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Trovati 668074 documenti.
Hazzard [Videoregistrazione] / regia di Jay Chandrasekhar
: Warner home video, 2006
Abstract: Le avventure dei cugini Bo e Luke Duke, che a bordo della loro auto soprannominata 'Generale Lee' si divertono a scorrazzare nella contea di Hazzard, nel sud degli Stati Uniti, con grande disappunto dello sceriffo Coltrane e il governatore Boss Hogg...
Nero bifamiliare [Videoregistrazione] / regia di Federico Zampaglione
: Mondo home entertainment, 2007
Abstract: Nera commedia metropolitana. Marina e Vittorio, sono giovani, belli, felici e innamorati. Hanno tutto. Compresa una villetta bi-familiare in un quartiere elegante. Attorno a loro orbita uno strano vicinato. E soprattutto la coppia formata dal rumeno Slatko e dall'ambigua Bruna. Un giorno il ridente e super ammobiliato appartamento di Marina e Vittorio viene svaligiato e la colpa di tutto viene velocemente addossata sui vicini. In un'ossessiva sete di vendetta e giustizia, la situazione presto degenera in un turbinio che rasenta la follia. Esordio alla regia per Federico Zampaglione, cantante e leader dell'ormai storica (dopo quasi vent'anni di attività) band pop-rock Tiromancino. Come già aveva fatto Ligabue con Radiofreccia, un altro musicista decide di mettersi dietro alla macchina da presa per intraprendere un viaggio non più nei ritmi sonori ma in quelli strettamente cinematografici. E anche in questo caso la prova sembra ottimamente superata. Il film è infatti ben girato, con un tocco del tutto personale, colorato e spontaneo, e, soprattutto, cosa che spesso manca nel cinema italiano, ha buon ritmo, tensione, pathos, genuinità. Mantenendo sempre alto il livello sia narrativo che visivo. Zampaglione riesce ad alternare vari toni, mescolando grottesco con drammatico, noir con comico, creando un'opera che ha sì il sapore un po' acerbo dell'esordio ma che lascia profondamente intuire non solo un gran senso cinematografico, ma anche una buona conoscenza della settima arte, con omaggi, più o meno voluti, a tanti grandi del cinema italiano e non solo: su tutti Lamberto Bava, che probabilmente non a caso era stato il regista del videoclip dei Tiromancino L'amore impossibile. Nel cast la compagna e musa di Zampaglione Claudia Gerini affiancata da valenti caratteristi: dall'ultraottantenne Remo Remotti alla partecipazione straordinaria di Ernesto Mahieux. La colonna sonora, neanche a dirlo, è firmata dai Tiromancino. Un amalgama fresco e intelligente, che scorre fluido come un film davvero fatto bene. Forse, magari, una promessa.
Come l'ombra [Videoregistrazione] / regia di Marina Spada
: Medusa home entertainment, [2008]
Abstract: Claudia vive sola a Milano, dove attende un'occasione. Di giorno lavora in un'agenzia di viaggi e la sera studia russo. Attratta dal suo nuovo insegnante ucraino lo invita a cena e tenta un approccio. Boris, scostante e misterioso, si sottrae al suo bacio maldestro, rendendosi poi irreperibile. Alla vigilia della partenza estiva per la Grecia, l'uomo si affaccia nuovamente nella sua vita per chiederle di ospitare qualche giorno la cugina Olga. Le loro solitudini si trasformeranno in un'amicizia profonda. Un fatto tragico e inaspettato la spingerà finalmente ad agire. Presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 63 e successivamente approdato nei prestigiosi festival internazionali di Toronto, Londra e Montpellier, il nuovo film di Marina Spada racconta una storia di solitudine a Milano, costringendoci a interrogarci su noi stessi e sul significato della nostra presenza fra le cose e le persone. Come nel cinema di Antonioni, la donna diventa il filtro della crisi, capace di recepire l'inquietudine dei tempi e di farsi carico della consapevolezza della solitudine e dell'incomunicabilità delle relazioni umane. Quelle che esistono dietro le nostre finestre, tra le architetture decadute della città, sotto le insegne luminose dell'Esselunga, lungo i binari delle stazioni metropolitane. Quello della Spada è un cinema di silenzi, di tempi meravigliosamente morti, di riti e gesti ripetuti intesi a rappresentare l'epifania di una donna al termine di un viaggio esistenziale, dove il lavoro sembra essere la sola risposta alla solitudine. Nel suo film la figura femminile non è mai decorativa e non esiste in funzione del personaggio maschile, che incarna piuttosto l'"uomo senza qualità" antonioniano. Claudia, interpretata con carattere e misura da una blasonata ("Best Actress" a Mons) Anita Kravos, sembra incapace di provare a vivere e a integrarsi col mondo. Con Olga, la sua controparte bionda precipitata nella sua casa dall'Ucraina, recupera la pienezza del vivere e la partecipazione consapevole alla vita. La terza amica e terzo personaggio è invece Milano, quella multietnica degli immigrati di colore, del quartiere cinese, dei polacchi della Centrale, quella fotografata da Gabriele Basilico, anonima e senza storia, dove si perde l'identità. Campo d'azione privilegiato del suo sguardo è da sempre il paesaggio urbano milanese, dove il fotografo documentarista ricerca il dialogo incessante tra la specificità del luogo e il fatto che il mondo conosciuto e abitato si assomigli sempre di più. Regia e fotografia mettono in relazione Milano (de-milanesizzandola) con luoghi diversi del mondo occidentale, globalizzando così le architetture e universalizzando la solitudine. Ma il cinema ritroso, radicato (nel milanese) e indagatore di Marina Spada è anche e ancora una volta un progetto politico, la ricerca di un'alternativa quando il fare cinema in maniera "tradizionale" diventa impossibile, quando il mercato del lavoro nega qualsiasi espressività individuale. Così se Forza cani, il suo debutto in lungo, scavalcò gli ostacoli dell'industria culturale con un'idea nuova di produzione e di distribuzione cinematografica (il film fu finanziato attraverso la rete), Come l'ombra si è "comperato" la color correction e il passaggio in pellicola con un mutuo in banca e il contributo generoso della Film Kairós. Adesso confidiamo nello spettatore, perché "l'ombra" illuminata di Marina Spada lasci il segno sulla città e sullo schermo.
Matador [Videoregistrazione] / regia di Pedro Almodovar
: Luckyred homevideo, 2006
Abstract: Torero in ritiro e avvocatessa s'incontrano, si amano, si uccidono nell'attimo del piacere. Melodramma sulla corrida tutto sopra le righe dove gli esseri umani sostituiscono i tori, con un sottofondo di ironia provocatoria. Amore e morte in una Spagna divisa tra rock e Opus Dei.
Final destination 3 [Videoregistrazione] / regia di James Wong
: Eagle pictures, 2006
Abstract: Un gruppo di studenti si reca in un parco di divertimenti per festeggiare il conseguimento del diploma. Tra loro c'è Wendy, che, insieme al suo ragazzo Jason, sta per affrontare un giro sulle montagne russe. Non appena si siede sulla giostra, però, Wendy ha un'orribile immagine premonitrice di un disastro e cerca di scendere a forza dalla piattaforma di lancio, nonostante le rassicurazioni di Jess. A darle una mano interviene un suo compagno di scuola, Kevin, che l'aiuta a venire giù dalle montagne russe prendendosi gli insulti di alcuni ragazzi, che lo deridono chiamandolo vigliacco. Una volta a terra, Wendy, Kevin e altri ragazzi, scesi anche loro, non possono far altro che assistere inermi ad un terribile incidente, quando i carrelli della giostra deragliano dai binari perdendo il controllo. E' a questo punto che per il gruppo scampato alla tragedia inizia una caccia agli indizi per sfuggire alla morte che non è riuscita a prendersi le loro vite al parco giochi... "Ai cultori dell'horror l'idea di partenza del primo 'Final Destination' piacque parecchio. (...) Quando il meccanismo fu riproposto in una seconda puntata, la mancanza di novità lo rendeva già molto meno interessante. Ora mostra la corda in 'Final Destination 3', pur diretto non indegnamente dal regista del prototipo, James Wong. (...) Nel tentativo di apportare una variante alla formula, il film immagina che la Morte, per assicurarsi le sue prede, faccia ricorso a una serie di incidenti domestici, dalla cabina per l'abbronzatura al distributore di benzina; il che, poi, conferma le notizie statistiche sulle cause di decesso violento. Nel rappresentarli, il volenteroso Wong sceglie la via più truculenta, onde compensare la carenza di ingegnosità del tutto. Il risultato sembra un giro di giostra, anche un po' noioso." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 marzo 2006) "Chi non muore si rivede. La Morte non muore mai e quindi si rivede spesso. Anche al cinema. E soprattutto in 'Final Destination 3' di James Wong dove il Tristo Mietitore deve fare sempre i conti, come nel primo e secondo episodio di questa sagace saghetta, con qualche ragazzino che sfugge casualmente alla sua Fine. Non si fa. (?) L'idea di mischiare humour & horror funziona ancora e grazie al ritorno del vivace James Wong, regista del primo film e purtroppo assente nel secondo, si può sghignazzare non poco per un nuovo massacro di giovani yankee un po' citrulli. La Morte non ha corpo e non se ne va in giro con la falce ma è rappresentata come un soffio di vento letale che anima oggetti che da confortevoli diventano agghiaccianti strumenti di tortura. Vedere cosa succede in un pacifico solarium per credere." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 24 marzo 2006) "Per il terzo episodio della serie 'Final Destination' sono stati richiamati il regista James Wong e lo sceneggiatore Glen Morgan, autori del primo film. I due, che si sono fatti le ossa con serie televisive di successo come 'X Files' e 'Millennium', inseriscono qualche novità senza cambiare più di tanto una formula narrativamente ed emotivamente vincente. (?) Dopo le sciagure aeree e gli incidenti automobilistici dei primi due film, il teen-horror 'Final Destination 3' trova humour nero e tensione spettacolare nella corsa impazzita dell'ottovolante di un luna park. Emozioni, angoscia e ritmo garantiti." (Alberto Castellano, 'Il Mattino, 25 marzo 2006) "La forza del destino, parte terza. Appuntamento con la morte nel serial horror sul cui set sono stati richiamati il regista James Wong e lo sceneggiatore Glen Morgan. Ma non importa quello che fanno dire ai ragazzi che, dopo un incidente sulle montagne russe di una giostra, tentano di scampare al destino, è un dialogo di servizio, con volti di teenager uguali a mille altri. Quel poco di tensione che c' è nel film è nel fatto che non si può sfuggire al Fato: gli scampati, come quelli che riuscirono a salvarsi dalle sciagure aeree e automobilistiche, avvertono gli amici, ma il peggio accade ineluttabilmente con casi fortuiti e speciali per cui i ragazzi vengono spappolati a vista nei modi più incredibili, quasi da cartoon. Niente di nuovo, ma il rodaggio professionale permette una visione senza troppa noia in attesa delle scene truci che contengono perfino un involontario humour nero." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 25 marzo 2006)
Notturno bus [Videoregistrazione] / regia di Davide Marengo
: 01 distribution, 2007
Abstract: Franz e Leila si incrociano per un assurdo scherzo del destino. Lei è una ladra affascinante e impenitente, lui un autista d'autobus annoiato, depresso e con il vizio del gioco. La coppia dovrà cavarsela in una serie di situazioni grottesche e pericolose, ma forse la fortuna si metterà finalmente sulla loro strada... "Atmosfere, originalità, senso della misura. Non è affatto poco se si tratta di un noir. Soprattutto se italiano e di un semiesordiente come Davide Marengo. Che il ragazzo avesse sale in zucca si è capito dalo sperimentale Craj con Teresa de Sio e Giovanni Lindo Ferretti. Ancora più stupefacente, quindi, il volo pindarico dal documentario teatrale al noir metropolitano. E per di più senza neanche lambire i video clip del passato, come spesso accaduto ad assai più blasonati colleghi. Eppure nel romanzo di Giampiero Rigosi le premesse ci sarebbero state tutte: un microchip miliardario, loschi e spietati figuri disposti a tutto per ottenerlo, una caccia senza esclusione di colpi che finisce per coinvolgere un inconsapevole autista di autobus e una scaltra ladruncola in fuga dal mondo. Delle idee chiare di Marengo parla già la loro recitazione. Entrambi misurati come non si vedeva da tempo, sono Valerio Mastandrea e Giovanna Mezzogiorno. (...) Il meglio però è nella forma: movimenti di macchina, fotografia notturna e originalissime inquadrature, che nell'incipit fanno quasi pensare al bingo. E' bravo e maturo Marengo. Non solo ha occhio e sa quello che vuole. Si tiene anche alla larga dalle macchiette e quando necessario cede a qualche compromesso. (...) Non c'è che da aspettare il momento in cui potrà assecondare liberamente le sue intuizioni." (Diego Giuliani, 'Rivista del Cinematografo', maggio 2007) "Lo stano caso di 'Notturno bus' è quello di un libro indigesto che diventa un gradevole film del tipo 'vedi e getta'. (...) Si sono messi in cinque per scrivere il 'soggetto originale' tratto dal romanzo. Il fatto strano è che tranne poche modifiche la trama rimane invariata, se mai irrobustita qua e là da una battuta particolarmente azzeccata e da qualche efficace snodo di sceneggiatura. Con l'occhio alla stella polare di 'Pulp Fiction', l'abile regista Davide Marengo specialista in videoclip ha privilegiato il pedale grottesco. La greve materia ne risulta alleggerita e offre opportuni spunti non solo ai deliziosi Giovanna Mezzogiorno e Valerio Mastandrea, che meritano di venir decorati sul campo, ma anche a una schiera di pimpanti comprimari american style tra i quali spiccano i tre pistoleri: Ennio Fantastichini da una parte e il duo Roberto Citran - Francesco Pannofino dall'altra." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 11 maggio 2007) "Davide Marengo, il regista, viene dal videoclip, ha già diretto un bellissimo documentario sulla taranta, 'Craj-Domani', e il suo mondo di riferimento si percepisce in questo road movie notturno alla romana, omaggio un po' ossessivo, sulle note di 'La Paranza' di Daniele Silvestri, all'estetica del fumettaccio, agli inevitabili B-movie con donnine, magnaccia slavi e killer da splatter. insomma alla pop cultura de noantri con un riferimento dovuto a schegge impazzite dei violenti anni 70. Tentativo lodevole di basso costo con brio, ma la regia è un po' televisiva, il citazionismo fin troppo scoperto e il gioco di intrecci tra personaggi della notte: nonostante l'ironia frammentario. 'Notturno Bus' ha però uno scarto in più, benché sgangherato, rispetto alla pletora di commedie generazional-sentimentali: gli attori, tutti un po' in età, che portano sapori da antica commedia dei caratteri in questo noir alla vaccinara. Bravi tutti (e volutamente sopra le righe): Ennio Fantastichini, Francesco Pannofino, Antonio Catania e Giovanna Mezzogiorno con quella parrucca rossa. Ma domina, per intelligenza, tempi perfetti e amara indolenza mediterranea, l'emozionante Valerio Mastandrea, autista di autobus filosofo e rovinato dal gioco. Un attore magnifico con l'unico difetto di sbagliare spesso film. O è il nostro cinema piccino che se lo lascia scappare?" (Piera Detassis, 'Panorama', 17 maggio 2007) "Tutto in una notte: incontro, avventure, fughe, la scomparsa di un microchip che può portare alla rovina un uomo potente, mutamenti. Tratto dal romanzo di Giampiero Rigosi (Einaudi), 'Notturno Bus' di Davide Marengo è una commedia insolita, divertente, veloce, anche un po' romantica, che usa in modo nuovo alcuni dei migliori attori italiani. (...) La sempre lodata commedia italiana ha attraversato nel corso del tempo fasi diverse: la commedia originaria degli Anni Sessanta e Settanta, mix di ironia, divertimento e coraggiosa critica sociopolitica; la commedia puerile di Franchi & Ingrassia, di Bud Spencer & Terence Hill; la commedia erotica, degenerazione del Boccaccio di Pasolini; adesso,la commedia sentimentale per adolescenti. 'Notturno Bus', molto riuscito, appartiene a un genere ancora differente, un po' americano e un po' elegante, nel quale la vita disastrata di questi anni acquista un tocco di leggerezza dato dall'abitudine, un tocco di divertimento nato dalla vitalità, un tocco di spavento e insieme, come sempre, d'amore." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 11 maggio 2007) "'Notturno Bus', e l'apparizione di un nuovo regista che è Davide Marengo, sono da salutare come new entry degne della massima attenzione. Costruito intorno a un romanzo, quello di Giampiero Rigosi, supportato da collaborazioni artistiche di pregio (Arnaldo Catinari alla fotografia), e da un bel cast con Valerio Mastandrea, Giovanna Mezzogiorno e Ennio Fantastichino in prima linea, l'intreccio brillantemente presentato e brillantemente sostenuto dagli interpreti è quello di un 'giallorosa', se possiamo servirci di una terminologia un po' retro. (...) Il film ha tutta l'aria di nutrire una grande ambizione, di candidarsi a diventare fenomeno come lo sono diventati 'Notte prima degli esami' e 'Tre metri sopra il cielo' (e derivati). Lo dichiara una calcolata strategia di marketing, una campagna di lancio molto strutturata intorno alla valorizzazione degli elementi contenuti nella storia. E, vistosamente, quei titoli di coda che hanno abbinato l'idea dell'autobus dal quale vediamo scendere un numero spropositato di persone, volti noti o no, sulle note trascinanti della 'Paranza' cantata da Daniele Silvestri. Cresce l'autorevolezza di Mastandrea, ma resiste il retropensiero sulle sue potenzialità non del tutto esplorate." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 11 maggio 2007) "Tutto gira con cronometrica semplicità, con uno stile sapido che non intorbida il racconto con un surrealismo di maniera. il regista Davide Marengo, all'esordio, ama i suoi attori, li circonda con discrezione, senza contrastarli, con uno stile di regia esemplarmente classico e Mastandrea è un perdente di successo che non si dimentica. Gli occhioni della Mezzogiorno abbracciano l'intero film, il bravo doppiatore Francesco Pannofino mostra finalmente il suo volto, aggiungendosi ai bravi caratteristi che il nostro cinema sembrava avere perduto. Bentornato cinema italiano, speriamo." (Adriano Di Carlo, 'Il Giornale', 11 maggio 2007) "Il cinema italiano sa far piangere, sa far ridere, sa fare riflettere, sa documentare. Ma una cosa non sa proprio fare: il cinema di furto e rapina. Che è poi cinema di genere, come vorrebbe essere questo 'Notturno bus', un 'Fuori orario' scorsesiano, senza limitazione di tempo (la notte), di spazio (un'area geografica ben delimitata) e senza quella capacità di sfrondare ansie e brividi del narrato, nel disincanto della finzione. (...) 'Notturno bus' è frutto di dodici mani in sceneggiatura che appesantiscono la stratificazione di senso: il cinismo del trio di cattivi agenti che non si spinge mai oltre la macchietta, l'amore che alla fine regge e governa il mondo, la battuta comica sempre pronta in bocca a tutti. Miscellanea di intenzioni, più che percorso diretto, il film di Davide Marengo ha un unico squarcio maledetto assolutamente riuscito: l'inseguimento tra autobus davvero action-movie, con tanto di rischiosissima sparatoria in movimento. Si poteva fare meglio, peccato." (Davide Turrini, 'Liberazione', 11 maggio 2007) "'Notturno bus' di Davide Marengo, è una noir-sentimentale dal montaggio veloce, con un po' di thriller e di pulp. Che alterna momenti suggestivi (le ombre bluastre, la fotografia di Arnaldo Catinari) a scene poco credibili. Non starà veramente nascendo un nuovo cinema italiano capace di mischiare tutti i generi? Magari manca ancora qualcosa in questo senso, ma i protagonisti funzionano e Marengo merita delle possibilità." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 11 maggio 2007) "Un romanzo giallo di Giampiero Rigosi dai toni a volte molto cupi, scritto qualche anno fa, diventa nelle mani dell'esordiente Davide Marengo una specie di favola notturna sulla fragilità dei sentimenti, dove la trama spionistico-avventurosa funziona soprattuto come "pretesto" narrativo per una serie di ritratti scanzonati e divertiti di alcuni tipi umani. (...) E proprio il protagonista maschile sa mettere nel film una nota di autenticità (pur all'interno di un personaggio volutamente stereotipato: l'eterno perdente con l'altro sesso) che in certe scene colpisce nel segno. In questo modo un film che si voleva dichiaratamente parodistico e spensierato, pensato soprattutto per un pubblico "giovanilista" che forse esiste solo nei trattati dei sociologi, sa regalare qualche momento di divertimento." (Paolo Mereghetti, "Io Donna", 12 maggio 2007) Note - FILM REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL MIBAC. - LA VOCE DI ANNA ROMANTOWSKA È DI MELINA MARTELLO, QUELLA DI MAREK BARBASIEWICZ È DI ANDREZEJ ROMAN JASIEWICZ. - DAVID DI DONATELLO 2007 PER LA MIGLIORE CANZONE ORIGINALE ("LA PARANZA" DI DANIELE SILVESTRI). - CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2008 PER: MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE E CANZONE ORIGINALE ("MI PERSI").
Funeral party [Videoregistrazione] / regia di Frank Oz
: Dolmen home video, 2007
Abstract: Una normale famiglia inglese, divisa da gelosie, odi e antichi dissapori, si riunisce il giorno del funerale del patriarca. Amici e parenti si ritrovano e ognuno deve sforzarsi di venire a patti con gli altri, dissimulando le proprie ansie. Daniel, uno dei figli del defunto, deve tenere fede alla promessa fatta a sua moglie Jan di una vita migliore e intanto si sta preparando a fronteggiare il fratello Robert, un famoso romanziere pieno di sé che è in volo da New York. Intanto arriva anche la loro cugina Martha, che ha deciso di presentare finalmente il suo nuovo fidanzato, Simon, al padre, sperando che questa volta lui approvi. Il suo piano, però, naufraga miseramente quando Simon assume per caso una droga sintetica e diviene preda di crisi incontrollabili e si spoglia proprio di fronte al suo potenziale suocero. L'arrivo di un misterioso invitato, però, scuote tutta la famiglia. L'uomo si dichiara a conoscenza di un terribile segreto che riguarda il patriarca e che potrebbe danneggiare tutta la famiglia e si dice pronto a rivelarlo. Questa rivelazione, per la prima volta, mette d'accordo tutta la famiglia: gli scheletri devono rimanere ben nascosti negli armadi. "Fra i molti modi per valutare la riuscita di un film comico, uno dei più sicuri consiste nel misurare la sua capacità di sorprenderci. A partire dall'uso degli attori. Mettete un grande comico in mano a un cattivo regista e qualcosa verrà fuori di sicuro. Ma orchestrare un crescendo di risate senza mattatori è un altro paio di maniche. E se la cosa riesce vuol dire che dietro la macchina da presa c'è qualcuno che sa il fatto suo. E' il caso dell'inglese Frank Oz, già mente dei Muppet, poi regista di commedie scattanti come 'In & Out', 'Bowfinger', 'La piccola bottega degli orrori', che in questo 'Funeral Party' riesce a tenerci sulla corda per i classici 90 minuti anche se tutti sappiamo ancor prima di entrare in sala che stiamo per assistere al classico funerale in cui tutto va storto, uno degli espedienti più antichi (e abusati) del comico di tutti i tempi. Dov'è allora la sorpresa? Primo: nella gestione oculata degli attori. Molti di loro sono facce note ma non notissime, e non necessariamente per film o per ruoli comici. E poi i più divertenti, quelli destinati alle trasformazioni più demenziali e alle gag più infallibili, sono quelli che meno ci aspetteremmo. Così come il lungo prologo, un po' fiacchino, con i vari personaggi che convergono sulle loro auto verso il luogo del funerale, sembra messo lì apposta per abbassare le nostre attese (le nostre difese) e portarci inermi al crescendo che scatta quando il personaggio più scialbo e anodino comincia a dar fuori di matto per ragioni da non rivelare per nessuna ragione. Basterebbero le stranezze di questo roseo e compunto avvocato che a un certo punto finirà nudo sul tetto ad animare questa commedia che usa tutti i mezzi del comico (i tempi indiavolati della farsa, gli equivoci dello slapstick, il rovesciamento di ogni tabù sessuale e religioso) per inventare qualcosa che è insieme classico e irriguardoso." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 settembre 2007) "Per me Frank Oz, nonostante i tanti film a Hollywood e il suo successo abbastanza recente con 'In & Out', resta il regista scanzonato e amabile de 'La piccola bottega degli orrori' in cui era riuscito a vestire di nero, con spunti grotteschi, un filone del cinema fantastico. Oggi ha attraversato l'oceano, si è trasferito in Inghilterra, patria dell'umorismo nero, e si è messo con tutto l'impegno a portare sugli schermi una sceneggiatura di un inglese quasi esordiente, Dean Craig, attraversata dal principio alla fine da una irresistibile comicità quasi macabra. Risolta con un brio, una vitalità eccentrica e un gusto per il paradosso cui difficilmente si resiste. (...) Frank Oz conduce la giostra che, in qualche passaggio, diventa addirittura ridda. In certi episodi, volutamente, ci va giù in modo addirittura pesante, trasformando la commedia in farsa, in genere, però, si tiene a un umorismo malizioso anche quando le situazioni precipitano e si finisce in un vortice di incidenti e di sorprese da cui nessuno crede più di poter uscire. Divertendo sempre (perfino quando accetta un finale serio) e facendo in modo, anche nei momenti più agitati, di non scivolare troppo nel dubbio gusto. Naturalmente gli interpreti gli corrispondono, scelti tutti tra i visi più noti di un certo cinema inglese di oggi. Il nano invece, è l'americano Peter Dinklage. Il suo grottesco lo porta al diapason." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 21 settembre 2007) "Se uno, nella stessa vita, doppia il maestro Yoda e Miss Piggy dei Muppets, vuol dire che è baciato dal talento, dalla fortuna e anche da un tocco di sana follia. E Richard Frank Oznowicz, in arte Frank Oz, ne ha da vendere. Autore di successi ammiccanti ('In&Out'), raffinati remake ('La donna perfetta'), thriller spericolati e ambiziosi ('The Score', con De Niro e Marlon Brando) è un artista colto ed eclettico. E' attore, scrittore, sceneggiatore, regista, doppiatore, professore, umorista. La sua vita potrebbe essere un film e potrebbe avere come voci fuori campo le sue buffe tonalità in falsetto. Il diminutivo Oz gli si addice, irriverente, scorretto, opportunista ma anche fantasioso e infantile come il famoso mondo di Dorothy. Si era un po' ammorbidito e nascosto nelle ultime produzioni nordamericane, ammiccanti e prive della solita verve. E' quindi tornato in patria, sfidandola con un low budget irresistibile, 'Funeral Party. Commedia british ma anche farsa sfrenata, è riuscita persino nell'impossibile: far cadere dalla sedia i compassati svizzeri che a Locarno gli hanno tributato un plebiscito, facendogli vincere il premio del pubblico della Piazza Grande. Oz ci offre situazioni e sketch che, da Allen a Newell, abbiamo stravisto. La sua abilità sta nel non essere comunque prevedibile e nel mantenerne intatte, anzi rinnovarne, la vis comica e ribelle." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 21 settembre 2007) "Il crescendo di risate è assicurato, grazie anche ad attori inglesi sopraffini e a un meccanismo narrativo semplice, ma molto efficace. Molte sono le trovate per questa 'screwball' che omaggia gli archetipi del genere, facendoci ricordare quanto erano belli film come 'Arsenico e vecchi merletti' e 'La signora omicidi', con quella raffica di situazioni esilaranti, battute indimenticabili e grandi attori. 'Funeral Party' restituisce in chiave moderna questa antica tradizione." (Dario Zonta, 'L'Unità', 21 settembre 2007) "Si ride grasso e a rate, nonostante il ritmo vorticoso, i (discutibili) guizzi di spirito e la classe degli ignoti interpreti." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 21 settembre 2007) "Il regista Frank Oz tenta in tutti i modi di rinverdire la tradizione della black comedy, la commedia nera e dell'humour macabro britannico. Quello che negli anni Sessanta, ambedue volte sull'onda di precedenti letterari, fece centro con 'Il caro estinto' e 'La cassa sbagliata'. Grandi parate di attori come John Mills, Michael Caine, Ralph Richardson nel secondo caso, John Gielgud e Lionel Stander nell'altro. Anche questo cast è assai brillante ma non riscatta l'aria polverosa del pur gradevole insieme." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 21 settembre 2007) "Proprio il fare un nano di quest' ultimo personaggio è l unica aggiunta di Oz al copione, suggerita dall'opportunità di utilizzare un formidabile piccoletto americano che si chiama Peter Dinklage. Ma l'intero cast ha modo di brillare in un insieme dove ciascuno degli interpreti ha un suo spazio e una coloritura particolare. Al motto 'niente divi, per carità!' il regista ha puntato solo sulla bravura dei prescelti e sulla loro capacità quasi jazzistica di recitare combinati." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 21 settembre 2007) "Frank Oz, regista e attore inglese trapiantato in America, autore di alcune commedie di successo come 'La donna perfetta', 'In & Out', ha costruito questa volta una black comedy che ruota intorno a un funerale. (...) Oz è bravo a trattare la celebrazione del lutto in chiave paradossale, a trasformare un solenne momento di raccoglimento e preghiera in una divertente catastrofe e trova a tratti l'equilibrio espressivo per far coesistere un humour molto british e lo spirito della slapstick comedy americana (con echi di 'Quattro matrimoni e un funerale' e 'Arsenico e vecchi merletti'). Un'ottima squadra di attori inglesi rende incisivo il campionario umano (...) Certo Oz non è Blake Edwards e poiché il film è interamente girato in interni, alla distanza certe gag non hanno la necessaria efficacia visiva e verbale." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 22 settembre 2007) Note - PREMIO DEL PUBBLICO UBS AL 60MO FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM LOCARNO (2007).
Il matrimonio di Tuya [Videoregistrazione] / regia di Wang Quan an
: Luckyred homevideo, 2007
Abstract: A causa dell'espansione dell'industria cinese oltre i confini della Mongolia, molti pastori nomadi sono costretti ad abbandonare il loro stile di vita per stabilirsi in fattorie vicine ai centri abitati. Tra gli irremovibili pastori che non vogliono abbandonare i loro pascoli c'è la bella Tuya, una donna forte e coraggiosa, proprietaria di un gregge di cento pecore, che con il suo lavoro mantiene i due figli e il marito disabile, Bater. L'uomo ha più volte proposto il divorzio alla moglie, così da renderla libera di trovare un altro marito che possa aiutarla nella sua difficile situazione. Tuya ha sempre rifiutato ma, purtroppo, le conseguenze del duro lavoro non tardano a farsi sentire e quando anche lei si ammala inizia a prendere in considerazione la proposta del marito. L'occasione di cambiare vita arriva grazie a Baolier, un ex-compagno di scuola di Tuya che, dopo aver trovato una casa di cura per Bater, accoglie la donna e i suoi figli nella sua abitazione in città. Ma non sarà così semplice. "È una dolce poesia dalla Mongolia 'Il matrimonio di Tuya' di Wang Quan An. Nelle gelide pianure, dove i pastori sembrano bizzarri cavalieri sui loro cammelli, Tuya (Yu Nan) vive un'esistenza difficile con due figli, il marito paralitico e una fattoria da accudire. È innamorata, ma deve divorziare per cercarsi un nuovo sposo, che l'aiuti e che accetti in casa, oltre i figli, anche l'ex marito. Il pretendente è il vicino, che per un sì dovrà sottoporsi a dure prove da amor cortese." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 11 febbraio 2007) "Convincente, anche se meno ambizioso, il film cinese 'Tu ya de hun shi' ('Il matrimonio di Tuya') di Wang Quan' an. (...) Ne poteva uscire una specie di commedia di costume, ma Wang punta la macchina da presa soprattutto sulla grigia quotidianità, fatta di ripetitività e stanchezze, riuscendo a trasmettere allo spettatore il senso di un mondo antico, cocciuto nel difendere i propri valori." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 11 febbraio 2007) "L'opera fu sostenuta con ardore, in giuria a Berlino, da Nansun Shi, produttrice di Hong Kong, moglie del sommo Tsui Hark, businness-woman cinefila, malata di film d'azione, teorica del suspance, dell'estremismo trash e del multidinamismo interno all'immagine. Proprio il contrario di questo film lento, d'atmosfera, ma mai noioso. Che ha protagonisti maschi presi dalla strada: il pastore mongolo Bater (ora è un contadino); il pastore mongolo Sen Ge, che sogna di diventare fantino; il piccolo pastore mongolo Zhaya, che sarà il più giovane haker della Mongolia Interna e Peng Honxhiang, l'uomo d'affari mongolo Baolierr che adesso ha cinesizzato il suo nome ed è diventato direttore di ristorante. Insomma 'Tuya' è un omaggio intimista alla dignità delle culture marginali ed alla vitalità delle differenze contro l'omologazione, combattuta con tempi morti arcaici e rudi nenie del west." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 8 giugno 2007) "Il grande pregio del film è raccontare questa drammatica normalità, accompagnarci nella banale inesorabilità della fine di un'epoca, di un costume, di una civiltà. Lo fa percorrendo un sentiero molto stretto (non quello battuto dall'immancabile motoretta scassata, uno dei nuovi stereotipi irrinunciabili di un certo cinema), rinunciando all'ermetismo orientale. Alcuni, i puristi, potrebbero vederci didascalismo e sciatteria, ma non sembra esserci alcun compromesso 'commerciale' nelle scelte registiche e stilistiche. Piuttosto, una comunità cinematografica che, senza perdere in nessun modo forti radici identitarie (vedi Mira Nair ma anche Giorgio Diritti) cerchi l'universale attraverso il proprio particolare. Oltre ad essere lodevole è anche più affascinante e propulsiva. La firma del film è una delle scene finali: l'effige di Mao assiste ironicamente a un sistema sanitario che rifiuta assistenza ai miserabili. A migliaia di chilometri di distanza da Michael Moore. Una denuncia secca, semplice, diretta come questo film, forse prevedibile ma bello nel suo essere una metafora essenziale del reale." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 8 giugno 2007) "Da una sceneggiatura di Lu Wei, già collaboratore di Zhang Yi-Mou ('Vivere') e di Chen Kai-Ge ('Addio mio concubina'), un film semplice e solenne, elementare e universale, sulle grandi questioni della vita, senza rinunciare a tante e vive venature quotidiane, umoristiche, e a tanti riferimenti sociali che solo in parte noi spettatori lontani riusciamo a cogliere. Insomma proprio quello che secondo una soverchiante ideologia rinunciataria - spesso in nome di qualche appiccicaticcio 'post-qualcosa' che spiegherebbe e giustificherebbe tutto: prendi la suprema vacuità dell'ultimo Tarantino - sarebbe diventato oggi impossibile. Non è vero." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 8 giugno 2007) "In quanto quadro di una civiltà in estinzione, il film ha un indubbio valore: basti pensare che i luoghi dove il regista ha girato, gli ultimi adibiti a pascolo, dopo la lavorazione sono scomparsi. Ma il pregio maggiore è un altro: se lo smalto è realistico, il racconto nella sua arcaica semplicità è bello e coinvolgente. E, grazie all'intensa interpretazione di Yu Nan, unica attrice in un cast di non professionisti, quello di Tuya emerge come un grande e indimenticabile personaggio femminile." (Alessandra Levantesi, 'La Stampa', 8 giugno 2007) "Gli altipiani della Mongolia Interna sono fra le zone meno popolose della Cina, eppure 'Il matrimonio di Tuya' è un festival di umanità. Una sfilata di facce, caratteri, personaggi, passioni, che sembra uscita da un romanzo dell'Ottocento - anche se il quadro di sradicamento economico e culturale appartiene al nostro poco colorito presente. Dietro la storia della bella Tuya e dei suoi due mariti, che per certi versi è quasi una commedia, c'è infatti il dramma di un popolo costretto a passare nel giro di pochi anni dalla pastorizia all'industrializzazione, dalla vita nomade allo stile anonimo e sedentario delle civiltà urbane. Ma il bello del film di Wang Quan An, meritato Orso d'oro a Berlino, sta proprio nel suo lasciare il dramma sullo sfondo per concentrarsi su pochi ma impagabili protagonisti, suggerendo grazie a un pugno di facce e di paradossi il tramonto di un'intera cultura." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 giugno 2007) Note - ORSO D'ORO E PREMIO DELLA GIURIA ECUMENICA AL 57MO FESTIVAL DI BERLINO (2007).
Il ladro [Videoregistrazione] / regia di Alfred Hitchcock
: Warner home video, 2004
Abstract: Sanja nasce nel 1946 nella povera campagna sovietica. Sei anni dopo, nel 1952, Katja, la giovane mamma, e Sanja sono su un treno che attraversa la Russia ancora intenta a risollevarsi dalle macerie della guerra mondiale. Ad una delle stazioni sale sul treno un giovane in uniforme. Si chiama Tolyan e tra lui e Katja nasce un'immediata, reciproca attrazione. Tutti e tre scendono dal treno in una piccola città di provincia, dove affittano una stanza in un affollato appartamento comunale. Katja, Sanja e Tolyan cominciano a vivere come una vera famiglia. Tolyan vorrebbe sentirsi chiamare papà ma il ragazzino non ci riesce, anche se sente molto il fascino per l'uomo che è la sua prima figura maschile di riferimento. Da lui Sanja apprende le prime regole di vita e prova per lui un sentimento misto di amore e odio. Un giorno Tolyan accompagna al circo tutti i coinquilini, abbandonandoli poi con una scusa. Katja lo segue e lo scopre mentre ruba nell'appartamento vuoto. Tolyan non è un soldato ma un ladro. Katja però non vuole abbandonarlo, fuggono tutti insieme, in altre città l'operazione di furto si ripete ed anche Sanja è coinvolta. Una volta vengono scoperti, Katya decide di partire ma, alla stazione, Tolyan viene arrestato. Poco dopo Katja e Sanja guardano i prigionieri che vengono portati via. Sanja corre verso Toljan e gli grida: 'Papà!'. In seguito Katja muore a causa di un brutto aborto e Sanja finisce in orfanotrofio. Passano quattro anni e Sanja, dodicenne, si imbatte per caso in Tolyan, vagabondo sporco e ubriaco. Tolyan finge di non riconoscere il ragazzo e ironizza sulla figura di Katja. Ferito e addolorato, Sanja prende una pistola e lo uccide. Note PRESENTATO IN CONCORSO AL FESTIVAL DI VENEZIA 1997.
L' angelo ubriaco [Videoregistrazione] / regia di Akira Kurosawa
: Mondo home entertainment, [200-?]
Una meravigliosa domenica [Videoregistrazione] / regia di Akira Kurosawa
: Mondo home entertainment, [200-?]
Abstract: La domenica di Yuzo e Masako, coppia di giovani fidanzati con un passato di sogni infranti e l'avvenire grigio e povero. Dopo una giornata passata fra incomprensioni e litigi, infortuni e umiliazioni, strani incontri ed un passato che "non torna" i due si riconciliano in un parco pubblico. Yuzo accompagna poi Masako alla stazione dandole appuntamento alla prossima domenica.
Le ferie di Licu [Videoregistrazione] / regia di Vittorio Moroni
: 01 Distribution, 2007
Abstract: Il 27enne Licu è arrivato a Roma da sei anni e da poco ha ricevuto il permesso di soggiorno. Musulmano di origine bengalese, Licu vive in un appartamento che divide con altre otto persone, e lavora dodici ore al giorno dividendosi tra il magazzino di un laboratorio tessile e la cassa di un negozio di generi alimentari. Licu si è integrato piuttosto bene, ma per rispettare le usanze del suo Paese accetta di sposare la ragazza che sua madre ha scelto per lui. Licu parte così per il Bangladesh dove avrà luogo il matrimonio con Fancy, una ragazza di 18 anni che lui ha visto solo in fotografia. Dopo vari contrattempi e complicazioni, il matrimonio viene celebrato e i due novelli sposi tornano in Italia dove inizieranno il difficile cammino per imparare a conoscersi e, se possibile, amarsi. Note - IN CONCORSO ALL'ALBA INTERNATIONAL FILMFESTIVAL (2007) NELLA SEZIONE 'CINEMA, UNO SGUARDO NUOVO'. - CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2008 COME MIGLIOR DOCUMENTARIO ITALIANO.
La masseria delle allodole [Videoregistrazione] / regia di Paolo e Vittorio Taviani
: 01 distribution, 2007
Abstract: Turchia, 1915. In una cittadina vive la benestante famiglia armena degli Avakian. Nel giorno in cui vengono colpiti dal lutto per la morte del patriarca anche il generale Arkan, capo della guarnigione turca, è presente alle esequie. È il segno di un rapporto, se non di amicizia, di reciproco rispetto tra le due comunità. Ma i Giovani Turchi hanno già pronto un piano per creare la Grande Turchia in cui non ci sarà posto per i ricchi e traditori' Armeni. Nessuna mediazione si rivela possibile. Dalla capitale partono per ogni dove gruppi di militari con l'ordine di uccidere sul posto i maschi (di qualunque età essi siano) e di deportare le donne e le bambine per poi massacrarle nei pressi di Aleppo. La famiglia Avakian viene smembrata e la giovane e vitale Nunik farà di tutto per salvaguardare la vita delle più piccole. I fratelli Taviani non hanno mai smesso di occuparsi del rapporto tra gli individui e la Storia (anche quando si occupavano di Pirandello). Questa volta lo fanno, adattando liberamente l'omonimo romanzo di Antonia Arslan, occupandosi della ferita ancora aperta dell'eliminazione fisica degli Armeni in Turchia. Il film è destinato a suscitare polemiche e i Taviani ne sono consapevoli. Forse proprio per questo costruiscono una struttura narrativa che possa arrivare al grande pubblico e in cui ai Turchi fanatici fanno da contrappunto loro compatrioti, Arkan in primis, attenti ai valori della convivenza. Con un cast veramente composito ma interessante (pregio e difetto delle coproduzioni come questa) tornano anche a riflettere (come già avevano fatto in La notte di san Lorenzo e in Good Morning Babilonia) sul potere dell'immagine che al contempo può essere documento (e quindi occasione di riflessione) o strumento manipolabile per attizzare l'odio. Perdono qualcosa in epicità (anche se la scena della soppressione del neonato è da brividi) ma continuano con determinazione la loro ricerca nei lati oscuri della Storia che qualcuno (in epoca di negazionismi, Shoah compresa) continua a voler mantenere tali.
Rocky III [Videoregistrazione] / regia di Sylvester Stallone
: 20th century Fox home entertainment, 2007
Abstract: In seguito alla vittoria su Apollo Creed, Rocky Balboa è campione del mondo del pesi massimi. Il suo successo va sì che alla fine però Rocky perda la fame di vittoria. Da pugile aggressivo e con l'occhio da tigre, si trasforma in un uomo da spettacolo, molle e dedito al culto di se stesso. La dolorosa sconfitta che gli infligge Cluber Lang, astro nascente che sprizza energia e voglia di affermarsi da tutti i pori, lo distrugge psicologicamente insieme alla morte del vecchio e fedele manager. Lo aiuterà a rialzarsi, costringendolo a duri allenamenti e ad imparare una nuova tecnica, quella della scherma "negra" e quasi danzante alla Cassius Clay, proprio Apollo Creed, il campione battuto. Rocky ritornerà sul ring. "Ancora un capitolo della vita di Rocky, l'interprete del sogno americano secondo cui chiunque può arrivare in cima alla scala del successo purché ci provi. Bisogna dire però che il filone cinematografico, anche se apprezzato dal pubblico alla terza esperienza, va perdendo intensità, spessore psicologico e risvolti umani, come accade ai grandi fiumi quando entrano in 'stanca'". ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 93, 1982).
Rocky V [Videoregistrazione] / regia di John G. Avildsen
: 20th century Fox home entertainment, 2007
Abstract: Dopo aver battuto a Mosca il grande campione Ivan Drago, Rocky Balboa torna in America. Ora gli si pongono due problemi: pena la morte non dovrà più pugilare perchè ha gravi lesioni cerebrali e poi non ha più soldi, a causa delle malefatte di un commercialista senza scrupoli, al quale il cognato e assistente Paulie aveva incautamente dato la procura generale per gli interessi del pugile. Stremato dalle tasse arretrate e venduta la bella casa, Rocky decide di tornare alla natia Philadelphia e si installa in un edificio popolare insieme ai suoi cari: la moglie Adriana e il figlio dodicenne Rocky Jr.. Adriana lavora in negozio e al ragazzino il padre comincia intanto ad insegnare come difendersi da qualche compagno di scuola un po' manesco. Quanto alla boxe, egli vive di ricordi, pensando al suo primo allenatore e alle prime vittorie. Ma ecco che Tommy Gun, un giovanotto suo fan accanito, gli chiede di insegnargli il mestiere. Rocky da prima resiste, poi cede, tutto fiero di un allievo che promette benissimo, fino ad accoglierlo in casa, suscitando la gelosia del figlio. Però Tommy fa presto a perdere la testa, quando un furbo manager, George Washington Duke, gli prospetta una fulminea carriera e comincia a dargli dollari e seducente compagnia. Rivoltatosi contro Balboa che tanto ha fatto per lui, Tommy vince il campionato, senza neppure accennare, nel corso di una intervista in televisione, al nome di colui che l'ha costruito per la sua clamorosa impresa. Quando però, nella conferenza-stampa dopo l'incontro, il ragazzo viene irriso dagli specialisti della stampa sportiva, per i quali l'unico uomo da battere era e rimane Balboa (il furbo ed avido Duke solo per guadagnare dollari gli ha opposto un pugile scadente), Tommy si adira e sfida Rocky. Di notte, in mezzo ad una strada di Philadelphia, avviene una rissa spettacolare, a pugni nudi e senza altre regole se non quelle della rabbia e del rancore. Ma è Rocky a vincere, incurante delle sue lesioni cerebrali e ancora tanto forte dopo lo scontro, da regolare a pugni il conto anche con il malvagio Duke. Con grande gioia del ragazzetto che, ritrovato il papà, se lo porta in giro a visitare i musei cittadini, nelle pause dei primi allenamenti con i guantoni sotto la esperta guida del campione. Sylvester Stallone è sempre il solito. Con il merito, se vogliamo, di qualche malinconia in più. (Gian Luigi Rondi, Il Tempo) Inzeppato di brani dei film precedenti, melodrammatico-ridicolo come al solito, il racconto è divertente. (Lietta Tornabuoni, La Stampa) Il regista si sintonizza qui sull'onda sentimental-familiare, valorizzando il debutto di Stallone junior, il quattordicenne Sage, nato nel '76 proprio coevo a Rocky, è già provvisto di memorabili, se gradite, per una scazzottata selvaggia, il film avrà tuttavia dal sua i teorici del "dacci dentro". (Giovanni Grazzini, Il Messaggero)
Crank [Videoregistrazione] / regia di Neveldine e Taylor
: 01 distribution, 2008
Abstract: Chev Chelios è un killer che ha smesso di uccidere per amore della bella Eve. Ma il boss dei duri e cattivi malavitosi della West Coast non ci sta e lo condanna a una morte singolare. Durante il sonno, lo schizzato Ricky Verona inietta a Chev un veleno che arresta il cuore. Per sopravvivere il suo corpo dovrà costantemente rilasciare adrenalina. Far reagire il cuore, creando situazioni di stress, sarà la missione del killer pentito. Lecito e vitale qualsiasi espediente: provocare afroamericani incazzati e armati, guidare in un centro commerciale, scolare Red Bull, cavalcare una moto o possedere la compagna sui marciapiedi di Los Angeles. Se il cinema commerciale americano è in crisi, Crank, dei debuttanti Mark Neveldine e Brian Taylor, è certamente l'antidoto in grado di rianimare i modelli estetici del cinema d'azione e di cogliere i mutamenti sociali e culturali che l'industria dello spettacolo ha mancato di metabolizzare. L'opera prima e iperattiva degli ex pubblicitari è capace di costruire uno spettacolo di qualità dagli standard altissimi, sperimentando in maniera audace e (decisamente) adrenalinica nuove formule di intrattenimento. Il sentimentalismo congiunto all'action, l'uso dello split screen depalmiano, il montaggio serrato, la narrazione in tempo reale, il ruolo centrale delle locations (Los Angeles) sono alcuni degli elementi che Crank recupera al cinema passando per la fiction televisiva e attraverso la specificità del mezzo televisivo. Il plot è noto, come pure il "die hard" protagonista: un (anti)eroe ruvido capace di bloccare da solo l'azione di cattivi perfettamente equipaggiati. L'unicità di Crank va cercata piuttosto nella capacità di riciclare stereotipi, battute e ammiccamenti al recentissimo action seriale. Dalle TV-series il film recupera (anche) il tema della morte spinta ai confini del rappresentabile, mutando il rapporto con il corpo fino a renderlo osservabile dall'interno, fino a penetrarlo e a esplorarlo come fosse un universo virtuale. Jason Statham, il formidabile (ex) tuffatore britannico, è il corpo eroico e vulnerabile di un killer che manda a morte in maniera spettacolare i malvagi di Verona. Girato con un'incredibile senso del ritmo e dei tempi, Crank rinnova l'appeal dell'action nei confronti del pubblico. Nel film il gesto violento, la rivelazione della materialità del corpo euforico (conseguenza dell'abuso di epinefrina) e di quello pornografico (l'amplesso esibito mentre si esibisce), sono visceralmente legati alla necessità di vedere. Detta e mostrata con distacco ironico tutta la violenza, non resta che contare i morti e riesumarli nei titoli di coda.
I racconti di Terramare [Videoregistrazione] / regia di Goro Miyazaki
: Luckyred homevideo, 2007
Abstract: I draghi hanno invaso il mondo degli umani e qualcosa o qualcuno ha spezzato l'equilibrio di "terramare". Gli animali muoiono, il raccolto è compromesso, gli uomini impazziscono e i figli uccidono i padri. Arren giovane principe di Enland colpevole di parricidio, fugge dal castello inseguito e tormentato da un'ombra, la sua parte oscura e malvagia. Sulla strada per Hort Town incontra Sparviere, arcimago saggio e potente alla ricerca della causa che ha alterato l'armonia del mondo, Tenar, un'ex sacerdotessa e custode delle Tombe di Atuan e Therru, un'orfana di rara sensibilità che nasconde un segreto. Insieme scopriranno le oscure trame di Aracne, un antico mago che brama la vita eterna. Arren lo affronterà riscattando il proprio peccato, ristabilendo l'equilibrio e riconsegnando le tenebre alla luce. Goro Miyazaki, figlio del più celebre Hayao, per il suo debutto animato si è ispirato al terzo volume della saga fantasy di Ursula Le Guin, "Earthsea". Il film si concentra sulla figura di Arren, principe adolescente in un mondo che accumula indizi e presagi oscuri, anticipando la rappresentazione terrificante della morte. La magia di Aracne non aggiusta gli eventi ma li guasta, alimentando nel giovane principe la paura della morte e il desiderio innaturale dell'eternità. Aracne ha il carattere e le caratteristiche di un "signore oscuro": produce un'energia soprannaturale, infligge maledizioni ed è ossessionato dall'immortalità. Arren, sotto l'effetto di un sortilegio che nutre la sua paura di morire e perciò di vivere, combatte l'irriducibilità della morte con la quale alla fine viene ai patti, perché per quanto desiderabile la vita eterna è contro le leggi di natura. La base narrativa della scrittrice californiana è sviluppata graficamente e artisticamente dallo Studio Ghibli, lo stesso che da sempre "traduce" le tavole di Hayao Miyazaki. Nei Racconti di terramare di Miyazaki jr. si avvertono numerose somiglianze con le produzioni del genitore: lo spunto ecologista, la predilezione per la materia fantasy, la relazione tra il nome e l'identità della persona, gli elementi della mitologia nipponica fino al character design dei personaggi. Ma le migliori intenzioni non bastano al figlio, che anima una brutta copia delle opere del padre, banalizzandone il relativismo morale, trascurando le qualità caratteriali dei protagonisti e semplificando la poetica della scrittrice americana. I personaggi sono introdotti in media res e privati del passato che ha suggestionato la loro vita e condizionato il loro agire. Come il principe Arren, Goro dovrebbe freudianamente "uccidere" il padre: per assorbirne la potenza e la colta visionarietà, per fondare (forse) una nuova mitologia animata.
Saw III [Videoregistrazione] : l'enigma senza fine / regia di Darren Lynn Bousman
: 01 distribution, 2007
Abstract: Scampato di nuovo dalle mani della polizia, l'Enigmista, con l'aiuto della sua assistente Amanda, continua a terrorizzare l'intera comunità con i suoi giochi crudeli e contorti. Nel mirino del killer questa volta c'è la dottoressa Lynn Delon, rapita e costretta a trovare una cura per arrestare l'agonia mortale dell'Enigmista. Tutto questo mentre un'altra vittima, Jeff, inizia una disperata lotta contro il tempo per risolvere un intricato enigma e salvare così la sua vita e quella della dottoressa... "Più monotono che emozionante, nel suo genere il film può andare, nonostante il frequente ricorso alla semioscurità o all'oscurità che fanno molto risparmiare; nonostante il brutto carattere dell'enigmista, talmente pomposo e presuntuoso che quando muore è un bel sollievo, anche al pensiero che non ci saranno 'Saw 4' o '5'. Forse." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 9 marzo 2006) "Due ragazzini australiani, una bella favola hollywoodiana ed ecco il terzo capitolo di 'Saw', la saga che sega le ossa. James Wan e Leigh Whannell aprirono nel 2004 la danza macabra di Jigsaw, moralista con tumore al cervello che punisce i falsi innocenti. L'ispirazione furono il Kevin Spacey e il sadismo di 'Seven'. Siamo arrivati a 'Saw III' diretto come il secondo dal mestierante Darren Lynn Bousman (...) La famigerata scena di 'Hannibal' in cui veniva servito il cervello di Ray Liotta sembra al confronto 'Mary Poppins'. Jigsaw, che pontifica troppo e non uccide mai in prima persona, è sempre più malato. Come la saga, che ripete stancamente gli shock visivi un tempo frizzanti. Un thriller così truculento, comunque, non si è mai visto. Ancora successo. Arriverà il quattro. Il pubblico cerca paura e disgusto. Fa riflettere." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 9 marzo 2007) "In un capolavoro velenoso di Billy Wilder: 'L'asso nella manica' (titolo originale 'The Big Carnival' - 1951), un giornalista interpretato da Kirk Douglas conduceva lo spettatore in un mondo privo di ogni scrupolo morale, mostrava cioè una realtà inaccettabile. Ma era un atto d'accusa legittimo. In seguito, il thriller vero e proprio iniziò a seminare il panico tra gli spettatori; qualcuno ricorda gli infermieri nell'atrio dei locali dove si proiettavano film teoricamente dannosi per i più emotivi. In una corsa folle e scriteriata il thriller si trasformava in horror in un crescendo delirante ed oggi di fronte all'orribile 'Saw III' non c'è bisogno di infermieri, siamo ormai rotti ad ogni esperienza e al peggio non c'è fine. E così i nostri figli di dieci- dodici anni potranno godersi il turpe e disonesto spettacolo offerto da 'Saw III', un vomitevole condensato delle peggiori perversioni sadomaso, un campionario di torture che farebbe orrore anche ai carnefici dell'Inquisizione spagnola. E in perfetto stile realista, con macchinari diabolici, carrucole, seghe circolari e corpi straziati. La trama? Non ne ha perché lo spettatore vive di riflessi condizionati. Disertare la pellicola non è un dovere, è un piccolo gesto di ribellione." (Adriano Di Carlo, 'Il Giornale', 9 marzo 2007) "Diretto dallo stesso regista della seconda puntata, Darren Lynn Bousman, il nuovo episodio non si pone minimamente il problema di una sceneggiatura coerente: affonda subito nello splatter più sanguinoso, preoccupandosi soltanto di elaborare nuove crudeltà. Al punto da spiazzare lo spettatore non iniziato alla saga, che (malgrado i goffi flashback) rischia di non capire granché di tutta la faccenda. Ne fanno le spese anche gli attori, costretti dalle circostanze a una recitazione forzata e poco credibile. Così, viene meno l'effetto principale dell'horror - l'orrore, appunto - lasciando il posto a un disgusto da mattatoio." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 marzo 2007)
I clowns [Videoregistrazione] / regia di Federico Fellini
: Eagle pictures, 2006
Abstract: Il ricordo infantile della sua prima "scoperta" del circo e quello di grotteschi personaggi della sua Rimini - una monaca nana, che si alternava fra il manicomio e il convento; uno schizofrenico, impegnato a simulare la guerra; i rissosi vetturini che sostavano davanti alla stazione; il tronfio e impettito capostazione, beffeggiato dagli studenti, tutte figure clownesche - spingono Fellini a intraprendere un viaggio alla ricerca dei vecchi clown o della memoria che resta di loro. Dopo una visita al circo di Liana Orfei, e una rapida occhiata ai suoi pagliacci, il regista e la sua troupe si spingono a Parigi, capitale dell'arte clownesea, dove intervistano il suo massimo esperto, Remy, e rintracciano alcuni dei grandi clown superstiti, da Alex a Bario, da Pere Loriot a Ludo, da Mais all'ultimo dei Fratellini. A conclusione della sua ricerca, Fellini allestisce un allegorico funerale del clown sulla pista del circo. Il mondo va smarrendo del tutto il senso della gioia. La morte del clown. Chi non è pronto a riconoscere, in essa, la morte del «poeta» (anzi, della «poesia») già vigorosamente descritta da Fellini nelle ultime sequenze del suo Satyricon? Occorre dunque registrare perlomeno il più profondo significato del clown come simbolo dell'uomo: del clown bianco (questo è certamente un leit-motiv non nuovo in Fellini) come emblema della pura letizia umana; del clown morto come funerale della gioia o forse dell'uomo stesso; delle trombe suonate da angelici clowns in vesti d'argento, come speranza di un recupero o infine magari di una risurrezione. Il filone simbolico conferisce al reportage felliniano una costante bipolarità di lettura: e si tratta di una alternativa a senso «religioso», anche se - tenuto conto di un Fellini che vuole sempre apparire meno cattolico di quanto invece sia - non vogliamo scoprire nel simbolo qualcosa di più che un semplice invito «temporale» alla gioia e alla bellezza pura; qualcosa che Fellini a nostro parere aveva già avanzato nel Satyricon. Resterebbe insomma pur sempre adombrato quell'«invito alla Grazia» che da molto tempo sembra ossessionare la cinematografia felliniana. (Marco Bongioanni, "Rivista del Cinematografo"). I clowns, dentro i loro pantaloni larghissimi, la risata esplosiva e gli occhi pieni di dolore, sono creature della disapprovazione: la loro contestazione è pacifica e antica. Rapsodi fin troppo «rappresentati» da una lunga letteratura anche figurativa e cinematografica - Fellini ne è del tutto consapevole -, ora hanno cercato, e trovato, una castigatezza nuova. Esorcista un riluttante eppure inimitabile personaggio «nuovo» della TV, i pagliacci sono tornati ad essere emblemi casti e severi, che ci richiamano ai tendoni e alla fantasia dell'infanzia ma che ci possono mettere anche una motivata paura. (Sergio Surchi, 1970). Fellini si è indubbiamente posto il problema del mezzo televisivo in quanto tale e l'ha affrontato con la sua consueta intelligenza visiva: si veda, per esempio, lo spazio figurativo assai più contenuto, assai meno dilatato, al quale si è costretto, nonché l'uso maliziosamente rovesciato e caricaturale di una tecnica televisiva come quella dell'intervista, attraverso il quale l'inchiesta si trasforma in spettacolo e racconto. Seconda osservazione: alle prese con un tema tipicamente «felliniano» come quello dei clowns, Fellini non si è in alcun modo sottratto alla tentazione e al rischio di rifare se stesso. In questo senso |I clowns| è ancora una volta un'opera autobiografica in senso viscerale; ancora una volta Fellini non va alla ricerca degli altri o dell'altro, ma solo di se stesso; e ancora una volta non lo fa per capirsi, ma per esibirsi. Terza e ultima osservazione: il film mi è parso del tutto inserito - pur con i suoi indubbi meriti, fra cui soprattutto lo splendido quarto d'ora iniziale - nella fase involutiva dell'arte di Fellini iniziatasi dopo Otto e mezzo. Mi è parso ciò, in altre parole, assai più prestigioso che inventivo, e più «poeticistico» che poetico. Ma su aggettivi come questi, si sa (e sulle sfumature alle quali vogliamo alludere) si potrebbe discutere all'infinito. (Giovanni Raboni, "Cineforum"). Anche per le sue circostanze produttive, una commissione per la RAI TV, si parla di |I clowns| come di un film minore. Per impegno, forse, ma non per i risultati. All'origine della sua riuscita c'è, a nostro avviso, la felicità - che è anche facilità - con cui s'intersecano e si compenetrano i vari piani del film: il circo come mito dell'infanzia, l'inchiesta sul circo, la reinvenzione del circo. Vogliamo chiamarli i momenti della memoria, della razionalità e della magia? Nonostante le apparenze, |I clowns| è un film tutto calcolato, meditato, costruito in cui Fellini dosa sapientemente malinconia e ironia, pathos e scetticismo, il taglio dell'inchiesta con l'abbandono alla memoria, la realtà con la finzione, la partecipazione sentimentale e il distacco lucido dell'osservatore finché, nel «numero» conclusivo dei funerali del clown, in un calcolato disordine e con un travolgente ritmo di balletto, ritrova la luce fastosa, festosa e funerea di La dolce vita e ripete il carosello finale di 8 ½. L'ossessione della morte - ma qui in chiave beffarda, quasi da esorcismo - e l'attaccamento alla vita, una tipica antinomia felliniana. (Morando Morandini, in "Storia del cinema", a cura di Adelio Ferrero, Marsilio 1978). Note DAVID DI DONATELLO 1971 PREMIO SPECIALE RAI TV LEONE.
Hostel [Videoregistrazione] / regia di Eli Roth
: Sony pictures home entertainment, 2006
Abstract: Paxton e Josh sono due amici americani, compagni di college, che esplorano l'Europa con gli zaini in spalla, insieme al nuovo amico Oli, un islandese incontrato lungo la strada. Arrivati nell'insolito ostello della gioventù di una sperduta città slovacca, frequentato da donne dell'Est europeo tanto pericolose quanto incantevoli, i due amici si abbandonano alle lusinghe di due splendide ragazze, Natalya e Svetlana. Presto i due americani, però, si trovano coinvolti in una situazione sempre più minacciosa quanto complessa... "'Hostel' di Eli Roth, prodotto da Quentin Tarantino, non è un teen-movie, ma l'horror più atteso e agghiacciante dell'anno. Costato solo 4,5 milioni di dollari, ne ha già incassati 50 solo negli Usa, dove è il pubblico lo ha osannato e la censura vietato. Questo film farà molto discutere anche da noi. La violenza, non c'è dubbio, è efferata. Roth prima ci inquieta sfruttando le soggettive, disturbando lo spettatore solo con gli effetti sonori e le urla disperate. Poi affonda il colpo in un sanguinolento, insostenibile tripudio di amputazioni e torture. Per liquidare 'Hostel' definendolo una macelleria ci vorrebbe poco, ma sarebbe un errore. Perché qui la violenza non è esattamente gratuita. Piuttosto, sintomatica. E il film nasconde una dura critica agli americani e il tentativo di raccontare le parti oscure di ognuno di noi." (Roberta Bottari, 'Il Messaggero', 24 febbraio 2006). "Imitare Tarantino non può bastare. Sadico-violento, gratuito film di pura macelleria che titilla i peggiori istinti: Eli Roth autore di questo sanguinolento best seller gode del marketing di Tarantino, ma non ha qualità visive né di scrittura. La serie di orrori messi in scena in un antro post industriale da incubo a Bratislava (vogliamo salvare la scenografia da night del Village pre Aids?) è solo l'appiglio per irretire due studenti americani e un islandese arrapatissimi. Placati, saranno puniti con un festival sadomaso in uno scantinato di torture dove convergono gli infami: del resto siamo vicini alla terra di Dracula. Manca l'ironia cinefila di 'Scream', manca la personalità degli horror giapponesi, c'è solo voglia di èpater con un inizio ad Amsterdam da sexy thriller: ma lo script fa acqua e si nutre di banalità e moralismo, regalando al film un finale efferato ai bagni della stazione. Giustizia è fatta. E il pubblico?" (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 24 febbraio 2006) "La seconda parte di 'Hostel' scivola nella commedia di college alla 'American Pie' nel puro splatter, con le vittime chiuse in una specie di castello degli orrori in attesa di essere macellate e ridotte a spezzatino. Non è il caso di fare del moralismo su un'operazione (chirurgica) del genere; tanto più se a sponsorizzarla è un tipo moralmente agnostico come Quentin Tarantino, in veste di produttore esecutivo, e se il film contiene un cammeo del maestro del cinema di paura orientale, Takeshi Miike. Almeno, è chiaro di cosa di parla. E bisogna riconoscere che Eli Roth, militante dichiarato del trash, sa come creare un'atmosfera di paura, facendola crescere attraverso gli sguardi in 'soggettiva' dei fornitori di carne da macello prima di abbandonarsi a un tripudio di trapani, seghe e ferramenta da tortura. Non ci si può nascondere, però, l'inquietante nichilismo di questo new-horror sadico, dai colori lividi e malaticci, che riduce il corpo alla carne e la mente a frattaglie e interiora. Salvo farti arrabbiare quando Roth si permette di dire di essersi 'ispirato' alle immagini di AbuGhraib."(Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 febbraio 2006) "Lo sbandierato guinness dei primati per la dose di sesso e violenza non ce l'ha, non è il più orribile e disgustoso film gore mai prodotto negli Usa come è stato definito, e il marchio di Quentin Tarantino (uno dei produttori esecutivi) non è sempre garanzia di cinema estremo e destabilizzante. Insomma 'Hostel', scritto e diretto da Eli Roth, al suo secondo titolo dopo 'Cabin Fever', non è poi così sconvolgente, innovativo e terrorizzante come annunciato (grande fenomeno commerciale negli Stati Uniti con incassi da capogiro). (...) Esattamente a metà film 'Hostel' vira nell'horror splatter con scene forti, sequenze sanguinarie, amputazioni a vista, corpi squarciati da motoseghe e un unico giovane sopravvissuto, che per uscire dall'incubo si trasforma in giustiziere. Buona la regia, splendida la fotografia sporca, ma va un po' sprecata l'idea perversa del pacchetto turistico con annesse torture e omicidi. In filigrana una suggestiva allegoria politico-militare." (Alberto Castellano, 'Il Mattino, '25 febbraio 2006)