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Puzzole alla riscossa [Videoregistrazione] / regia di Roger Kumble
: Eagle pictures, [2011]
Abstract: La grande società immobiliare che ha in progetto di abbattere l'ennesima foresta per far spazio ad un complesso residenziale sta per ritrovarsi contro un banda di agguerriti animali. Non solo le puzzole del titolo (che poi non hanno un ruolo centrale, semmai è l'orsetto lavatore il vero leader) ma anche orsi, scoiattoli, aquile e via dicendo, tutti sono coalizzati nelle perfide vendette ai danni di chi vuole distruggere il loro habitat naturale per soldi. Scegliendo di far "recitare" animali veri, con solo qualche aiutino della tecnologia digitale per le sequenze più complesse, Puzzole alla riscossa già dimostra la propria serietà assieme all'intenzione di rivolgersi senza inganni ma con gusto e intelligenza ad un certo tipo di pubblico, quello preadolescenziale. Nonostante Hollywood abbia spesso battutto il terreno della commedia per famiglie (che poi vuol dire commedia per bambini) adottando punti di vista normalizzanti, acquietanti e se non quasi reazionari, non è questo il caso. Non bisogna infatti lasciarsi ingannare dalla scoraggiante presenza di Brendan Fraser perchè, a latere di tutte le ovvie e necessarie gag fisiche che riguardano la lotta ingaggiata contro la coalizione degli animaletti della foresta (molte delle quali davvero risucite), c'è un mondo guardato dal punto di vista infantile, senza che la trama coinvolga alcun bambino, che è privato dell'aura di rispetto e deferenza a tutti i costi spesso imposta scriteriatamente gli adulti. Non solo infatti alcuni personaggi (come il magnate interpretato dallo straordinario Ken Jeong) sono palesemente dotati di un doppio livello di lettura comica, e quindi in grado di divertire in una maniera i bambini e in un'altra gli adulti, ma anche il resto delle figure che ruotano attorno ai protagonisti, quindi l'universo di riferimento e la metafora della società, sono grotteschi, avidi e bacchettoni. In Puzzole alla riscossa si ride degli anziani, delle bibliotecarie, delle segretarie, delle forze dell'ordine e via dicendo cioè di tutte quelle figure che, in maniera maggiore o minore, sono forme d'autorità se viste da un bambino. Anche la gente, intesa come massa, non è dipinta a tinte rosee. Contrariamente a quello che si vede nel cinema per famiglie più svogliato, la società non si schiera accanto ai buoni nel momento decisivo, cioè quando si deve scegliere se stare con la natura o con i cattivi che la vogliono distruggere, anzi le ovazioni sono tutte per chi promette loro denaro. Scelta discutibile ma di certo più rispettosa della realtà.
My son, my son, what have ye done [Videoregistrazione] / regia di Werner Herzog
: 01 Distribution, [201-?]
Abstract: Brad McCallum è un aspirante attore scritturato per recitare in una tragedia greca. Completamente assorbito dal suo personaggio, Brad arriva a commettere anche nella realtà il crimine che è chiamato a compiere sul palcoscenico, ovvero uccidere la propria madre. Dopo il matricidio, Brad si barrica in un edificio insieme ad alcuni ostaggi, mentre la polizia, con l'aiuto di alcuni vicini e di amici del ragazzo, cerca di capire quale sia stata la causa scatenante del folle gesto scavando nella vita di madre e figlio... "Herzog (e il coproduttore David Lynch) sembrano accontentarsi di raccontare la follia del mondo circostante - una fidanzata succube, una madre castrante, amici dementi, uno zio megalomane - senza affrontare le responsabilità morali del protagonista. E senza trovare uno stile adeguato a far emergere l'urgenza di quei temi. "(Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 6 settembre 2009) "'My Son, My Son, What Have Ye Done?' è migliore di 'Bad Lieutenant'. Più ambizioso, più personale, più da Festival". Anche perché unisce le due anime di Herzog: il cineasta della realtà, sia pure trasfigurata a modo suo (c'è dietro una storia vera), e il regista che si impadronisce del suo nuovo paese, l'America, esplorandola sia in senso geografico che per così dire "mentale" (il film è prodotto da David Lynch e si vede). La struttura è semplicissima: c'è una casa assediata dalla polizia, con dentro un folle che ha trafitto a colpi di spada sua madre (lo straordinario Michael Shannon, già quasi-Oscar come figlio pazzo in 'Revolutionary Road'). E ci sono i flashback che illustrano, senza chiarirla naturalmente, la sua discesa nella follia. Nessuna suspence, qualche tocco di ironia e un puzzle magistrale che fonde piste diverse. Una psicologica; una 'cronologica'; e una diciamo 'fenomenologica', sicuramente la più cara a Herzog, che alle voci misteriose udite dal folle unisce le suggestioni provenienti dall'esterno, dai grattacieli di San Diego alla giungla peruviana, dall'allevamento di struzzi dello zio ai fenicotteri rosa del giardino della madre. Puro Herzog, a pensarci bene. Come se cambiando paese il regista non cambiasse la sua capacità di trasformare ogni paesaggio in una mappa della nostra psiche e dei suoi più oscuri recessi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 settembre 2009) "La follia del mito antico intrecciata alla follia postmoderna: un tema suggestivo che Herzog coglie nei simbolismi figurativi (la natura selvaggia della California meridionale solo in apparenza domata dal lindore consumistico), ma poi spreca nella didascalica e un po' goffa piattezza narrativa." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 6 settembre 2009) "Tutti e due i film americani di Herzog, questo come 'Il cattivo tenente', sembrano esercitazioni in un ambito di ricerca: molto fedeli al rispettivo genere, ben fatti, senza un dettaglio errato, senza emozioni." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 6 settembre 2009) "Un film tira l'altro nello stesso flusso immaginario e si specchia con Abel Ferrara o con David Lynch, più che produttore di 'My son'. Cromatismi messicani, fanta-realismo, magie, alterazioni psichiche, un nano che misteriosamente attraversa il set, distorsioni visive, sogni, delitti... Un po' il (cattivo) tenente Colombo, un po' 'Twin Peaks', un po' i fratelli Coen con il killer robotico e visionario in missione per conto di Dio, il film si apre su una fiammeggiante San Diego con il taccuino squadernato del detective Willem Dafoe, che da solo basta a suscitare grandi passioni per il caso di un ragazzone suonato, barricato in casa dopo l'assassinio di sua madre. (...) La scatola colorata di 'My Son' assomiglia alle palle di vetro che se le giri piovono neve, variazione hollywoodiana delle avventure herzoghiane in capo al mondo, dall'Alaska al Polo sud. Senza nostalgia, meglio il losangelino Herzog che il muscolare teutonico, adesso sensibile alla pena di morte («non mi sento americano finché ci sarà»), ma dal supereroe di Monaco a quello dei fumetti il passo è lungo." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 6 settembre 2009) "'My Son, My Son What Have Ye Done' fonde in un puzzle inquietante le due anime di Herzog: il cineasta che trasfigura la realtà in allucinazione (è una storia vera) e il regista che esplora il suo nuovo paese, l'America, in senso geografico e insieme mentale (produce David Lynch, e si vede). Niente suspense, un pizzico di ironia (...). E tre piste diverse, tutte suggestive, nessuna definitiva. (...) Puro Herzog insomma. Come se cambiando paese il regista non cambiasse la sua capacità di trasformare ogni paesaggio in una mappa della nostra psiche e dei suoi più oscuri recessi." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 17 settembre 2010) Note - FILM A SORPRESA DELLA 66. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009).
Pandorum [Videoregistrazione] : l'universo parallelo / regia di Christian Alvart
: Eagle pictures, [2010?]
Abstract: Due astronauti si risvegliano improvvisamente nello spazio. Scoprono di essere a bordo di un'astronave a prima vista abbandonata, immersa nel buio più completo e nel silenzio totale, se si esclude un rumore sordo che sembra provenire dal centro del velivolo. I due uomini non ricordano niente del loro passato, neppure il loro nome e il perché si trovino lì... "Eroi travolti da una vicenda tra scienza e magia, densa di imprevisti e di pericoli. Peccato il titolo: In italiano 'Pandorum' è un po' come dire Panettonem." (Lietta Tornabuoni, 'L'espresso', 3 agosto 2010)
Solomon Kane [Videoregistrazione] / regia di Michael J. Bassett
: Eagle pictures, [2011?]
Abstract: Solomon Kane è stato un mercenario al servizio di Elisabetta I di Inghilterra. Ha ucciso senza alcuno scrupolo fino a quando non ha incontrato le forze degli Inferi e ha capito di dover diventare un uomo di pace se non voleva perdere la propria anima. Ora, allontanato dal convento in cui aveva trovato rifugio, si trova a dover difendere una fanciulla figlia di chi gli ha dato fiducia. Dovrà tornare ad uccidere. Alla base dello script c'è un personaggio creato dallo stesso autore che ha inventato Conan il Barbaro: Robert E. Howard. Di tempo ne è passato sugli schermi e la tecnologia disponibile oggi non è quella di un passato pur recente ma che resta comunque passato. Rimane però intatta la voglia di fare spettacolo quasi allo stato puro. Michael J.Bassett trova in James Purefoy (da ricordare come Marco Antonio nella serie Roma) il giusto physique du role. La vicenda non brilla di particolare originalità riproponendo le Forze del Male in modo potremmo dire quasi classico. Cosa distingue allora questo personaggio alla ricerca di se stesso da tanti altri visti nei fantasy di qualità più o meno alta? La differenza sta non tanto negli effetti speciali quanto piuttosto nella descrizione di un'epoca dominata (notiamo bene: in Inghilterra non nella tradizionalmente e iconograficamente cupa Europa del Nord continentale). Neve e pioggia si contendono volti e anime così come è quasi tangibile la sensazione di un secolo pervaso da invasioni e da un senso della morte e dell'occulto che va oltre le facili soluzioni. Costumista e scenografo hanno negli occhi la pittura di quel tempo che a volte citano esplicitamente e in altri casi inseriscono a costruire un clima in cui il senso di colpa domina l'umanità e il terrore (originato dagli uomini così come dalle forze sovrannaturali) pervade le fibre di chi ancora è capace di distinguere e deve decidere da quale parte stare.
Fair game [Videoregistrazione] : caccia alla spia / regia di Doug Liman
: Eagle pictures, [2011?]
Abstract: L'agente della CIA Valerie Plame, a seguito di alcune gravi rivelazioni scritte dal marito giornalista sul New York Times, diviene vittima di un pesante processo di screditamento. Negli articoli, infatti, veniva denunciata la presunta manipolazione dei servizi segreti da parte dell'amministrazione dell'ex Presidente degli Stati Uniti George W. Bush per le false testimonianze sulla produzione irachena di armi di distruzioni di massa, atte a giustificare l'intervento americano in Medio Oriente. "Ogni riferimento a fatti accaduti o persone è assolutamente voluto. Potrebbe iniziare così 'Fair Game', unico film statunitense in Concorso al 63esimo festival di Cannes. (...) Liman e gli sceneggiatori, Jez e John Henry Burterworth, incentrano il film in direzione di questo sottile crinale che separa lo scenario pubblico da quello privato, un piano inclinato difficile da tenere sotto controllo quando in gioco ci sono gli affari sporchi di crimini internazionali come l'amministrazione Bush. (...) Certo il cinema di Liman, targato Warner Bros, non tende a ricreare le atmosfere di mistero cospirazionista della New Hollywood anni'70 (eccetto l'omaggio/sequenza della Plame che si incontra in segreto col direttore del suo ufficio su una panchina davanti al Campidoglio). Semmai spiattella la verità che i fatti storici gli autorizzano a dire, Bush ha inventato delle balle per scatenare una guerra, attraverso un cinema dall'occhio dinamico com'è sua abitudine dai tempi di 'The Bourne Identity' (2002). Infine grazie al corpo-icona liberal Sean Penn (un Wilson cinquantenne, leggermente sovrappeso) ottiene sia la possibilità di uno sviluppo drammaturgico di rara pacatezza e sobrietà psicologica imperniato sul balenare della sfiducia tra marito e moglie nell'andare sino in fondo alla vicenda che li vede coinvolti. Sia quello spazio di cinema politico contestatario, abilmente cucito sui canoni della democrazia partecipativa e della ricerca della verità storica, qualsiasi colorazione partitica essa abbia. Penn/Wilson dice ad una platea redfordiana di studenti: 'il governo non sta commettendo un crimine contro di me o mia moglie, ma contro di voi'." (Davide Turrini, 'Liberazione', 21 maggio 2010) "Ispirato ai libri dei due coniugi, il copione di Jazz e John Butterworth gioca con buon equilibrio fra dramma umano e caso politico, il regista Doug Liman imprime alla vicenda un ritmo da film spionistico, mentre gli intensi Naomi Watts e Sean Penn ci convincono che la verità è la loro." (Alessandra Levantesi Keszich, 'La Stampa', 22 ottobre 2010) "La materia incandescente di 'Fair Game' mantiene la temperatura grazie ai super attori Naomi Watts e Sean Penn e alla potenza della realtà, che Liman cattura a colpi di camera a mano, riprese vorticose come pallottole vaganti e una narrazione sincopata. La storia lo trascina via nei paesaggi color ocra dell'Iraq (set anche l'aeroporto Saddam Hussein), al Cairo, Amman, Kuala Lampur, dietro le trame di una colossale truffa orchestrata dalla Casa Bianca, complici la diplomazia britannica e spie italiane che inventarono la vendita di uranio arricchito dal Niger a Saddam. Tutti vogliosi di bombardare Baghdad, tutti complici della carneficina irachena e ancora tutti impuniti, nonostante la verità sia diventata il 'soggetto appassionante' per un film su una agente Cia contraria alle manipolazioni di Washington. Sean Penn (Joe Wilson) è una carica di dinamite, corpo sovrapposto a quello reale dell'ambasciatore, urlante alla platea l'indignazione per le bugie presidenziali e per una guerra dichiarata senza motivo. Un copione ben sintonizzato con il militante Penn, che conduce il fair garnme, e fu il primo a ribellarsi al massacro politico/mediatico subito in seguito alle rivelazioni delle trame di Bush & C... (...)" (Marluccia Ciotta, 'Il Manifesto', 22 ottobre 2010) "Dossieraggi, uso strumentale della stampa, accerchiamento del potente contro chi dissente. In Italia ne sappiamo qualcosa. Da una storia vera. I momenti migliori? La coppia che sbanda sotto l'attacco '"degli uomini più potenti della Terra'", l'egoismo dietro l'eroismo di lui e la sensibilità di Watts e Penn nel disegnare due americani perbene chiusi in un angolo. Come qualche italiano, anche illustre, dei giorni nostri." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 22 ottobre 2010) "Chiamiamolo 'game', ma di mezzo c'è il senso di una guerra. Quella che mai Bush e adepti han chiamato con il suo nome, 'speculazione', fin dagli attacchi nel 2003. Tra i non pochi film sui (mis)fatti yankee in Iraq trova una sua dignità il lavoro di Doug Liman ('The Bourne Identity'), unione di due verità biografate. Che solo casualmente sono di un marito (Joseph Wilson, ex ambasciatore Usa in Gabon) e di una moglie (Valerie Plame Wilson, agente Cia), ma entrambe destinate a gettare fango sui pretesti giustificativi lo scoppio del conflitto. I due sono interpretati con ovvia tensione da Sean Penn e Naomi Watts: il groviglio tra vita pubblica e privata, non esente da contrasti, muove sui precisi ritmi del docu-thriller e tiene lo spettatore incollato alla vicenda. Ne uscirà intrattenuto e degnamente informato." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 22 ottobre 2010) Note - IN CONCORSO AL 63. FESTIVAL DI CANNES (2010).
Il mio nome e' Khan [Videoregistrazione] = My name is Khan / regia di Karan Johar
: 20th Century Fox home entertainment, 2011
Wall Street [Videoregistrazione] : il denaro non dorme mai / regia di Oliver Stone
: 20th Century Fox home entertainment, 2011
Abstract: Fox, un agente di borsa desideroso di far carriera, ottiene il denaro di Gekko, potente finanziere, per speculazioni borsistiche. Resosi conto che Gekko si sta servendo di lui per loschi traffici, lo smaschera. Non è una critica del capitalismo in quanto tale, ma del capitalismo cattivo e dei suoi eccessi speculativi. A livello descrittivo ha, specialmente nella 1ê parte, grinta, forza, ritmo. Si sente che Stone parla di quel che conosce bene: il film è dedicato alla memoria del padre, agente di borsa. Oscar per Douglas nell'anno dell'Ultimo imperatore.
La scuola e' finita [Videoregistrazione] / regia di Valerio Jalongo
: Cecchi Gori home video, 2011
Un microfono per due [Videoregistrazione] / regia di Todd Louiso
: Mondo home entertainment, [2011?]
Abstract: Il Professor Gribble, insegnante di canto di un liceo americano dai modi giovanili e sfacciati e che millanta conoscenze nel mondo dello spettacolo, deve vedersela con il suo ex allievo Marc Pease, petulante, cocciuto, sognatore e aspirante musicista, cui lui dieci anni prima aveva promesso aiuto. In realtà, Gribble cercherà in tutti i modi di evitare Marc che, a sua volta, inizierà una serrata caccia all'uomo fatta di rocambolesche fughe e grotteschi inseguimenti. Le cose volgeranno al peggio quando l'aspirante musicista scoprirà che Gribble ha una relazione clandestina con l'ex allieva Meg nonché fidanzata dello stesso Marc... "Ben Stiller è un esempio dell'abisso che può separare due continenti, quello americano e quello europeo. Negli Stati Uniti piace e fa ridere, in Europa no, oppure poco. (...) Che Stiller sia bravo, non c'è dubbio; che da noi piaccia poco è altrettanto sicuro. Del resto il film; centrato sulla messinscena di un musical, è più mediocre del solito." ('La Stampa', 16 luglio 2010) "Todd Louiso, un nome da tenere a mente. Per non cascarci più. Difficile trovare un film idiota come 'Un microfono per due', che il suddetto regista (da radiazione dall'albo) ha sceneggiato con suprema faccia tosta. (...) In assoluta parità la gara di smorfie tra i due indecenti protagonisti." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 16 luglio 2010)
The final destination 3D [Videoregistrazione] / regia di David R. Ellis
: Warner home video, [2010]
Abstract: La serie iniziata con il primo Final Destination nel 2000 ha una particolarità: ciascuno dei sequel, a parte qualche rimando, è sostanzialmente un remake del capostipite. La cosa dev'essere sembrata evidente anche ai produttori che stavolta hanno rinunciato a proseguire la numerazione, rimasta ferma a Final Destination 3. La struttura resta quella del primo film (disastro iniziale, problemi degli scampati, epilogo sanguinoso), cambiano solo i personaggi e l'ambientazione del primo massacro. Un format così immutabile - basato su uno spunto brillante (quello di far sì che la Morte stessa sia il "cattivo" della storia) - fa dipendere la qualità dei singoli film dall'inventiva nelle variazioni relative alla catastrofe di partenza e ai modi utilizzati dalla Morte, che resta comunque sempre un'entità impersonale, per ripristinare l'ordine violato, dato che la caratterizzazione dei personaggi resta programmaticamente convenzionale e superficiale. Il compito di dare verve alla materia è stato affidato a David R. Ellis, passato recentemente alla regia proprio con Final Destination 2 (2003) e poi spesso rimasto in zona horror e dintorni con film come Snakes on a Plane e Asylum. Solido artigiano con una lunga gavetta alle spalle, Ellis ha dovuto anche nell'occasione confrontarsi con il 3-D, compagno di strada prediletto dell'horror sin dai tempi de La maschera di cera (1953) e recentemente tornato alla ribalta con successo, anche in ambito orrorifico (San Valentino di sangue). Lo scenario iniziale è quello di una selvaggia gara automobilistica in stile americano. Un gruppo di amici è andato ad assistervi, con motivazioni e aspettative diverse. Le ragazze - Lori e Janet - sono annoiate, Hunt spera di vedere qualche spettacolare incidente. Nick è più preoccupato dalla vetustà della tribuna su cui sono seduti. In una sorta di sogno a occhi aperti, Nick "vede" il disastro prima che accada. Perciò scappa precipitosamente assieme ai suoi amici, che non capiscono il motivo della sua frenesia: lo capiscono quando il massacro avviene. I superstiti - tra cui alcune persone casualmente coinvolte dalla fuga di Nick - sono inizialmente sollevati per il loro destino, anche se hanno un senso di colpa per avercela fatta dove molti sono morti. Poi capiscono che il loro destino non è poi così gradevole. La Morte non accetta cambiamenti di programma: i suoi modi sono misteriosi e obliqui, ma efficaci, utilizzando anche tipici sentimenti umani, come l'odio razziale che spinge uno dei superstiti a cercare vendetta sul guardiano di colore del circuito automobilistico, dando il via a un domino letale. La casualità dei piccoli fatti banali che si concatenano determinando l'iniziale disastro e quelli successivi è divertente da osservare e compone il tratto caratteristico dei film di questa serie. Non esiste una storia vera e propria, se non un banale filo che giustifica e lega insieme delle "vignette" sostanzialmente autonome dove, come in uno dei vecchi disegni di Rube Goldberg, un piccolo accadimento dà luogo a una valanga di conseguenze, attraverso un'ineluttabile serie di fatti sfortunati ma tecnicamente possibili. Ormai il gioco è diventato prevedibile, ma anche questa prevedibilità è diventata parte del gioco, parte cioè delle aspettative degli spettatori che vedono i personaggi come marionette appese ai fili di un destino che l'apparente casualità della Morte si diverte a recidere. Su tutto, infatti, l'ineluttabilità del destino cui tutti bene o male tendiamo e che questo film, a modo suo e senza alcuna pretesa di profondità o serietà, ci porta a considerare. Nell'economia della serie, questo "nuovo" episodio si mantiene in linea, architettando bizzarri incidenti al limite (e oltre) della credibilità e utilizzandoli per generare una simpatica suspense non tanto sulla sostanza narrativa - che si sa dove andrà a parare - quanto sui metodi per arrivarci. Caratteristiche che aiutano a guardare questo film sono anche il passo svelto e la brevità. Oltre al 3-D, cui stiamo ormai di nuovo abituandoci, ma che resta un gadget ancora d'effetto per film basati sull'effetto sorpresa e sulla spettacolarità esteriore. In un cast non sempre all'altezza, si fa notare Mykelti Williamson (Forrest Gump) per la sensibilità della sua interpretazione nel ruolo di un ex alcolista gravato da un autentico senso di colpa e non così spaventato dall'idea di dover morire.
Fallen in love / Lauren Kate ; traduzione di Maria Concetta Scotto di Santillo
11. ed.
Rizzoli, 2019
Abstract: Viaggiando nel tempo e nello spazio, com'è abitudine degli angeli, Shelby e Miles si ritrovano in una cittadina medioevale inglese alla vigilia della Fiera di San Valentino: una rustica festa cortese che con danze e doni onora le ragioni del cuore. Ma come tutti sanno non sempre amore e felicità si danno la mano: l'umile cavaliere Roland si strugge d'amore per la nobile Rosaline; Arriane non sa darsi pace da quando la sua Tess è tornata per sempre tra le tenebre di Lucifero. E per Luce e Daniel, destinati a inseguirsi nei secoli, la sorpresa più bella sarebbe potersi liberare almeno per un giorno della maledizione che li perseguita.
Parigi 25/44 / Dick Matena ; traduzione di Franco Paris
Roma : Nottetempo, 2010
Abstract: Parigi 25/44 descrive un incontro fittizio tra il giovane filosofo francese Jean-Paul Sartre e il grande scrittore americano Ernest Hemingway nella Parigi del 1925, popolata da artisti e scrittori di tutte le nazionalità. Entrambi si lasciano coinvolgere dalle vicende di Eva, una ragazza caduta in disgrazia che cerca di sfuggire al lato più cupo della città. Francis Scott Fitzgerald, Gertrude Stein, Pablo Picasso, Ezra Pound, Salvador Dali e James Joyce sono gli altri testimoni dell'angosciante dramma che coinvolge Hemingway, Sartre e la giovane Eva. Il nodo della vicenda sarà sciolto solamente durante la caotica liberazione di Parigi nel 1944. In Parigi 25/44 Dick Matena riporta in vita la Parigi della lost generation, creando un'elegante graphic novel; una forma che si presta per eccellenza a rendere questa storia asciutta, da film noir, dove a ogni angolo di strada ti sembra di riconoscere qualcuno di famoso e di familiare.
Scooby-Doo! e i mostri marini [Videoregistrazione]
: Warner home video, [2011]
Scooby-Doo! e le creature della neve [Videoregistrazione]
: Warner home video, [2010]
Scooby-Doo! e un safari di mostri [Videoregistrazione]
: Warner home video, [2011]
Nessuno mi puo' giudicare [Videoregistrazione] / regia di Massimiliano Bruno
: 01 Distribution, 2011
La vita facile [Videoregistrazione] / regia di Lucio Pellegrini
: Medusa film, [2011]
Abstract: Luca è un medico italiano che lavora in Kenia, solo, fatta eccezione per un'infermiera e qualche aiutante, in un piccolo ospedale umanitario. Mario è uno stimato chirurgo di una clinica privata romana, che lo raggiunge con la scusa di volerlo rivedere dopo anni di distanza, ma in realtà mira ad allontanarsi opportunisticamente e brevemente dal luogo di lavoro. Quando, malgrado le diverse scelte di vita, Mario e Luca ritrovano le ragioni dell'amicizia che li aveva tanto legati in passato, si presenta in Africa anche Ginevra, la donna che entrambi hanno amato e che ha sposato Mario. Gli equilibri faticosamente raggiunti saltano e la vita si ripresta a svolte e imprevisti. Lucio Pellegrini è un regista giovane, estraneo a smanie di megalomania, uno che non si è mai presentato sullo schermo senza una storia, che sa cos'è la commedia e come si dirigono gli attori. Uno che parla del nostro paese e del suo presente (suo a tutt'oggi l'unico film a parlare dei fatti di Genova del 2001), anche quando esso è irrimediabilmente invischiato nel passat(ism)o. Dopo essersi sperimentato nel comico (i film con Luca e Paolo) e nell'omaggio alla commedia all'italiana (Figli delle stelle), con La vita facile tenta una strada ibrida, che contamina genere e sentimento, e si rivela piacevolmente più libera. Non tutto deve tornare a tutti i costi nella sceneggiatura di Bises, Paolucci, e Salerno; il film non si diverte solo a raccontare personaggi che rivelano man mano aspetti del proprio essere che contraddicono l'etichetta che gli abbiamo facilmente messo indosso, ma anche a disattendere le aspettative formali e strutturali: il piccolo Ippocrate non si farà del male, la sua famiglia non inseguirà Favino con le lance appuntite, l'infermiera Elsa (Camilla Filippi) non passerà dall'altra parte dei ferri. Perché questo è un altro film. Più libero, appunto, di giocare, da un certo inoltrato momento in poi, con gli ingredienti del genere valigette, tradimenti mélo, il caveau di una banca e una femme fatale- ma anche più vivo e meno scritto di altri, più attento ai volti che ai tramonti. Detto questo, non ci si aspettino da Pellegrini le bolle, le sospensioni, le divagazioni del cinema indipendente che della libertà di struttura fa il suo credo: la sua attenzione al ritmo è rigorosa, la sbavatura bandita, la scena si chiude sempre con un attimo di anticipo piuttosto che di ritardo. Di una cosa, però, gli siamo particolarmente grati questa volta, e cioè di averci regalato un personaggio femminile fuori catalogo, di cui nel cinema italiano si sentiva la mancanza. Il personaggio della stronza. L'inquadratura della Ginevra di Vittoria Puccini, viziata, capricciosa, tanto bella quanto instabile, che all'aeroporto piange di frustrazione anziché di dolore, dà al film una coraggiosa e gustosa punta di sapore in più.
I ragazzi stanno bene [Videoregistrazione] / regia di Lisa Cholodenko
: Luckyred, 2011
Abstract: Nic e Jules stanno insieme da anni e sono abituate agli alti e bassi della loro storia d'amore, anche se spesso Jules, che si occupa della casa e ricopre pienamente il ruolo di madre, si sente trascurata da Nic, sempre impegnata nel lavoro. La coppia ha due figli, concepiti in provetta con lo stesso uomo che però i ragazzi non hanno mai conosciuto. La figlia maggiore, Joni, è una studentessa modello, sta per compiere 18 anni e partire per l'università. Suo fratello Laser ha 15 anni e preoccupa le sue mamme, consapevoli di quanto particolare sia gestire un adolescente maschio nell'età dello sviluppo e in apprensione per la sua amicizia con Clay, un coetaneo problematico e in costante cerca di guai. Un giorno Laser chiede a sua sorella di aiutarlo: ha il desiderio di conoscere finalmente il padre naturale e lei, che ha appena raggiunto la maggiore età, può farne richiesta formale. Joni non ne sente il bisogno, ma decide di accontentare il fratello e insieme lo vanno a trovare. Paul, proprietario di un ristorante bio-organico, si rivelerà un tipo decisamente sui generis e ne combinerà di tutti i colori, portando scompiglio in famiglia. "La scommessa di Lisa Cholodenko non era delle più scontate: raccontare la storia di una famiglia con due madri (e due figli, un maschio e una femmina) come fosse la più normale e scontata delle cose. Cercando di far dimenticare il più possibile allo spettatore che, anche se affidate a due star del calibro di Julianne Moore e Annette Bening, le protagoniste sono una coppia lesbica. Anzi, una famiglia lesbica. Per farlo, la regista e cosceneggiatrice (insieme a Stuart Blumberg) ha scelto la via del 'film di genere', costruendo la storia come quella di una normalissima commedia matrimoniale, con i prevedibili screzi di una coppia rodata (nel film non si dice ma si immagina che le due protagoniste stiano insieme da venti e più anni), attraversata dalle dinamiche famigliari tipiche della disparità professionale. (...) Quello che poteva anche diventare un mélo psicologico sulla figura paterna, diventa una specie di commedia (più o meno) sofisticata, tutta giocata sui contrasti di carattere e di comportamento delle donne." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 10 marzo 2011) "Ecco un prodigio fatto a film, che nel suo genere è senza precedenti. Perché superando ogni cliché tragi/comico del gay movie, racconta con intelligenza, arguzia, raffinatezza e sano umorismo la quotidianità di un normale nucleo famigliare alle prese con gli alti e bassi della vita di relazione. Osannato ai festival internazionali, vincitore del Golden Globe, ma purtroppo trascurato agli Oscar per cui era candidato (supreme la sceneggiatura e la performance della Bening), appartiene a quel cinema di cui non ci si stanca mai. Tra i migliori titoli di questi mesi. Da vedere e rivedere e rivedere." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 10 marzo 2011) "Perché il cinema Usa parla al mondo intero? Perché prende conflitti (emozioni, sentimenti) universali, e li traduce in gesti, gusti, comportamenti, profondamente americani, cioè locali, ma perfettamente messi in scena. E infatti basta vedere una gran bella commedia come 'I ragazzi stanno bene' per capire perché una storia così funzioni così bene anche in un paese come il nostro. (...) Anche le coppie gay possono ergersi a baluardo della morale nel senso più tradizionalista del termine. Il che non ci sembra una conquista, tanto più che per giustificare il testacoda la pur abilissima Cholodenko deve rimangiarsi tutto ciò a cui ci ha fatto credere fino a poco prima il film. Omaggio tardivo e ipocrita alla morale dominante, o manifesto neocon di marca gay? Vista dal nostro arretratissimo paese, la questione sembra fantascienza. Ma i sentimenti forti smossi dal film provano che siamo tutti nella stessa barca. Italia e California, etero e gay." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 marzo 2011) "'I ragazzi stanno bene' non parla né degli 'Who' né della 'Dinamo Kiev'. È invece un film profondamente 'losangelino', e del resto la regista è nata proprio a LA nel 1964 e uno dei suoi precedenti lavori si intitola 'Laurel Canyon'. Lisa Cholodenko è una cineasta che solo vecchi dinosauri un po' snob come noi possono non ricordare. (...) 'I ragazzi stanno bene' è un film gioiosamente, orgogliosamente omosessuale. (...) 'I ragazzi. stanno bene' diventa, da un certo punto in poi, una divertente commedia degli equivoci, senza però perdere la propria serietà di fondo. Che consiste, in ultima analisi, in un raffinato gioco di specchi: inserire Paul fra le due donne è un grimaldello grazie al quale l'uomo etero viene scrutinato e 'vivisezionato' dalle due donne gay, ma anche queste ultime debbono mettere in gioco i propri stereotipi culturali - che esistono, eccome! - alla luce di come Paul vede loro, e il frutto del proprio 'dono'. (...) Difficile trovare due attrici migliori. Julianne Moore non è nuova a ruoli 'estremi' (come la pornostar di 'Boogie Nights'), quindi la vera sorpresa è Annette Bening, super-mamma e super-moglie (di Warren Beatty) che sembra divertirsi un mondo nel ruolo di 'padre' di famiglia; e quando canticchia 'All I Want' di Joni Mitchell, è pura poesia. Mark Ruffalo ha la fisicità e il talento giusto per dare a Paul una dimensione vera, non da macchietta. I due ragazzi sono Mia Wasikowska, la Alice di Tim Burton, che è già una star; e Josh Hutcherson, che lo diventerà." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 11 marzo 2011) "La commedia di Lisa Cholodenko è arguta e profonda, a suo modo spiazzante, di sicuro divertente. Soprattutto mostra la distanza siderale esistente, in materia di diritti, tra la civile America e l'arretrata Italia. (...) Madri esemplari, si direbbe: premurose e sensibili, all'occorrenza severe. (...) Diciamo la verità: Annette Bening meritava, ben più di Natalie Portman, di vincere l'Oscar. Per come indossa le rughe e il tempo che passa, facendo di Nic un personaggio per nulla radical-chic: anzi fragile dietro il piglio autoritario, l'atteggiamento da uomo di casa. A dirla tutta, non è vero che 'ci si dimentica quasi subito della coppia lesbica', come sostengono le due attrici. Al contrario, il pregio del film sta proprio nello sguardo che la regista Lisa Cholodenko, gay dichiarata e felicemente coniugata, posa sulle due cinquantenni: descritte nel loro ménage matrimoniale, tra alti e bassi, bagni nella vasca al lume di candela e raffreddamenti sessuali combattuti a colpi di film macho-gay. (...) La commedia, frizzante senza essere frivola, non rinuncia a qualche nudo realistico, impertinente nei dialoghi, custodisce un sapore universale." (Michele Anselmi, 'Il Riformista', 11 marzo 2011) "Può dare un po' fastidio che Lisa Chodolenko, la regista, con dichiarate reminescenze autobiografiche, abbia raccontato questa storia - tutta ...californiana - come se si trattasse di una tranquilla vicenda tra coniugi, con quei figli che, in mezzo, hanno sì dei contrasti con le loro madri, ma per loro personali motivi adolescenziali e non a causa della singolarità di quella cosiddetta famiglia che li ha cresciuti. Bisogna però riconoscere a Lisa Chodolenko di aver scritto un testo abbastanza ben calibrato, dando risalti attenti alle personalità dei tre adulti (i due giovani, compresi i loro coetanei, sono piuttosto sfocati) e curando con sapienza le situazioni che le fanno procedere con scioltezza verso il finale, sostenute da dialoghi pronti a scavare nei caratteri, riuscendo spesso a chiarirvi in mezzo sfumature riposte. Gli interpreti concorrono all'impresa grazie ai loro carismi personali. Julianne Moore, specie al momento di lasciarsi coinvolgere nelle pagine eterosessuali; Annette Bening, una Nic con accentuati segni mascolini che però non ne attenuano certi risvolti di sentimenti caldi; Mark Ruffalo, il padre 'affittato', verosimile soprattutto come soddisfatto seduttore, (forse, da ultimo, pentito a metà)." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 11 marzo 2011) "Che disastro, se la voglia di trasgressione precipita nella banalità. O nel ridicolo. Come succede a Lisa Cholodenko, regista e sceneggiatrice californiana dal dimenticabile pedigrée. (...) Non c'è una sequenza che non sia prevedibile, tipo quella in cui l'assatanata Jules strappa i pantaloni al nuovo ganzo, sbarrando gli occhi e manifestando un godimento anticipato, neanche Ruffalo fosse diventato il sosia yankee di Rocco Siffredi. Tanto rumore, quattro esageratissime nomination agli Oscar comprese, per nulla. Che bisogno c'era di ingaggiare due lesbiche? La storiella sarebbe stata tranquillamente in piedi anche con una coppia etero, ma sterile. Bah. Buoni sbadigli a tutti." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 11 marzo 2011) Note - PRESENTATO IN CONCORSO AL 60. FESTIVAL DI BERLINO (2010). - FUORI CONCORSO ALLA V EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2010). - GOLDEN GLOBES 2011 PER: MIGLIOR FILM MUSICAL/COMMEDIA, MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA (ANNETTE BENING). ANCHE JULIANNE MOORE ERA STATA CANDIDATA COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA, MENTRE LISA CHOLODENKO E STUART BLUMBERG HANNO AVUTO LA NOMINATON PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA. - CANDIDATO ALL'OSCAR 2011 PER: MIGLIOR FILM, SCENEGGIATURA ORIGINALE, ATTRICE PROTAGONISTA (ANNETTE BENING), ATTORE NON PROTAGONISTA (MARK RUFFALO).
Come l'acqua per gli elefanti [Videoregistrazione] / regia di Francis Lawrence
: 20th Century Fox home entertainment, 2011
Abstract: Dopo la morte dei suoi genitori, Jacob, studente di veterinaria, decide di abbandonare tutto e cambiar vita. L'occasione si presente grazie a un circo scalcagnato, gestito da un sadico direttore. Jacob entrerà nel bizzarro mondo circense e, grazie anche a una dolcissima acrobata, potrà dare inizio a una nuova, insolita e incredibile vita. "Se già il best-seller di Sara Gruen non dissetava, l'adattamento predica siccità. Grande Depressione, l'amante Robert Pattinson ci fa (...) e ci è (discreto attore), l'amante e moglie Reese Whiterspoon fa di scucchia poca virtù, il marito Christoph Waltz è ancora il nazista Bastardo di Tarantino: letteralmente, un triangolo da circo, equestre nel risultato e mastodontico per contatto, perché l'unica nota lieta è l'elefantessa Rosy, che fa i numeri, prende le botte e regala tenerezza. Non c'è Fellini sotto il tendone, bensì dovrebbe risiedere l'ultra-capitalismo americano: il sadico profitto di Waltz, invece, lascia spazio al feuilleton tra Rob e Reese, trito che più trito non si può. Un'occasione persa, e male: dialoghi per le lunghe, drammaturgia fuori fuoco, un barrito lo seppellirà." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 5 maggio 2011) "Piacerà a chi riesce a digerire le storie romantiche (e l'esangue Robert Pattinson) a patto che siano cucinate da rinomati chef. Qui lo sceneggiatore è Richard La Gravenese ('I ponti di Madison County') e il regista Francis Lawrence di 'Io sono leggenda': Cosa chiedere di più?" (Giorgio Carbone, 'Libero', 6 maggio 2011) "Lui, lei, l'altro e l'elefante. (...) Tratto dall'omonimo best seller del 2006 firmato Sara Gruen, 'Come l'acqua per gli elefanti' è un film in costume pacato e un po' annacquato cui manca la crudezza della fonte letteraria. Pattinson reduce da 'Twilight' e Witherspoon reduce da 'Come lo sai?' (dopo l'Oscar del 2005 la diva è sempre più spenta) non infiammano come coppia d'amanti clandestini. Ottimo Waltz nei panni dell'imprevedibile August. Ancora un cattivo affabile dopo il Landa di 'Bastardi senza gloria'." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 6 maggio 2011) "Un méelo ambientato nella Grande Depressione e basato su un triangolo classico: un autocratico direttore di circo, un'avvenente acrobata, uno studente di veterinaria povero ma bello che cambia il destino di tutti. A impersonarlo è Robert Pattinson, che sta cercando di togliersi la maschera di vampiro di 'Twilight'. Gli si contrappone il coniuge tradito Christoph Waltz, il nazista Oscar per Basterds, che conferma una speciale attitudine a incarnare tipi paranoici, mentre la donna contesa è l'aggraziata Reese Whitherspoon. Si capisce che Francis Lawrence, già autore del videoclip 'Circus' con Britney Spears fra gli elefanti, sia attratto dal romanzo di Sara Gruen: ma pur senza retorica, il film ha toni crepuscolari più di maniera che incisivi." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 6 maggio 2011)
Immaturi [Videoregistrazione] / regia di Paolo Genovese
: Medusa film, [2011]
Abstract: Sei ex compagni di scuola - Giorgio, Lorenzo, Piero, Luisa, Virgilio, Francesca - si troveranno nuovamente insieme dopo vent'anni a causa di un disguido burocratico. Dovranno, infatti, affrontare nuovamente l'esame di maturità perché quello che avevano sostenuto alla fine delle scuole superiori è stato annullato dal Ministero della Pubblica Istruzione. Il gruppo riassaporerà il gusto di stare insieme dopo tanto tempo e il desiderio della giovinezza, ma soprattutto ognuno dei protagonisti dovrà confrontarsi con la propria esistenza, i sogni e le illusioni. "Eppur si muove. Nonostante il profondo disprezzo nei suoi confronti da parte di chi ci governa, e certi snobismi di ritorno degni di miglior causa, il cinema italiano dà segni di vitalità. (...) La 'surrealtà' dello spunto non inficia la verità dei personaggi. Il film è corale, alterna momenti comici a spunti malinconici. Gli attori sono tutti azzeccati, da Raoul Bova a Barbora Bobulova, da Ambra Angiolini alle iene Luca & Paolo; ma gli interni familiari dello strepitoso Memphis, alle prese con i genitori Maurizio Mattioli e Giovanna Ralli, valgono da soli il prezzo del biglietto." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 21 gennaio 2011) "Compagni di scuola. Come nel film di Verdone. (...) Una commedia, naturalmente, scritta e diretta però da Paolo Genovese senza quel brio, quell'arguzia e anche quella logica narrativa di cui aveva dato prova di recente ne 'La banda dei Babbi Natale'. I personaggi hanno psicologie appena sbozzate, sempre secondo schemi facili, le situazioni in cui vicendevolmente si alternano privilegiano molto più i ritmi che non la logica e manca quasi del tutto, a differenza di altri film similari, l'accento sulle due epoche, più citate che non prese in esame, quella di oggi e quella di vent'anni prima. Gli interpreti fanno comunque fronte in modo abbastanza verosimile alle caratteristiche dei tipi che dovrebbero rappresentare: soprattutto Raoul Bova, lo psichiatra che non vuole diventare padre, Ricky Memphis, il 'mammone', Barbora Bobulova, la donna in carriera. Incontrati però in momenti migliori." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 21 gennaio 2011) "Non si tratta solo del bamboccione Memphis, che abita ancora con i genitori: ci sono pure Bova che convive con la Ranieri, ma non è pronto a metter su famiglia; Bizzarri che si è inventato una moglie pur di non impegnarsi in un rapporto vero; la Bobulova, mamma single, e la Angiolini con l'ossessione compulsiva del sesso. Scritto e diretto come una sitcom, il film di Paolo Genovese non lievita." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 21 gennaio 2011) "Nel decennio della risalita il nostro cinema ha creato, a parte i comici, almeno due catene di montaggio: il film giovanilistico (in calo) e il blockbuster corale agrodolce (in crescita). (...) Film patinati e pattinati, nel senso che i personaggi scivolano leggeri su un'Italia in cui tutti lavorano e hanno i soldi. 'Immaturi' di Paolo Genovese schiera una classe di quarantenni che deve rifare l'esame di maturità. E' puro pretesto (per Hitchcock un Mac Guffin) per riunire Bova, Memphis (il migliore), Angiolini, Bizzarri & Co. per il fratello più finto di 'Compagni di scuola' e 'Notte prima degli esami'. Non è brutto. Non è bello. Incasserà bene. Avanti il prossimo." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 21 gennaio 2011) "Piacerà a coloro che stanno apprezzando sempre più in Italia la formula del film a episodi. Quando sono ben scritti, ben interpretati da attori che magari da soli un film intero non lo reggono, ma i loro piccoli sketches sanno proporli con mestiere e simpatia. Del quintetto di interpreti quello che ne esce meglio è un Ricky Menphis finalmente affrancato dai soliti ruoli." (Giorgio Carbone, 'Libero', 21 gennaio 2011) "Ci sono tutte le categorie della fiction borghese, quella che va oltre santi, papi ed eroi: la ragazza madre con problemi di marketing di minestra (la Bobulova), il bamboccione al seguito di due genitori di irresistibile simpatia (Mattioli-Balli come in un Garinei e Giovannini), la schiava del sesso che torna sui suoi passi, lo sbruffone, fino alla new entry della ragazzina strafatta e salvata dai peccati della discoteca psichedelica (nulla viene risparmiato, dall'ecstasy alle chat: è l'attualità!). Ma non è né un 'Grande freddo' all'italiana, né 'Compagni di scuola' di Verdone; qui il buonismo abbonda su un'idea alla base molto carina. Ma è proprio sul carino che il film annega, nel pervicace, spasmodico desiderio di essere trendy, allegramente triste e tristemente allegro nei canoni fiction, proteso verso la celebrazione di una amicizia tutta fasulla, perché l'architettura della storia è lontana anni luce dalla realtà. (...) Paolo Genovese (...) sa girare, confeziona la storia con furberia, troppa e ci mette venti cucchiaini di zucchero. Siamo all'estetica Moccia-Brizzi con qualche anno in più, per dare del 'cazzaro' al povero Epicuro." (Maurizio Porro, 'Corriere della sera', 21 gennaio 2011) "Ma quali splendidi quarantenni. Acerbi come i cocomeri dopo un'era glaciale, i poco favolosi sette protagonisti del corale di Genovese. (...) Qualche battuta comica centrata, specie dai personaggi del nerd mammone Memphis (il migliore in campo) e delle Iene, il resto è l'ovvia metafora sull'immaturità degli eterni giovani di questo Paese per vecchi. Ma anche un déjà-vu del medio gusto odierno di certa commedia, che si nutre (difettosamente) delle stesse facce, e delle stesse abitazioni-location romane o ville al Circeo dall'eccesso di glamour e snobismo: dov'è l'identificazione con la gente "della porta accanto" che si pretende di rappresentare?" (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 21 gennaio 2011) Note - CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2011 PER: MIGLIOR REGISTA, SCENEGGIATURA E CANZONE ORIGINALE. - CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2011 PER: NASTRO SPECIALE-COMMEDIA, MIGLIOR SOGGETTO, ATTORE NON PROTAGONISTA (RICKY MEMPHIS E MAURIZIO MATTIOLI) E CANZONE ORIGINALE.