondi che potranno essere di aiuto ad entrambi. Ozon, che si è scritto anche il testo, il gioco della maternità analizza i personaggi da vicino, soprattutto quello della donna cui lascia compiere, nel lutto, anche gesti in sé contraddittori, non ultimo un rapporto del tutto estemporaneo con un estraneo e un altro, una notte, con lo stesso Paul, all'inizio impreparato e a disagio, poi convinto. Senza mai però una nota alta, quasi privilegiando il non detto e operando sempre, nella struttura del racconto, una meditata opera di sintesi, perché vi emerga e abbia peso solo l'essenziale. In una cornice, tra mare e campagna, cui Ozon, grazie a una preziosa fotografia in digitale, riesce a dare toni quasi di idillio, pur rispettandone il realismo (e il lutto)." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 27 agosto 2010) "L'edonismo straccione delle tv commerciali (e non) ha spazzato le rivendicazioni sociali via dagli schermi, come dalle piazze. E così i personaggi di Ozon hanno ogni tipo di esigenza, tranne quella alimentare. Si muovono nel benessere non guadagnato e non meritato; così cercano la morte e in certo senso è bene che la trovino. Resta - per dover parlare del 'Rifugio' - la professionalità degli attori, bravi anche quando non sanno scegliere le sceneggiature." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 27 agosto 2010) Note - PRESENTATO AL 27. TORINO FILM FEST (2009) NELLA SEZIONE "FESTA MOBILE - FIGURE NEL PAESAGGIO".
Sansone [Videoregistrazione] = Marmaduke / regia di Tom Dey
: 20th Century Fox home entertainment, 2011
Abstract: Sansone è un grosso alano combina guai, sempre coinvolto in situazioni bizzarre. Quando la sua famiglia decide di trasferirsi dal Kansas in California, per lui avviene un radicale cambiamento di vita: una casa nuova, odori sconosciuti e un parco per cani decisamente più bello di quello frequentato finora. Tuttavia, il trasferimento non ne mitiga l'indole pasticciona e i suoi padroni non riescono a far fronte alla sua naturale propensione a combinare disastri di ogni sorta, spesso in combutta con il suo 'fratellastro felino' Carlos, l'altro animale di famiglia. Un gruppo di nuovi amici e l'incontro con la bella cagnolina Isabella, che gli farà perdere la testa, porteranno il simpatico cagnolone a vivere una serie di divertenti avventure, persino sulla tavola da surf... "Sansone (...), tra una gara di surf e un balletto collettivo, esibisce un intero catalogo di stereotipi sulle varie razze: pittbull bulli, collie sexy, bastardini emarginati e via di seguito. Senza mai una sola gag che colga nel segno. Ne resta vittima il bravo William H. Macy, schiacciato (in ogni senso) dal peso del bestione." (Roberto Nepoti, 'Repubblica', 14 agosto 2010) "Sarà per l'imprinting disneyano che un po' tuttii ci portiamo dentro, sarà che, a volte, gli animali sono più simpatici degli umani, sarà che cagnolini e gattini fanno sempre tenerezza, fatto sta che gli animali al cinema hanno (quasi) sempre successo. Succede un po' così anche con il Sansone di questa simpatica anche se un po' stiracchiata commediola. (...) Posto che film come questi non hanno il minimo valore sul piano squisitamente cinematografico, questo lungometraggio è una di quelle commediole per famiglie nelle quali anni fa primeggiava la Disney. Ovvio che quasi tutta la storia e tutte le gag siano sulle spalle del povero Sansone costretto ad indossare ridicoli occhiali da sole, o a fare addirittura del surf per promuovere la ditta di mangimi del suo proprietario.(...) Ovviamente lo scopo di film come questi è di dare un 'messaggio', possibilmente edificante o comunque conciliatorio. In questo caso tocca ancora a Sansone farsi carico della cosa, sia per quanto riguarda se stesso (far saltare le gerarchie canine che vigono nel parco), sia far scoprire al suo proprietario che la priorità nella vita deve essere la famiglia e non il lavoro, anche se il buon Phil si dannava l'anima giorno e notte a fin di bene." (Andrea Frambrosi, 'L'Eco di Bergamo', 17 agosto 2010) "Nonostante gli incassi siano dalla sua, non si può certo dire che questo 'Sansone' sia un film esaltante. Quella che gli spettatori stanno vedendo nelle sale è, di fatto, una storia banalotta che serve da pretesto per collezionare una serie di sketch a misura di bambino (con il solito abuso delle gag corporali). Ci può stare, per carità: il messaggio che famiglia ed amici contino più di ogni carriera viene facilmente colto. L'idea poi di considerare il parco riservato ai cani alla stregua di un liceo a quattro zampe fa sorridere, così come le prese in giro alle Paris Hilton di turno con chihuahua trasportati nelle borsette griffate. Però, non si può non storcere la bocca davanti alla scelta di trasformare, con l'abuso della computer graphic, questi poveri cagnolini (ben addestrati) in logorroici protagonisti che non tacciono mai, neanche fossero dei politici. In Italia, è Pupo a prestare la voce a Sansone e lo fa senza sbracare (cosa molto facile in queste situazioni) e con i giusti toni; peccato che come contorno abbiano deciso di attribuire agli incolpevoli cagnolini la solita calata di dialetti rappresentativi dello Stivale, in stile 'Shaolin Soccer'. Forse siamo troppo pignoli. Bambini, naturali destinatari, e i numerosi amanti dei cani sanno perdonare questi piccoli peccati. Anche se al cinema si dovrebbero trascinare tutti quelli che non trovano di meglio che abbandonare queste povere bestiole lungo le strade."(Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 17 agosto 2010) Note - VOCI DELLA VERSIONE ORIGINALE: OWEN WILSON (SANSONE), SAM ELLIOTT (CHUPADOGRA), EMMA STONE (MAZIE), FERGIE (JEZEBEL), KIEFER SUTHERLAND (BOSCO), CHRISTOPHER MINTZ-PLASSE (GIUSEPPE), STEVE COOGAN (RAISIN), GEORGE LOPEZ (CARLOS), DAMON WAYANS JR. (THUNDER), RYAN DEVLIN (DEUCE). - NELLA VERSIONE ITALIANA LA VOCE DI SANSONE E' DI PUPO.
Matrimonio in famiglia [Videoregistrazione] = Our family wedding / regia di Rick Famuyiwa
: 20th Century Fox home entertainment, 2011
Abstract: Lucia e Marcus si sono conosciuti al college, si sono piaciuti e ora stanno insieme. Hanno deciso di sposarsi ed è quindi tempo di tornare a casa e di annunciare le prossime nozze alle rispettive famiglie. Ma c'è un ma. Lucia proviene da una famiglia messicana e Marcus è un afroamericano. Per di più i loro reciproci padri hanno già avuto occasione di incontrarsi e scontrarsi. Quando apprendono la bella notizia non decidono di fare buon viso a cattivo gioco ma confermano le reciproche diffidenze. Matrimonio in famiglia avrebbe potuto essere un'ottima occasione per concretizzare sul grande schermo quella certezza che quasi tutte le coppie hanno quando decidono di sposarsi: non si va a sposare solo Lui o Lei ma anche i reciproci genitori. Con tutto quello che segue. Qui poi le differenze di ceto sociale, di provenienza etnica, di scelte di vita dei due nuclei familiari avrebbero potuto costituire l'occasione per un'acuta osservazione in materia. Invece ci troviamo (ancora una volta nel cinema recente) dinanzi a un ibrido. Perché, soprattutto grazie alle figure femminili, alcune riflessioni interessanti sull'influenza che ancora hanno i pregiudizi e su come comunque le proprie origini non possano essere cancellate costellano l'evolversi della vicenda. Purtroppo però quando entrano in gioco i padri il tentativo di volgere il tutto in farsa fa sì che dalla commedia di buon livello ci si trasferisca su piani in cui caproni e Viagra entrano in contatto con conseguenze purtroppo immaginabili. Dispiace vedere coinvolto Forest Whitaker che è meglio ricordare in altri ruoli.
L' ultima casa a sinistra [Videoregistrazione] / regia di Dennis Iliadis
: Universal pictures, [2011?]
Il responsabile delle risorse umane [Videoregistrazione] / regia di Eran Riklis
: Warner home video, 2011
Abstract: Quando una dipendente straniera di un panificio di Gerusalemme resta uccisa in un attentato, il responsabile delle risorse umane viene mandato al funerale in rappresentanza della ditta per rispondere alle accuse di indifferenza e disumanità. L'uomo, già attanagliato da una profonda crisi esistenziale a causa delle proprie vicende familiari, sarà costretto a intraprendere un improbabile viaggio che lo porterà fino al villaggio della donna e a capo di un convoglio funebre formato dal figlio ribelle della defunta, un giornalista insopportabile, una stramba console, un autista veterano e una bara. "Un film israeliano, tratto da un romanzo di Abraham B. Yehoshua (Einaudi) e diretto dal regista de "Il giardino di limoni". Un film quieto, malinconico, che dovrebbe forse essere grottesco ma non lo diventa mai, preferendo i toni sommessi. (...) Il film è molto riuscito soprattutto nel tono, nella tristezza paziente del protagonista." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 3 dicembre 2010) "Grande libro, film a metà. Tratto dal romanzo di Yehoshua (Einaudi), 'II responsabile delle risorse umane' ci ricorda i rischi nascosti in ogni adattamento. (...) C'è una colpa, minuscola e cosmica, metafora di Israele e dei suoi affanni (brutto segno se nemmeno i datori di lavoro hanno notato l'assenza di quella lavoratrice immigrata). E un pugno di personaggi disegnati con delicatezza e maestria: il protagonista, l'eccentrica console d'Israele che lo accoglie nella gelida Romania, i familiari sgomenti della povera defunta. Ma peripezie, impedimenti, incontri on the road, sono troppo 'telefonati' per emozionare davvero. E la progressiva pacificazione - con se stesso e col mondo- che si impadronisce del protagonista (grande Mark Ivanir) cala come dall'alto. Come succede a volte ai film troppo scritti. Anche se sono scritti benissimo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 3 dicembre 2010) "La parte di viaggio è meno riuscita che quella iniziale, perché il film non è nelle figurine di contorno, ma nelle espressioni - fastidio, perplessità, desolazione - del notevole protagonista, Mark Evanir." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 3 dicembre 2010) "Viaggio on the road di un folle gruppo dove son fusi dramma e commedia. Il regista Riklis, esperto di sadomasochismo politico mediorientale, rinuncia a una soluzione tenendo caldi i valori di responsabilità e perdono, mescolando 'Simon Koniaski' a 'Ogni cosa è illuminata' per chiarire l'assurda burocrazia etica del titolo, invitando a fare i rabdomanti di se stessi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 3 dicembre 2010) Note - PRESENTATO IN 'PIAZZA GRANDE' AL 63. FESTIVAL DEL FILM DI LOCARNO (2010) HA RICEVUTO IL 'PRIX DU PUBLIC UBS'.
Puzzole alla riscossa [Videoregistrazione] / regia di Roger Kumble
: Eagle pictures, [2011]
Abstract: La grande società immobiliare che ha in progetto di abbattere l'ennesima foresta per far spazio ad un complesso residenziale sta per ritrovarsi contro un banda di agguerriti animali. Non solo le puzzole del titolo (che poi non hanno un ruolo centrale, semmai è l'orsetto lavatore il vero leader) ma anche orsi, scoiattoli, aquile e via dicendo, tutti sono coalizzati nelle perfide vendette ai danni di chi vuole distruggere il loro habitat naturale per soldi. Scegliendo di far "recitare" animali veri, con solo qualche aiutino della tecnologia digitale per le sequenze più complesse, Puzzole alla riscossa già dimostra la propria serietà assieme all'intenzione di rivolgersi senza inganni ma con gusto e intelligenza ad un certo tipo di pubblico, quello preadolescenziale. Nonostante Hollywood abbia spesso battutto il terreno della commedia per famiglie (che poi vuol dire commedia per bambini) adottando punti di vista normalizzanti, acquietanti e se non quasi reazionari, non è questo il caso. Non bisogna infatti lasciarsi ingannare dalla scoraggiante presenza di Brendan Fraser perchè, a latere di tutte le ovvie e necessarie gag fisiche che riguardano la lotta ingaggiata contro la coalizione degli animaletti della foresta (molte delle quali davvero risucite), c'è un mondo guardato dal punto di vista infantile, senza che la trama coinvolga alcun bambino, che è privato dell'aura di rispetto e deferenza a tutti i costi spesso imposta scriteriatamente gli adulti. Non solo infatti alcuni personaggi (come il magnate interpretato dallo straordinario Ken Jeong) sono palesemente dotati di un doppio livello di lettura comica, e quindi in grado di divertire in una maniera i bambini e in un'altra gli adulti, ma anche il resto delle figure che ruotano attorno ai protagonisti, quindi l'universo di riferimento e la metafora della società, sono grotteschi, avidi e bacchettoni. In Puzzole alla riscossa si ride degli anziani, delle bibliotecarie, delle segretarie, delle forze dell'ordine e via dicendo cioè di tutte quelle figure che, in maniera maggiore o minore, sono forme d'autorità se viste da un bambino. Anche la gente, intesa come massa, non è dipinta a tinte rosee. Contrariamente a quello che si vede nel cinema per famiglie più svogliato, la società non si schiera accanto ai buoni nel momento decisivo, cioè quando si deve scegliere se stare con la natura o con i cattivi che la vogliono distruggere, anzi le ovazioni sono tutte per chi promette loro denaro. Scelta discutibile ma di certo più rispettosa della realtà.
My son, my son, what have ye done [Videoregistrazione] / regia di Werner Herzog
: 01 Distribution, [201-?]
Abstract: Brad McCallum è un aspirante attore scritturato per recitare in una tragedia greca. Completamente assorbito dal suo personaggio, Brad arriva a commettere anche nella realtà il crimine che è chiamato a compiere sul palcoscenico, ovvero uccidere la propria madre. Dopo il matricidio, Brad si barrica in un edificio insieme ad alcuni ostaggi, mentre la polizia, con l'aiuto di alcuni vicini e di amici del ragazzo, cerca di capire quale sia stata la causa scatenante del folle gesto scavando nella vita di madre e figlio... "Herzog (e il coproduttore David Lynch) sembrano accontentarsi di raccontare la follia del mondo circostante - una fidanzata succube, una madre castrante, amici dementi, uno zio megalomane - senza affrontare le responsabilità morali del protagonista. E senza trovare uno stile adeguato a far emergere l'urgenza di quei temi. "(Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 6 settembre 2009) "'My Son, My Son, What Have Ye Done?' è migliore di 'Bad Lieutenant'. Più ambizioso, più personale, più da Festival". Anche perché unisce le due anime di Herzog: il cineasta della realtà, sia pure trasfigurata a modo suo (c'è dietro una storia vera), e il regista che si impadronisce del suo nuovo paese, l'America, esplorandola sia in senso geografico che per così dire "mentale" (il film è prodotto da David Lynch e si vede). La struttura è semplicissima: c'è una casa assediata dalla polizia, con dentro un folle che ha trafitto a colpi di spada sua madre (lo straordinario Michael Shannon, già quasi-Oscar come figlio pazzo in 'Revolutionary Road'). E ci sono i flashback che illustrano, senza chiarirla naturalmente, la sua discesa nella follia. Nessuna suspence, qualche tocco di ironia e un puzzle magistrale che fonde piste diverse. Una psicologica; una 'cronologica'; e una diciamo 'fenomenologica', sicuramente la più cara a Herzog, che alle voci misteriose udite dal folle unisce le suggestioni provenienti dall'esterno, dai grattacieli di San Diego alla giungla peruviana, dall'allevamento di struzzi dello zio ai fenicotteri rosa del giardino della madre. Puro Herzog, a pensarci bene. Come se cambiando paese il regista non cambiasse la sua capacità di trasformare ogni paesaggio in una mappa della nostra psiche e dei suoi più oscuri recessi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 settembre 2009) "La follia del mito antico intrecciata alla follia postmoderna: un tema suggestivo che Herzog coglie nei simbolismi figurativi (la natura selvaggia della California meridionale solo in apparenza domata dal lindore consumistico), ma poi spreca nella didascalica e un po' goffa piattezza narrativa." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 6 settembre 2009) "Tutti e due i film americani di Herzog, questo come 'Il cattivo tenente', sembrano esercitazioni in un ambito di ricerca: molto fedeli al rispettivo genere, ben fatti, senza un dettaglio errato, senza emozioni." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 6 settembre 2009) "Un film tira l'altro nello stesso flusso immaginario e si specchia con Abel Ferrara o con David Lynch, più che produttore di 'My son'. Cromatismi messicani, fanta-realismo, magie, alterazioni psichiche, un nano che misteriosamente attraversa il set, distorsioni visive, sogni, delitti... Un po' il (cattivo) tenente Colombo, un po' 'Twin Peaks', un po' i fratelli Coen con il killer robotico e visionario in missione per conto di Dio, il film si apre su una fiammeggiante San Diego con il taccuino squadernato del detective Willem Dafoe, che da solo basta a suscitare grandi passioni per il caso di un ragazzone suonato, barricato in casa dopo l'assassinio di sua madre. (...) La scatola colorata di 'My Son' assomiglia alle palle di vetro che se le giri piovono neve, variazione hollywoodiana delle avventure herzoghiane in capo al mondo, dall'Alaska al Polo sud. Senza nostalgia, meglio il losangelino Herzog che il muscolare teutonico, adesso sensibile alla pena di morte («non mi sento americano finché ci sarà»), ma dal supereroe di Monaco a quello dei fumetti il passo è lungo." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 6 settembre 2009) "'My Son, My Son What Have Ye Done' fonde in un puzzle inquietante le due anime di Herzog: il cineasta che trasfigura la realtà in allucinazione (è una storia vera) e il regista che esplora il suo nuovo paese, l'America, in senso geografico e insieme mentale (produce David Lynch, e si vede). Niente suspense, un pizzico di ironia (...). E tre piste diverse, tutte suggestive, nessuna definitiva. (...) Puro Herzog insomma. Come se cambiando paese il regista non cambiasse la sua capacità di trasformare ogni paesaggio in una mappa della nostra psiche e dei suoi più oscuri recessi." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 17 settembre 2010) Note - FILM A SORPRESA DELLA 66. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009).
Pandorum [Videoregistrazione] : l'universo parallelo / regia di Christian Alvart
: Eagle pictures, [2010?]
Abstract: Due astronauti si risvegliano improvvisamente nello spazio. Scoprono di essere a bordo di un'astronave a prima vista abbandonata, immersa nel buio più completo e nel silenzio totale, se si esclude un rumore sordo che sembra provenire dal centro del velivolo. I due uomini non ricordano niente del loro passato, neppure il loro nome e il perché si trovino lì... "Eroi travolti da una vicenda tra scienza e magia, densa di imprevisti e di pericoli. Peccato il titolo: In italiano 'Pandorum' è un po' come dire Panettonem." (Lietta Tornabuoni, 'L'espresso', 3 agosto 2010)
Solomon Kane [Videoregistrazione] / regia di Michael J. Bassett
: Eagle pictures, [2011?]
Abstract: Solomon Kane è stato un mercenario al servizio di Elisabetta I di Inghilterra. Ha ucciso senza alcuno scrupolo fino a quando non ha incontrato le forze degli Inferi e ha capito di dover diventare un uomo di pace se non voleva perdere la propria anima. Ora, allontanato dal convento in cui aveva trovato rifugio, si trova a dover difendere una fanciulla figlia di chi gli ha dato fiducia. Dovrà tornare ad uccidere. Alla base dello script c'è un personaggio creato dallo stesso autore che ha inventato Conan il Barbaro: Robert E. Howard. Di tempo ne è passato sugli schermi e la tecnologia disponibile oggi non è quella di un passato pur recente ma che resta comunque passato. Rimane però intatta la voglia di fare spettacolo quasi allo stato puro. Michael J.Bassett trova in James Purefoy (da ricordare come Marco Antonio nella serie Roma) il giusto physique du role. La vicenda non brilla di particolare originalità riproponendo le Forze del Male in modo potremmo dire quasi classico. Cosa distingue allora questo personaggio alla ricerca di se stesso da tanti altri visti nei fantasy di qualità più o meno alta? La differenza sta non tanto negli effetti speciali quanto piuttosto nella descrizione di un'epoca dominata (notiamo bene: in Inghilterra non nella tradizionalmente e iconograficamente cupa Europa del Nord continentale). Neve e pioggia si contendono volti e anime così come è quasi tangibile la sensazione di un secolo pervaso da invasioni e da un senso della morte e dell'occulto che va oltre le facili soluzioni. Costumista e scenografo hanno negli occhi la pittura di quel tempo che a volte citano esplicitamente e in altri casi inseriscono a costruire un clima in cui il senso di colpa domina l'umanità e il terrore (originato dagli uomini così come dalle forze sovrannaturali) pervade le fibre di chi ancora è capace di distinguere e deve decidere da quale parte stare.
Fair game [Videoregistrazione] : caccia alla spia / regia di Doug Liman
: Eagle pictures, [2011?]
Abstract: L'agente della CIA Valerie Plame, a seguito di alcune gravi rivelazioni scritte dal marito giornalista sul New York Times, diviene vittima di un pesante processo di screditamento. Negli articoli, infatti, veniva denunciata la presunta manipolazione dei servizi segreti da parte dell'amministrazione dell'ex Presidente degli Stati Uniti George W. Bush per le false testimonianze sulla produzione irachena di armi di distruzioni di massa, atte a giustificare l'intervento americano in Medio Oriente. "Ogni riferimento a fatti accaduti o persone è assolutamente voluto. Potrebbe iniziare così 'Fair Game', unico film statunitense in Concorso al 63esimo festival di Cannes. (...) Liman e gli sceneggiatori, Jez e John Henry Burterworth, incentrano il film in direzione di questo sottile crinale che separa lo scenario pubblico da quello privato, un piano inclinato difficile da tenere sotto controllo quando in gioco ci sono gli affari sporchi di crimini internazionali come l'amministrazione Bush. (...) Certo il cinema di Liman, targato Warner Bros, non tende a ricreare le atmosfere di mistero cospirazionista della New Hollywood anni'70 (eccetto l'omaggio/sequenza della Plame che si incontra in segreto col direttore del suo ufficio su una panchina davanti al Campidoglio). Semmai spiattella la verità che i fatti storici gli autorizzano a dire, Bush ha inventato delle balle per scatenare una guerra, attraverso un cinema dall'occhio dinamico com'è sua abitudine dai tempi di 'The Bourne Identity' (2002). Infine grazie al corpo-icona liberal Sean Penn (un Wilson cinquantenne, leggermente sovrappeso) ottiene sia la possibilità di uno sviluppo drammaturgico di rara pacatezza e sobrietà psicologica imperniato sul balenare della sfiducia tra marito e moglie nell'andare sino in fondo alla vicenda che li vede coinvolti. Sia quello spazio di cinema politico contestatario, abilmente cucito sui canoni della democrazia partecipativa e della ricerca della verità storica, qualsiasi colorazione partitica essa abbia. Penn/Wilson dice ad una platea redfordiana di studenti: 'il governo non sta commettendo un crimine contro di me o mia moglie, ma contro di voi'." (Davide Turrini, 'Liberazione', 21 maggio 2010) "Ispirato ai libri dei due coniugi, il copione di Jazz e John Butterworth gioca con buon equilibrio fra dramma umano e caso politico, il regista Doug Liman imprime alla vicenda un ritmo da film spionistico, mentre gli intensi Naomi Watts e Sean Penn ci convincono che la verità è la loro." (Alessandra Levantesi Keszich, 'La Stampa', 22 ottobre 2010) "La materia incandescente di 'Fair Game' mantiene la temperatura grazie ai super attori Naomi Watts e Sean Penn e alla potenza della realtà, che Liman cattura a colpi di camera a mano, riprese vorticose come pallottole vaganti e una narrazione sincopata. La storia lo trascina via nei paesaggi color ocra dell'Iraq (set anche l'aeroporto Saddam Hussein), al Cairo, Amman, Kuala Lampur, dietro le trame di una colossale truffa orchestrata dalla Casa Bianca, complici la diplomazia britannica e spie italiane che inventarono la vendita di uranio arricchito dal Niger a Saddam. Tutti vogliosi di bombardare Baghdad, tutti complici della carneficina irachena e ancora tutti impuniti, nonostante la verità sia diventata il 'soggetto appassionante' per un film su una agente Cia contraria alle manipolazioni di Washington. Sean Penn (Joe Wilson) è una carica di dinamite, corpo sovrapposto a quello reale dell'ambasciatore, urlante alla platea l'indignazione per le bugie presidenziali e per una guerra dichiarata senza motivo. Un copione ben sintonizzato con il militante Penn, che conduce il fair garnme, e fu il primo a ribellarsi al massacro politico/mediatico subito in seguito alle rivelazioni delle trame di Bush & C... (...)" (Marluccia Ciotta, 'Il Manifesto', 22 ottobre 2010) "Dossieraggi, uso strumentale della stampa, accerchiamento del potente contro chi dissente. In Italia ne sappiamo qualcosa. Da una storia vera. I momenti migliori? La coppia che sbanda sotto l'attacco '"degli uomini più potenti della Terra'", l'egoismo dietro l'eroismo di lui e la sensibilità di Watts e Penn nel disegnare due americani perbene chiusi in un angolo. Come qualche italiano, anche illustre, dei giorni nostri." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 22 ottobre 2010) "Chiamiamolo 'game', ma di mezzo c'è il senso di una guerra. Quella che mai Bush e adepti han chiamato con il suo nome, 'speculazione', fin dagli attacchi nel 2003. Tra i non pochi film sui (mis)fatti yankee in Iraq trova una sua dignità il lavoro di Doug Liman ('The Bourne Identity'), unione di due verità biografate. Che solo casualmente sono di un marito (Joseph Wilson, ex ambasciatore Usa in Gabon) e di una moglie (Valerie Plame Wilson, agente Cia), ma entrambe destinate a gettare fango sui pretesti giustificativi lo scoppio del conflitto. I due sono interpretati con ovvia tensione da Sean Penn e Naomi Watts: il groviglio tra vita pubblica e privata, non esente da contrasti, muove sui precisi ritmi del docu-thriller e tiene lo spettatore incollato alla vicenda. Ne uscirà intrattenuto e degnamente informato." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 22 ottobre 2010) Note - IN CONCORSO AL 63. FESTIVAL DI CANNES (2010).
Il mio nome e' Khan [Videoregistrazione] = My name is Khan / regia di Karan Johar
: 20th Century Fox home entertainment, 2011
Wall Street [Videoregistrazione] : il denaro non dorme mai / regia di Oliver Stone
: 20th Century Fox home entertainment, 2011
Abstract: Fox, un agente di borsa desideroso di far carriera, ottiene il denaro di Gekko, potente finanziere, per speculazioni borsistiche. Resosi conto che Gekko si sta servendo di lui per loschi traffici, lo smaschera. Non è una critica del capitalismo in quanto tale, ma del capitalismo cattivo e dei suoi eccessi speculativi. A livello descrittivo ha, specialmente nella 1ê parte, grinta, forza, ritmo. Si sente che Stone parla di quel che conosce bene: il film è dedicato alla memoria del padre, agente di borsa. Oscar per Douglas nell'anno dell'Ultimo imperatore.
La scuola e' finita [Videoregistrazione] / regia di Valerio Jalongo
: Cecchi Gori home video, 2011
Un microfono per due [Videoregistrazione] / regia di Todd Louiso
: Mondo home entertainment, [2011?]
Abstract: Il Professor Gribble, insegnante di canto di un liceo americano dai modi giovanili e sfacciati e che millanta conoscenze nel mondo dello spettacolo, deve vedersela con il suo ex allievo Marc Pease, petulante, cocciuto, sognatore e aspirante musicista, cui lui dieci anni prima aveva promesso aiuto. In realtà, Gribble cercherà in tutti i modi di evitare Marc che, a sua volta, inizierà una serrata caccia all'uomo fatta di rocambolesche fughe e grotteschi inseguimenti. Le cose volgeranno al peggio quando l'aspirante musicista scoprirà che Gribble ha una relazione clandestina con l'ex allieva Meg nonché fidanzata dello stesso Marc... "Ben Stiller è un esempio dell'abisso che può separare due continenti, quello americano e quello europeo. Negli Stati Uniti piace e fa ridere, in Europa no, oppure poco. (...) Che Stiller sia bravo, non c'è dubbio; che da noi piaccia poco è altrettanto sicuro. Del resto il film; centrato sulla messinscena di un musical, è più mediocre del solito." ('La Stampa', 16 luglio 2010) "Todd Louiso, un nome da tenere a mente. Per non cascarci più. Difficile trovare un film idiota come 'Un microfono per due', che il suddetto regista (da radiazione dall'albo) ha sceneggiato con suprema faccia tosta. (...) In assoluta parità la gara di smorfie tra i due indecenti protagonisti." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 16 luglio 2010)
The final destination 3D [Videoregistrazione] / regia di David R. Ellis
: Warner home video, [2010]
Abstract: La serie iniziata con il primo Final Destination nel 2000 ha una particolarità: ciascuno dei sequel, a parte qualche rimando, è sostanzialmente un remake del capostipite. La cosa dev'essere sembrata evidente anche ai produttori che stavolta hanno rinunciato a proseguire la numerazione, rimasta ferma a Final Destination 3. La struttura resta quella del primo film (disastro iniziale, problemi degli scampati, epilogo sanguinoso), cambiano solo i personaggi e l'ambientazione del primo massacro. Un format così immutabile - basato su uno spunto brillante (quello di far sì che la Morte stessa sia il "cattivo" della storia) - fa dipendere la qualità dei singoli film dall'inventiva nelle variazioni relative alla catastrofe di partenza e ai modi utilizzati dalla Morte, che resta comunque sempre un'entità impersonale, per ripristinare l'ordine violato, dato che la caratterizzazione dei personaggi resta programmaticamente convenzionale e superficiale. Il compito di dare verve alla materia è stato affidato a David R. Ellis, passato recentemente alla regia proprio con Final Destination 2 (2003) e poi spesso rimasto in zona horror e dintorni con film come Snakes on a Plane e Asylum. Solido artigiano con una lunga gavetta alle spalle, Ellis ha dovuto anche nell'occasione confrontarsi con il 3-D, compagno di strada prediletto dell'horror sin dai tempi de La maschera di cera (1953) e recentemente tornato alla ribalta con successo, anche in ambito orrorifico (San Valentino di sangue). Lo scenario iniziale è quello di una selvaggia gara automobilistica in stile americano. Un gruppo di amici è andato ad assistervi, con motivazioni e aspettative diverse. Le ragazze - Lori e Janet - sono annoiate, Hunt spera di vedere qualche spettacolare incidente. Nick è più preoccupato dalla vetustà della tribuna su cui sono seduti. In una sorta di sogno a occhi aperti, Nick "vede" il disastro prima che accada. Perciò scappa precipitosamente assieme ai suoi amici, che non capiscono il motivo della sua frenesia: lo capiscono quando il massacro avviene. I superstiti - tra cui alcune persone casualmente coinvolte dalla fuga di Nick - sono inizialmente sollevati per il loro destino, anche se hanno un senso di colpa per avercela fatta dove molti sono morti. Poi capiscono che il loro destino non è poi così gradevole. La Morte non accetta cambiamenti di programma: i suoi modi sono misteriosi e obliqui, ma efficaci, utilizzando anche tipici sentimenti umani, come l'odio razziale che spinge uno dei superstiti a cercare vendetta sul guardiano di colore del circuito automobilistico, dando il via a un domino letale. La casualità dei piccoli fatti banali che si concatenano determinando l'iniziale disastro e quelli successivi è divertente da osservare e compone il tratto caratteristico dei film di questa serie. Non esiste una storia vera e propria, se non un banale filo che giustifica e lega insieme delle "vignette" sostanzialmente autonome dove, come in uno dei vecchi disegni di Rube Goldberg, un piccolo accadimento dà luogo a una valanga di conseguenze, attraverso un'ineluttabile serie di fatti sfortunati ma tecnicamente possibili. Ormai il gioco è diventato prevedibile, ma anche questa prevedibilità è diventata parte del gioco, parte cioè delle aspettative degli spettatori che vedono i personaggi come marionette appese ai fili di un destino che l'apparente casualità della Morte si diverte a recidere. Su tutto, infatti, l'ineluttabilità del destino cui tutti bene o male tendiamo e che questo film, a modo suo e senza alcuna pretesa di profondità o serietà, ci porta a considerare. Nell'economia della serie, questo "nuovo" episodio si mantiene in linea, architettando bizzarri incidenti al limite (e oltre) della credibilità e utilizzandoli per generare una simpatica suspense non tanto sulla sostanza narrativa - che si sa dove andrà a parare - quanto sui metodi per arrivarci. Caratteristiche che aiutano a guardare questo film sono anche il passo svelto e la brevità. Oltre al 3-D, cui stiamo ormai di nuovo abituandoci, ma che resta un gadget ancora d'effetto per film basati sull'effetto sorpresa e sulla spettacolarità esteriore. In un cast non sempre all'altezza, si fa notare Mykelti Williamson (Forrest Gump) per la sensibilità della sua interpretazione nel ruolo di un ex alcolista gravato da un autentico senso di colpa e non così spaventato dall'idea di dover morire.
Fallen in love / Lauren Kate ; traduzione di Maria Concetta Scotto di Santillo
11. ed.
Rizzoli, 2019
Abstract: Viaggiando nel tempo e nello spazio, com'è abitudine degli angeli, Shelby e Miles si ritrovano in una cittadina medioevale inglese alla vigilia della Fiera di San Valentino: una rustica festa cortese che con danze e doni onora le ragioni del cuore. Ma come tutti sanno non sempre amore e felicità si danno la mano: l'umile cavaliere Roland si strugge d'amore per la nobile Rosaline; Arriane non sa darsi pace da quando la sua Tess è tornata per sempre tra le tenebre di Lucifero. E per Luce e Daniel, destinati a inseguirsi nei secoli, la sorpresa più bella sarebbe potersi liberare almeno per un giorno della maledizione che li perseguita.